19/10/2026 - Promozione Pizzeria "Il Rustichetto" Menu Pizza Completo 13,50€ a persona con antipasti vari ed abbondanti, pizza a scelta, dessert, bevanda e coperto, tutto incluso in uno strepitoso prezzo da non perdere. Antipasto: Misto Caldo con patatine, panelle, ...continua a leggere
Diamond Card - Sconti in ristoranti, cinema e shopping a Palermo
Diamond Card è la carta sconti che ti fa risparmiare fino al 50% in ristoranti, cinema, alberghi, farmacie, centri estetica, carburante, shopping e tanto altro! Ottieni subito uno sconto in ristoranti, pizzerie, cinema, teatri e tanto altro a Palermo, Trapani, Agrigento, Messina, Siracusa, Ragusa e Catania.Nuovi convenzionati
Promozioni e Eventi
Menù Pizza completo al Rustichetto a soli 13,50€
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Nuova versione dell'app Diamond Card
06/10/2026 - Abbiamo creato un'app tutta nuova! Vai su Google Play per Android o Play Store per iOS e scarica l'ultima versione per non perderti tutte le novità di Diamond Card
06/10/2026 - Abbiamo creato un'app tutta nuova! Vai su Google Play per Android o Play Store per iOS e scarica l'ultima versione per non perderti tutte le novità di Diamond Card
"Caravaggio" al Teatro Massimo - Biglietti al 50%
19/06/2026 - Offerta Diamond Card per le recite del 25 e 26 giugno 2026 Debutta al Teatro Massimo il balletto "Caravaggio", spettacolo che esