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SAPORE DI SICILIA Cucina Popolana
Ristoranti e Pizzerie

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AL CORSO Sicilian Food&Drink
Ristoranti e Pizzerie - Aperitivi - Cocktail Bar

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Farmacie e Articoli Medico Sanitari

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LA MATTANZA
Ristoranti e Pizzerie

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FEUDO TUDIA
Agriturismo e Turismo Rurale - Ristoranti - Hotel e Bed & Breakfast

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AL SARACENO Pizzeria
Pizzerie

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LA DOLCE VITA IN GIARDINO
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OSTERIA MONDELLO
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PIZZERIA MONDELLO
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Pizzerie - Pollerie - Paninoteca

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LEONE Ristorantino Pizzeria
Ristoranti e Pizzerie

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Ristoranti e Pizzerie

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27/04/2026 - Al Teatro Massimo di Palermo, martedì 28 e giovedì 30 aprile 2026 con tariffe ridotte del 50%, uno dei titoli più esilaranti e dissacranti del repertorio buffo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali," di Gaetano Donizetti. Un'opera che ...continua a leggere
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06/02/2026 - Da Regina Carola Caffè ogni 4 cartoni da 80 cialde Pop Caffè Intenso Piacere (Espresso Made in Italy), 1 cartone in omaggio.    Singolo cartone da 80 cialde a 11€ invece di 13€.    Consegna a domicilio gratuita    Regina Carola Caffè  Via Dante ...continua a leggere
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Al cinema

COYOTE VS. ACME
Loc
Willy il Coyote, come al solito, non se la passa bene: la sua infinita caccia al velocissimo e

inafferrabile Beep Beep continua a risolversi in una serie di catastrofici fallimenti, spesso

determinati dal malfunzionamento della strumentazione e degli esplosivi acquistati per

posta dalla ACME. Quando vede alla Tv lo spot dell'avvocato Kevin Avery, pronto a fare

causa proprio alla ACME per incidenti da cartone animato, Willy parte per Albuquerque e

porta con sé tutta la montagna di prodotti difettosi comprati da ACME. A Kevin la causa

sembra troppo grossa, ma l'astuzia del Coyote e la solerzia di una assistente dello studio

legale lo portano ad accettarla. Kevin confida di risolvere tutto in un rapido

patteggiamento, ma il Coyote dà fuoco alle carte e innesca così una guerra legale senza

esclusione di colpi, che coinvolgerà molti dei più celebri personaggi dei Looney Tunes.



Coyote vs. Acme è un legal drama dell'assurdo, è il nuovo Roger Rabbit, è un'opera contro l'impunità delle grandi aziende, contro la sperimentazione

sugli animali e, suo malgrado, è anche un'opera che riecheggia la battaglia della propria

faticosa distribuzione.





Il film di Dave Green, prodotto da James Gunn, è ispirato a un brillante articolo umoristico

pubblicato sul The New Yorker a firma di Ian Frazer nel 1990, scritto con la

secchezza linguistica di una fittizia causa legale, ma proprio per questo irresistibile nel

raccontare i danni fisici e morali subiti da Willy il coyote nella sua inesausta caccia al Beep

Beep. Ci sono voluti anni perché si decidesse di farne un film e altri anni ancora per

scrivere un copione che convincesse la Warner Bros, ma l'avventura era solo iniziata. A

film ultimato infatti la Warner, decide di chiuderlo in un cassetto e derubricarlo come una

perdita netta in modo da guadagnarne un rimborso fiscale (come Batgirl, che

però non ha mai ultimato la post-produzione). In molti si indignano e tra loro anche

importanti voci di Hollywood come il duo Christopher Lord e Phil Miller. La Warner

raccoglie così le offerte di studios e stremer, ma alla fine decide di nuovo di cancellare

l'uscita e considerarlo una perdita. La campagna di protesta si riaccende sui social e nel

2024 il protagonista Will Forte, dopo aver visto il film, lo descrive come un'opera toccante

sostenendo la causa. Nel 2025 il film viene acquistato per 50 milioni di dollari dalla

Ketchup Entertainment, che già aveva salvato da una distribuzione diretta su HBO Max

Un'avventura spaziale - Un film dei Looney Tunes. Il film avrà così

distribuzione e se pur non è un esatto riflesso di questa vicenda, perché non racconta una

battaglia per la libertà d'espressione, è senz'altro una storia in stile Davide e Golia e una

sorta di class action contro una grande corporazione.



Realizzato in tecnica mista, con live action e animazione 2D e 3D, unisce il mondo dei

cartoon a quello degli esseri umani con una inatteso rigore, senza rompere la quarta

parete e senza mai dare la capacità di parola a Willy o a Beep Beep. Il primo è infatti

dotato di un numero limitato di cartelli su cui mostrare brevi frasi e il secondo non fa altro

che il suo caratteristico verso, eppure entrambi riescono a trovare posto nel più verboso

dei generi, quello delle aule di tribunale. Un piccolo miracolo di astuzia, aiutato

dall'animazione fortemente espressiva che ha sempre caratterizzato i personaggi Warner

e da un'ottima prova comica di Will Forte e di John Cena, nei panni del villain Buddy

Crane.

Così crudele da ricattare Titti minacciando di rovinare la sua nonnina, Crane ha anche

fatto imprigionare in una sorta di spazio liminale il geniale Dr. Lorre (che già dagli anni

Quaranta presenta le fattezze del grande Peter Lorre). Lorre infatti aveva protestato contro

l'uso dei cartoni animati come cavie delle invenzioni della Acme, che produce qui pure

articoli per umani perfettamente sicuri, perché appunto testati sui personaggi animati.

Questi hanno non per caso fattezze di animali, infatti l'animalismo è uno dei temi al cuore



del film, che racconta del resto anche di come un uomo impara a essere amico di un

canide.

Coyote vs. Acme non ha la finezza metacinematografica di Chi ha incastrato Roger Rabbit? Ma è ricco di passaggi esilaranti e vanta un efficace colpo

di scena che naturalmente non riveleremo. Non solo intrattiene, ma trova pure una

risoluzione finale toccante, con il confronto più sincero che Willy e Beep Beep hanno mai

avuto. Difficile restare indifferenti, perché la popolarità del personaggio di Chuck Jones e

Michael Maltese fa appello a caratteristiche davvero universali della condizione umana.

Parafrasando un poco quel che cantava Finardi: siamo tutti come Willy il Coyote, che cade

ma non molla mai...
FAMMI IL PIACERE
Loc
Dopo vent'anni di matrimonio, Fanny confessa a Thomas una verità che manda in frantumi le loro

certezze: non ha mai provato un orgasmo. Per lui è uno shock, ma invece di chiudersi nel silenzio

o arrendersi alla distanza, Thomas decide di trasformare quella confessione in una travolgente

prova d'amore: ritrovare, insieme a Fanny, la strada del desiderio.

Ispirato alla vera storia degli inventori - una coppia tedesca - del sextoy brevettato e tra i

più venduti al mondo Womanizer, Fammi il piacere è la tipica commedia francese che si

regge tutta sull'interpretazione degli attori, qui i veterani interpreti François Cluzet e

Alexandra Lamy la cui chimica rende credibile la volontà di questa coppia di rimettersi in

gioco sessualmente nella cosiddetta - un tempo - terza età.





È questo forse l'aspetto più interessante del film che mette in primo piano e al centro della

narrazione il tema del piacere femminile in un tempo della vita lontano da quello, sempre molto

mitizzato e più centrale nelle storie, della gioventù. Abbiamo dunque una coppia che entra in crisi

quando la donna inizia a parlare di sesso e a rivelare che non ha mai provato un orgasmo nei

vent'anni di matrimonio.





Il marito, in un primo momento abbacchiato dalla scoperta, trova la voglia

e la forza di rimettere in discussione il suo punto di vista. C'è dunque un tentativo di affrontare la

questione in maniera seria e autentica focalizzandosi sul desiderio del piacere femminile come non

si è molto visto al cinema, figuriamoci in una commedia. Non è un caso che dietro la macchina da

presa ci sia una donna, Reem Kherici, che ha scritto la sceneggiatura con Gari Kikoïne e David

Solal e che si ritaglia pure un ruolo molto importante, quello della sessuologa che saprà consigliare

la protagonista sul da farsi non immaginando fino a che punto la coppia si spingerà nell'inventare

un oggetto geniale per provocare il piacere femminile. C'è anche un'interessante accenno

all'ambiguità del ruolo della donna trasformata, seppur consapevolmente, un po' in cavia.

Purtroppo però il tono generale scelto dalla regista tende al grottesco, alla commedia degli

equivoci - avendo maldigerito la screwball comedy - con déjà-vu imperdonabili come nella scena

del supermercato, predilige una recitazione basata sulle mossette (soprattutto quella di François

Cluzet che appare anche un pochino troppo in là per l'età andando per i settantuno), su un certo

fastidioso gigionismo da cui per fortuna la protagonista Alexandra Lamy rifugge, con soluzioni

corali ridondanti che annacquano - direi quasi infantilizzano - i temi forti che il film all'inizio

sembrava voler e poter affrontare. Anche il rapporto filiale pecca di una certa superficialità

stereotipata che mostra la figlia maggiorenne come la più scandalizzata di tutti - cosa che

dovrebbe far sorridere - di fronte alla ricerca sessuale dei genitori. Un discorso a parte meritano le

scenografie che vorrebbero accompagnare autenticamente la narrazione e invece si rivelano

patinate e finte come lo studio del protagonista ingegnere dove risulta chiaro che nessun utensile è

mai stato sfiorato da chicchessia.

Accontentiamoci però della cose buone del film, della curiosità del sesso, del suo apprendistato,

del gioco nella coppia molto adulta, di un certo osare nelle immagini che conosce bene il suo

limite. Insomma di tutto ciò che non vedrete mai in una commedia italiana.
IL MALLOPPO
Loc
Michele Ragusa è un investigatore privato di provincia che si occupa "di corna e gattini" e gestisce

una lavanderia a gettone, non emette fatture e considera la sua attività investigativa "un servizio

sociale". Il suo amico Diego è un ex carcerato che ha aperto un ristorante a Ferrara, Il brigante,

dove lavora come cuoca la moglie Lorena, con cui Diego battibecca incessantemente. Un giorno

l'ex compagno di rapine Salamandra, che l'ha tradito consegnandolo alle autorità per evitare

l'ergastolo, esce di prigione e tenta di recuperare il malloppo - i 5 miliardi dell'ultima rapina in

lingotti d'oro - ma la cassa in cui era nascosto è vuota, e ne dà la colpa a Diego. Nasce un alterco

al Brigante, e il giorno dopo la polizia trova morto il Salamandra. Il commissario Castroni, ex

corteggiatore di Lorena, dà subito la colpa a Diego, senza riguardo per la figlia del ristoratore,

Sara, che fa parte del suo stesso corpo di polizia. Sarà Michele a cercare di scagionare l'amico

Diego, con l'aiuto di Sara e di uno stagista che vive con una mamma asfissiante e ha un passato

da mimo.





Il malloppo è la commedia diretta da Volfango De Biasi e scritta da De Biasi insieme a

Herbert Simone Paragnani, Gianluca Belardi, Salvo Di Paola e Irene Girotti, che interpreta il ruolo

di Sara.





Già le molte mani alla sceneggiatura fanno temere il pasticcio narrativo, e purtroppo la

trama e i personaggi si confermano non solo improbabili, ma anche molto poco divertenti. Sembra

che si sia cercato di mettere insieme mezza comicità Zelig -Diego Abatantuono, Michele Foresta

(Alias Mago Forest), Maria Amelia Monti, Bebo Storti e la nuova leva Max Angioni - senza dotarla

di un testo all'altezza delle possibilità dei talenti in scena, fra cui anche la new entry lombarda Max

Angioni. Anche la regia manca di ritmo comico o di tensione narrativa mistery, seguendo

stancamente i siparietti fra gli attori, cui è lasciato anche poco margine di improvvisazione.

Peccato anche perché nella sua commedia precedente, Esprimi un desiderio, De Biasi

sembrava aver messo insieme una nuova coppia comica interessante fra Diego Abatantuono e

Max Angioni: ma là l'improvvisazione aveva dominato, la trama era un po' meno insensata e le

battute un po' meno puerili. Qui invece gli attori si muovono stancamente fra gag scontate e

interazioni elementari, con uniche sponde un po' più apprezzabili Maria Amelia Monti nel ruolo di

Lorena, Irene Girotti in quello di Sara ed Elisa Di Eusanio nella parte di una spogliarellista, unica

(insieme a Lorenzo Renzi) a sfoggiare un accento emiliano (seppur molto caricato) in mezzo a

tanta milanesità.
INSIDIOUS - FUORI DALL'ALTROVE
Loc
Gemma è una giovane madre che cresce la figlia nella casa in cui è nata e che scopre di poter viaggiare nell'Altrove, il regno-purgatorio delle anime perdute al centro dell'universo di Insidious. Quando un'entità malvagia inizia a darle la caccia, Gemma scopre un'abilità che cambia ogni cosa: non si limita solo a entrare nell'Altrove ma può portare ciò che vive lì nel mondo reale. Una volta che i demoni comprendono il suo potere, il nostro mondo diventa il loro terreno di gioco.
KATY PERRY: THE LIFETIMES TOUR - LIVE FROM PARIS
Loc
C'è un momento in cui il concerto smette di essere soltanto un concerto e diventa una

macchina spettacolare progettata per non lasciare un centimetro di palco inutilizzato. Katy

Perry - The Lifetimes Tour Live from Paris appartiene precisamente a questa categoria:

un film-concerto pensato per l'IMAX, costruito per amplificare ogni dettaglio di uno show

già concepito come un gigantesco dispositivo di intrattenimento. A occuparsi della

trasposizione cinematografica è Paul Dugdale, veterano dei documentari musicali, autore

di numerosi concert movie dedicati ad alcune delle più grandi popstar contemporanee. La

sua esperienza si avverte soprattutto nella qualità della resa audiovisiva, nitida,

spettacolare e perfettamente calibrata per restituire allo spettatore la sensazione di

trovarsi dentro l'arena.





Il repertorio, naturalmente, è quello che i KatyCats si aspettano: le hit che hanno costruito

la carriera della cantante sono tutte al loro posto, incastonate in una scaletta che procede

per accumulo e non rinuncia praticamente a nessuna delle trovate associate al suo

immaginario. Ma il vero protagonista dello show è forse il corpo stesso di Katy Perry,

sottoposto a una prova di resistenza che sembra non avere fine.





La cantante cambia

continuamente costume, posizione, registro e coreografia, trasformandosi di volta in volta

in diva, performer, ballerina, acrobata o protagonista di un musical kitsch e coloratissimo.

Anche la struttura del film asseconda questa duplicità. Le tradizionali immagini in bianco e

nero dedicate al backstage fanno da contraltare al tripudio cromatico del concerto e

suggeriscono quanto lavoro ci sia dietro l'apparente spontaneità della macchina pop. Katy

Perry emerge come una perfezionista instancabile, impegnata a controllare ogni elemento

dello spettacolo e a trasformare ogni canzone in un numero autonomo. Se sul palco tutto

deve sembrare facile, naturale e inevitabile, il backstage ricorda invece che dietro quella

facilità c'è una quantità impressionante di preparazione.

Il rapporto con il pubblico è altrettanto centrale. Il fan service è totale e programmatico:

non ci si limita a mostrare la folla in adorazione, ma la si trasforma in parte dello show. Sul

palco finiscono spettatori scelti direttamente tra le migliaia presenti, da due tenerissime

gemelline ai personaggi più eccentrici e freak, che sembrano incarnare la dimensione più

giocosa e inclusiva della comunità dei fan. È un meccanismo antico quanto il pop, ma Katy

Perry lo porta a un livello quasi industriale: ogni spettatore può diventare protagonista per

qualche minuto, purché contribuisca alla grande festa collettiva.





Dugdale asseconda tutto questo senza cercare di imporre una particolare visione

autoriale. La macchina da presa segue, esalta, moltiplica i punti di vista e soprattutto

valorizza la dimensione fisica dello spettacolo. Il formato IMAX diventa così parte

integrante dell'operazione: scenografie gigantesche, effetti luminosi, costumi e coreografie

sono concepiti per occupare tutto il campo visivo e trasformare il cinema in un'estensione

dell'arena. Non è tanto la dimensione documentaria a interessare quanto la possibilità di

ricreare, per chi non c'era, un'esperienza sensoriale il più possibile prossima a quella dal

vivo.

Rimane, naturalmente, una certa ambivalenza. Come spesso accade con Katy Perry, il

sentore di plastica è in agguato. Tutto appare levigato, confezionato, colorato,

perfettamente commestibile: la trasgressione è addomesticata, l'eccesso è progettato e

persino l'imprevisto sembra avere il proprio spazio già previsto dal copione. È un pop che

non sembra avere alcuna intenzione di sporcarsi le mani con l'ambiguità o con

l'imperfezione.



The Lifetimes Tour Live from Paris è un monumento allo spettacolo e alla relazione tra una

popstar e il suo pubblico. E proprio per questo funziona soprattutto per chi è già disposto a

lasciarsi conquistare. Se si cercano complessità, rischio o una qualche forma di

reinvenzione dell'immaginario pop, difficilmente saranno queste le coordinate giuste. Se

invece si desidera vedere Katy Perry portare all'estremo la propria idea di intrattenimento,

l'operazione è pressoché inattaccabile. Perché forse, per una volta, non c'è nessun

secondo fine da cercare: la festa è il contenuto.
KETTICÈ
Loc
Palermo, 2012. Giulio Uberti ha 16 anni e nessun posto nel mondo. Figlio di una coppia

ricchissima e fortemente disfunzionale, di un padre distratto e una madre delegittimante, vive in un

palazzo principesco e frequenta un liceo privato dove l'insegnante di lettere insulta periodicamente

l'ignavia dei suo otto studenti, etichettandoli "braccia tolte all'agricoltura". La fidanzatina Elena

molla il ragazzo da un momento all'altro, una compagna lo corteggia, gli amici lo accompagnano

nei vagabondaggi notturni a base di erba e sambuca. Giulio trova l'anima gemella, o il suo doppio,

in Ketty Mendola, che "è bona e picchia forte", e che percorre con lui la città in minicar, alla

perpetua ricerca dello sballo giusto. Il ragazzo fa sega a scuola, nasconde alla madre il pagellino

pieno di insufficienze gravi, non si allena più a calcio (tanto la sua squadra perde sempre), flirta un

po' con la sua groupie, ma non con Ketty, che è vergine e di cui comunque ha un innato rispetto.

Intorno a lui l'Italia dei reality e di Berlusconi, le risse di strada (fra ragazze) e la troika autoritaria:

gli sbirri, la scuola, i genitori.



Ketticè è l'opera seconda del neotrentenne Giovanni Tortorici, componente della

factory di Luca Guadagnino da quando ha lavorato con lui alla serie We Are Who We Are, e se il suo film d'esordio, Diciannove, illustrava la quotidianità scomposta di

un, appunto, diciannovenne alle prese con l'ingresso nel mondo adulto, Ketticè

regredisce nel tempo verso la piena adolescenza, in una Palermo dove piccola e grande borghesia

si incontrano sulle strade della bamba (Ketty ha uno zio in galera per mafia, Giulio una nonna che

cita il Gattopardo e una ex che riabilita Mussolini, considerandosi un'intellettuale perché legge libri

e vede un sacco di documentari).





Tortorici ci catapulta in questo mondo distopico (ma realistico) e dentro l'angoscia esistenziale di

Giulio, che è il perfetto precipitato di una società allo sbando, in cui i programmi della De Filippi

hanno già fatto il loro danno e Berlusconi risulta simpatico agli italiani anche quando pulisce la

sedia di Travaglio a Servizio Pubblico (gennaio 2013, per datare l'evento). Il ragazzo è l'unico a

rendersi conto, in modo subliminale, di avere bisogno di quell'aiuto che non gli arriverà certo dalla

madre insultante o dal padre aristocraticamente scollegato, né dai suoi insegnanti frustrati che

denunciano la sua mancanza di interessi senza saperne suscitare alcuno.

Il regista e sceneggiatore si diverte con i ralenti e le inquadrature studiate, compone una colonna

sonora che comprende Fabri Fibra e Flo Rida + Keisha (che citano i Dead or Alive di metà anni

Ottanta, ovvero prima della nascita di Giulio & friends), il cantante neomelodico catanese Gianni

Vezzosi e Nino D'Angelo come il libanese Marcel Khalife, e che fa da canto coreutico alle azioni in

scena. Tortorici dà carta bianca anche alla musicalità jazz del dialetto dei suoi protagonisti

(consigliamo di moltiplicare i sottotitoli, per noi non palermitani) e spesso fa pipì fuori dal vaso, il

che è auspicabile per un nuovo autore, ma richiederebbe una maggiore presenza produttiva (la

cordata di produzione è impressionante), non per sminuirne l'ispirazione, ma per arginarne il facile

onanismo.



La scelta degli interpreti qui è fondamentale, e mentre i due protagonisti, Salvatore Gallina e la

strepitosa Rachele Testagrossa (Giulio e Ketty), sono eccezionali per naturalezza, con Testagrossa

davvero ipnotica e magistrale nel dare corpo ad un personaggio femminile originale e convincente

(e qui la lode va anche al Tortorici sceneggiatore che l'ha immaginata e costruita), alcuni degli

attori e non attori di contorno sono eccessivamente amatoriali, in primis Monica Bellucci che si cala

nei panni della madre di Giulio apparentemente come concessione promozionale al film.

Tortorici ha un grande orecchio per l'autenticità dei dialoghi e per l'esplicitazione dei rapporti

disadattivi, usa un montaggio sincopato che si libera dei tempi morti per raccontare la vita del

protagonista che è un tempo morto che cammina, si colloca come un funambolo sul crinale della

piccola storia ignobile italiana che ha devastato una generazione (la sua) e segnato una deriva

irreversibile attraverso la tragedia (per molti versi ridicola) di un anello debole della catena

esistenziale: un adolescente in cerca di senso all'interno di un mondo programmaticamente



insensato. E lo slang di questa gioventù bruciata la cui massima aspirazione è diventare campione

di Ruzzle è irresistibile (anche dal punto di vista comico) e infinitamente citabile.
OCEANIA
Loc
Nell'adattamento live-action Disney dell'acclamata avventura animata di dieci anni fa, Vaiana risponde al richiamo dell'oceano e, per la prima volta, si spinge oltre la barriera corallina dell'isola di Motunui con il famigerato semidio Maui in un viaggio pieno di insidie per riportare la prosperità al suo popolo. Forse per questo tipo di operazioni il critico dovrebbe farsi cancellare la memoria e vedere finalmente un remake fotocopia in live-action di un cosiddetto classico (non sono trascorsi nemmeno dieci anni...) di animazione Disney di grandissimo successo senza cadere mai in alcun tipo di confronto. Perché, così facendo, avrebbe uno sguardo vergine su una storia e, soprattutto, cosa più importante, su come visivamente è stata portata sul grande schermo. E dunque, pur amando infinitamente di più la morbida e rotonda animazione del primo Oceania, visto che l'adattamento è sempre dello stesso Jared Bush a cui si è aggiunta Dana Ledoux Miller che aveva scritto Oceania 2, il risultato è godibilissimo, complice la regia elegante ed equilibrata di Thomas Kail. Inoltre l'attrice australiana diciannovenne che ha nel sangue quello degli indigeni polinesiani, Catherine Laga'aia, per la prima volta sul grande schermo, è perfetta per interpretare Moana, ops... Vaiana (com'è noto dieci anni fa per l'edizione italiana si decise di cambiare il nome della protagonista che richiamava quello di una famosa attrice porno e di conseguenza anche il titolo del film). Esattamente come Dwayne Johnson - sempre che lo spettatore non si distragga troppo nel seguire l'andamento della folta e imbizzarrita parrucca di The Rock (qui anche produttore) - che interpreta Maui, colui il quale l'aiuterà a salvare il suo popolo. I temi centrali di Oceania, tra cui il coming of age di una ragazza che passa attraverso la ricerca pervicace della propria identità superando il reef proibito, sono tutti intatti e sono spesso amplificati dalla colonna sonora con le stesse musiche che hanno reso celebre il primo film di animazione. Sul versante produttivo le riserve sono invece maggiori perché proporre un remake di un film quando non sono passati nemmeno dieci anni rimane un azzardo o, e il risultato non cambia, dimostra una sempre più drammatica mancanza di idee. In più, paradossalmente, parlando di Disney, sembrerebbe venir 'sminuita' proprio l'animazione, considerata alla stregua di un genere cinematografico e non, come naturalmente è, un film a tutti gli effetti. Ma queste sono elucubrazioni di chi non s'intende di marketing, di target, di "what a fuck" nei film come ha avuto modo di scherzarci su Nanni Moretti. Ribaltando il punto di vista, si potrebbe arrivare a dire che ci troviamo di fronte a un film sperimentale. Un remake in cosiddetto live-action che, per una larga parte, è realizzato proprio in animazione digitale (sempre irresistibili il pollo Hei Hei e il maialino Pua) e che praticamente poco si differenzia dal primo, soprattutto quando la regia deve ricreare il movimento materno dell'isola, con la dea Te Fiti, creatrice della natura, che, corrotta, si trasforma in Te Ka, il mostruoso demone del fuoco. Ma, a dire il vero, anche le sequenze marine poco si discostano dall'originale con un effetto di permanente déjà-vu, un vocabolo che non avremmo mai voluto utilizzare in questa recensione (se solo ci fosse stata cancellata la memoria...). Detto questo forse è meglio affidarsi alle vere novità del 'nuovo' Oceania con il cast di attori 'veri' che funziona ottimamente anche perché scelti tutti - ovviamente eccetto Dwayne Johnson che prestava pure la voce nei due film di animazione - tra interpreti neozelandesi tra i quali spicca Rena Owen che riesce a restituire quel particolare rapporto che si può instaurare tra nonna e nipote a volte in funzione anche un po' critica (e salutare) verso i figli/genitori. Sono questi i momenti, anche un po' magici, che danno un senso a operazioni di questo tipo anche se un senso non ce l'hanno. Maledetta memoria!
ODISSEA
Loc
Ulisse, eroe degli achei di proteiforme ingegno, ha ideato lo stratagemma del cavallo di Troia per porre fine ai dieci anni di assedio della città e finalmente conquistarla. La vittoria gli permette di partire verso casa, all'isola di Itaca, ma la sua flotta incontra diverse sventure e il suo viaggio lo porta a confrontarsi con minacce sovrannaturali, a visitare l'Ade e a una lunga sosta sull'isola della ninfa Calipso. Nel mentre suo figlio Telemaco, ormai cresciuto, cerca di proteggere la madre Penelope e il trono di Itaca dai proci che si fanno avanti come pretendenti della regina rimasta senza marito. Tra loro Antinoo, aiutato dalla serva di Penelope, Melanto, insidia pericolosamente Penelope.



L'epica si fa cinema in Odissea di Christopher Nolan, con impressionanti mezzi produttivi e sforzi tecnici, ma pure con una intelligente e attuale rilettura.





Attraversa l'intera opera, costantemente citata, la xenia, la legge di Zeus, ossia la sacralità dell'ospite, non importa quanto umile, dietro al quale potrebbe nascondersi un dio. Inoltre la pratica di onorare i morti, a sua volta cruciale nella cultura greca, è più volte chiamata in causa con nefaste conseguenze. Odisseo è infatti formalmente un campione di questa civiltà ma è allo stesso tempo un uomo spregiudicato che all'occorrenza infrange questi due tabù. Per questo è anche un uomo perso, colpevole di aver portato alla morte nemici così come alleati, si ritiene indegno di tornare a casa e diventerà davvero determinato a farlo solo quando verrà a conoscenza delle insidie che minacciano sua moglie Penelope. Come Il cavaliere oscuro, anche Ulisse è un eroe che deve rinunciare a far parte della società, che accetta su di sé il peso di scelte estreme, ma a differenza di Batman la sua storia è assai più rilevante, moderna e ancestrale al tempo stesso. In un mondo contemporaneo ancora dilaniato dalla guerra, il viaggio di Odisseo è il percorso di pentimento e redenzione di un reduce, che ha partecipato a una guerra crudele e ingiusta e viene costretto a riconoscerlo, accettando il peso degli orrori del conflitto così come la punizione che ne consegue.



Odissea è ambientata in un'era lontana ma ne racconta la fine, come Oppenheimer è attraversata dallo spettro dell'Apocalisse, che anche in questo caso è alle porte non per il nemico ma per le azioni degli stessi "eroi". Il cavallo di Troia, come la bomba atomica, è una violazione dei codici sacri del conflitto, è la rottura delle leggi - divine o meno che siano - che costituiscono il tessuto stesso della civiltà. Odissea, per quanto non manchi di numerosi passaggi fantastici e di nominare gli dèi, li fa intervenire assai meno che nel mito greco, anzi diremmo che non li fa intervenire per niente. È nelle sue figure tragicamente umane che si compie la profezia dell'arrivo degli uomini dal mare, che segna la fine della civiltà per ragioni del tutto interne. Emblematica è in questo senso la sorte di Agamennone, il vincitore della guerra che sarà ucciso per il sacrificio commesso per avere la vittoria. Nel racconto di Omero, come nelle Eumenidi di Eschilo, non è negata la colpa di Ulisse, ma l'intervento di Atena ristabilisce l'equilibrio della società civile, mentre nella versione di Nolan non c'è alcun "deus ex machina" a scongiurare i peggiori presagi. Ulisse, come Oppenheimer, è diventato un distruttore di mondi.



Se la rilettura tiene egregiamente i molti fili narrativi della storia, adattata anche nelle sue parti meno avventurose e con pochi tagli, la visione spettacolare di Nolan regala molte scene memorabili. In particolare la visita all'Ade, la caduta di Troia e una Circe interpretata da Samantha Morton, che pratica trasformazioni secondo una estetica sorprendentemente body horror. Il film trova non solo messaggi pacifisti ma pure femministi, perché questa è la caduta di una società patriarcale di cui le donne per prime vedono i limiti, ma si tratta di passaggi che pur suonando molto moderni - ma poi nemmeno tanto se si ripensa alle tragedie come Medea - non interrompono mai il flusso del racconto. Un parziale inceppo in Odissea, come già in Dunkirk ma meno grave, è nel senso di scala: la flotta di Ulisse è infatti qui di sole tre navi, perché a Nolan non garba moltiplicarle in digitale e nemmeno può ricostruirne una dozzina. Comunque poco male, perché chiunque conosca la storia sa che le navi saranno presto ridotte a una sola. Un altro limite è nelle discutibili coreografie d'azione, dove il regista si affida ancora una volta a un montaggio confuso, buono per la caduta di Troia, ma non per altri duelli. Le riprese in IMAX a 70mm, per la prima volta per un intero film oltretutto lungo quasi tre ore, compensano però ampiamente queste piccole cadute spettacolari.
SPIDER-MAN - BRAND NEW DAY
Loc
Dopo aver fatto dimenticare al mondo la sua vera identità, con l'aiuto del Doctor Strange, Peter Parker ha ripreso la carriera di Spider-Man, questa volta in modo del tutto solitario - con il solo appoggio dell'intelligenza artificiale E.V. Dopo aver sconfitto vari criminali, aver ridotto il crimine a New York, aver ottenuto la simpatia dei cittadini e pure delle forze dell'ordine, Spider-Man si trova di fronte a una nuova minaccia: una entità capace di possedere le persone. Questa cerca qualcosa di nascosto dalla Damage Control, l'agenzia governativa che controlla l'uso dei superpoteri e delle tecnologie più avanzate. Inoltre, sul fronte privato, Peter Parker si imbatte nell'amico Ned, ritornato da Boston insieme a MJ. Nonostante avesse scelto di non rivelare la propria identità, lo segue a un party nel suo nuovo appartamento e qui si rende conto di aver perso, forse per sempre, qualcosa di estremamente prezioso. Nel frattempo, i poteri di Spider Man iniziano a funzionare in modo anomalo e presto Peter si trova a cercare di combattere una sconcertante evoluzione.



Spider-Man: Brand New Day è una ripartenza che riporta il personaggio verso avventure più urbane e meno metafisiche, ma che lo costringe anche ad andare avanti e ad accantonare l'idea adolescenziale di essere un solitario.



Destin Daniel Cretton si conferma un regista tra i più promettenti della nuova ondata Marvel: dopo aver convinto già con Shang-chi e la leggenda dei Dieci Anelli e con l'ottima serie tv Wonder Man, ora dimostra di sapere maneggiare anche le complesse acrobazie aeree dell'Uomo Ragno. Si avvale ancora una volta del coreografo Peng Zhang e, grazie alla fisicità di Tom Holland che ha una formazione anche da ballerino, realizza stunt impressionanti, più concreti di quelli che si erano visti in passato. Convince meno, per quanto divertente, il rapporto tra Peter Parker e Frank Castle, che appare come uno zio burbero più di quanto ci si aspetti da un personaggio duro e tormentato come il Punitore. L'identità della misteriosa villain interpretata da Sadie Sink è stata protetta in promozione da un fitto segreto e quindi sarebbe criminale svelarne alcunché. Ci limitiamo a dire che la rivelazione su di lei è davvero forte e che, soprattutto, l'arco narrativo del suo personaggio è in linea con i temi del film.



Al di là della spettacolarità delle avventure di Spider-Man, dove spiccano in particolare combattimenti con i ninja della Mano e con Hulk, il film dà il meglio di sé sul fronte umano in particolare nel rapporto con Ned e MJ, che non si ricordano di Peter ma che lui non può dimenticare. Il confronto con loro inizia quando durante un party parte in sottofondo il brano di Tame Impala Loser, il cui testo è particolarmente appropriato alla situazione. Recita infatti: "Tried to correct it, I think I wrecked it", chiaramente riferito alla vita che Peter ha cercato di aggiustare e che ora capisce di aver finito per sfasciare. In questo senso è un'interessante contraltare del protagonista il personaggio di Frank Castle, che a differenza di Peter ha visto la sua vita distrutta da una tragedia ed è costretto alla solitudine, mentre la scelta del supereroe di nascondere la propria identità all'amico Ned e a MJ per proteggerli è ancora reversibile. La villain del film si trova a sua volta in una situazione simile, in cui è ancora in tempo per fare un passo indietro e salvarsi da un cammino solitario e autodistruttivo.



Riguardo poi il tema della mutazione il dottor Banner, ossia l'incredibile Hulk, cerca di controllare il suo mostruoso alter ego con la tecnologia, ispirando l'eroe a fare lo stesso con la propria mutazione in corso. Se per Banner però si tratta di una scelta quasi obbligata, perché Hulk è davvero una forza incontrollabile, la mutazione in corso di Peter è invece ancora misteriosa e tutta da scoprire. Infine, di nuovo, la villain ha un arco parallelo a quello del protagonista, perché a sua volta le sue capacità si evolveranno nel corso del film, ma sarà contraria all'idea di castrarle attraverso la tecnologia. Queste metamorfosi, per quanto fantastiche, sono naturalmente metafore del processo di crescita e maturazione di ogni ragazzo o ragazza, e i film di Spider-Man, in particolare questi con Tom Holland, continuano così ad avere i caratteri di un cinema di formazione, iperbolico nella forma ma, nei casi più felici, umano nella sostanza.
SUNNY DANCER
Loc
Ivy ha 17 anni e la sua leucemia è in remissione. I genitori, Bob e Karen, decidono di mandarla ad un campo estivo per ragazzi che hanno affrontato malattie simili alla sua, convinti che la aiuterà ad uscire da quella distanza emotiva che Ivy ha messo fra sé e il mondo. La ragazza parte controvoglia, molto scettica sulle possibilità di divertirsi, e invece fa subito amicizia con la sua scombinata compagna di bungalow, la vulcanica Ella, il cui obiettivo per quella vacanza è perdere la verginità con l'istruttore palestrato Tristan. Ella fa parte di un gruppetto di aficionados del campo estivo che comprende i due amici Maisie e Ralph, sempre intenti a battibeccare fra loro, il timido Archie detto Spandex e il bel Jake, spiritoso e affascinante ma soggetto a frequenti attacchi di panico. Fra Ivy e Jake il feeling è immediato, e l'interazione con il gruppo coinvolgerà Ivy emotivamente come non le succedeva da tempo, spingendola anche a trasgredire le regole del campo, per il disappunto del direttore Patrick.

Scritto, diretto e prodotto da George Jaques, attore e regista 26enne già al suo secondo film dopo Black Dog e fondatore di una sua casa di produzione indie già da adolescente, Sunny Dancer entra a gamba tesa nel filone delle sick-flicks adolescenziali in cui il rapporto fra eros e thanatos è centrale, laddove per eros si intende sia l'amore romanico che l'amicizia. Il film funziona principalmente per due motivi: il primo è una sceneggiatura fresca che, nonostante rispetti alla lettera tutti i topos del genere, riesce a creare interazioni convincenti fra i personaggi e dialoghi accattivanti, imbevuti di ironia ai limiti del cinismo rispetto al tema della malattia, che beneficiano della giovane età del loro autore e del suo avere ancora un buon orecchio per le reali interazioni fra teenagers.

Il secondo è un casting per certi versi controintuitivo, a cominciare dai genitori di Ivy, interpretati dalla inedita coppia fra James Norton e Jessica Gunning (la protagonista della serie Baby Reindeer). Questo ribaltamento dei canoni estetici si estende anche al casting di Bella Ramsey nel ruolo centrale di Ivy combinato con quello di Ruby Stokes nel ruolo di Ella: al netto di una battuta sulla rispettiva avvenenza, è Ivy l'eroina romantica della storia mentre ad Ella è affidata la parte dell'eterna aspirante al ruolo. Anche Neil Patrick Harris nella parte del direttore del campo estivo è in qualche modo un casting insolito nei panni di un uomo etero che si lascia spesso andare a momenti performativi queer. Earl Cave, figlio del cantautore Nick, si fa notare nella parte del semi dark Ralph, e c'è anche il cameo di un altro celebre cantautore inglese che non possiamo rivelare per non fare spoiler, mentre Conrad Khan, reduce dalla serie Peaky Blinders, nell'interpretazione del timido Archie sembra una copia (gradevolmente) impacciata di Harry Styles.

In tutta la messa in scena ci sono un'allegria e un'ironia very British (l'intera produzione è inglese) che sdoganano (in parte) la storia dalle trappole del classico sick flick, anche se una certa furbizia commerciale, particolarmente evidente in una svolta finale surreale della quale non si sentiva il bisogno, è ben presente in tutti i passaggi della storia. Ma Sunny Dancer resta un teen movie godibile, e il merito è soprattutto dell'abilità recitativa di Bella Ramsey, che dopo le serie Il trono di spade e The Last of Us si conferma prim'attrice di razza, e Ruby Stokes, irresistibile anche fuori dalle crinoline di Bridgerton, dove ha interpretato Francesca, e dai panni della cacciatrice di fantasmi di Lockwood & Co.
THE DOG STARS - LE STELLE DOPO LA FINE
Loc
In un mondo post apocalittico, un virus annienta l'umanità. I sopravvissuti dovranno vedersela con degli spazzini vaganti chiamati Mietitori. Il protagonista Hig, un pilota, sopravvisse all'influenza ma perse la moglie.
TONY - DIARIO DI UN GIOVANE CUOCO
Loc
1975. Tony è uno studente diciannovenne iscritto al Vassar College che sogna di diventare uno scrittore e concorre per una borsa di studio che finanzi lo sviluppo di un suo primo, ipotetico romanzo. È convinto di avere in tasca quella borsa grazie alla sua parlantina, e ci tiene soprattutto a convincere sua madre di non essere il cialtrone che lei crede. È anche innamorato di una compagna di scuola, Nancy, e per farsi bello con lei le assicura di avere già vinto quel riconoscimento. Quando scopre che invece è andato a un'altra studentessa decide di partire per Provincetown, la cittadina balneare di Cape Cod dove Nancy si è trasferita per l'estate, convinto di poterla conquistare. A Provincetown Tony trova lavoro come lavapiatti presso un fast food di pesce capitanato da Ciro, un individuo latinoamericano bizzarro ma generoso, e popolato da uno staff sui generis fra cui spicca Sal, tanto carismatico quanto collerico e ingestibile. Sarà questa la sua improbabile introduzione al mondo dell'alta cucina che lo renderà celebre nel mondo.

Tony, diretto dal regista indipendente Matt Johnson e scritto da Todd Bartels e Lou Howe, narra gli inizi della vita professionale del celebre cuoco, scrittore e personalità televisiva Anthony Bourdain, attingendo liberamente ad alcuni episodi narrati nel memoir "Kitchen Confidential".

È il ritratto affettuoso di una personalità complessa e originale, ma anche di un ragazzo minato da una profonda insicurezza, confuso e scombinato, in cerca della propria identità e in balia dei propri desideri scomposti.

Johnson sceglie di uscire dai canoni standard del biopic agiografico e racconta il suo protagonista attraverso una costruzione altrettanto (deliberatamente) sconclusionata e caotica, come se il film stesso fosse in preda allo sturm und drang e alla confusone esistenziale di Tony. Gli altri personaggi del film, in particolare Sal, ma anche i suoi compagni di lavoro e il capo Ciro, sono personalità altrettanto anomale e imprevedibili, e questo rende il racconto divertente e la messa in scena originale e convincente proprio nella sua eccentricità. Tony è un bugiardo compulsivo non tanto perché voglia ingannare il prossimo, quanto perché cerca disperatamente di inventarsi un'identità più interessante della propria e di attribuirsi un talento che teme di non possedere.

A incarnare il giovane Bourdain è uno degli attori giovani più promettenti della scena cinematografica indipendente americana, Dominic Sessa, che abbiamo visto tenere testa a Paul Giamatti in The Holdovers - Lezioni di vita ed esibirsi come mago truffatore in Now You See Me Now You Don't. Ma il vero mattatore del film è Ciro, il cuoco interpretato da Antonio Banderas con un mix di bonomia e follia che è profondamente nelle corde dell'attore spagnolo. Completano il cast Leo Woodall nei panni del vulcanico Sal, Emilia Jones in quelli di Nancy e il comico e podcaster Stavros Halkias, visto recentemente in Bugonia, nel ruolo dell'aiuto cuoco Stavros.

Tony è più un coming of age che un biopic, nel senso che non è facile, e del resto non è così importante, riconoscere nel protagonista l'Anthony Bourdain curioso e socievole (ma anche supercool) che abbiamo apprezzato attraverso le sue trasmissioni televisive (e la sua storia con Asia Argento), perché la trama funziona lo stesso, anche se illuminare la follia e la fragilità, nonché il desiderio di accettazione, del protagonista da giovane gettano una luce particolare sul suicidio del celebre cuoco, avvenuto nel 2018 a 61 anni. Johnson fa di Bourdain una sorta di Martin Eden, e del suo film un'ode stravagante a tutte le persone fuori dal comune, nonché al bisogno di ognuno di noi di essere visto e riconosciuto nella propria irrinunciabile individualità.
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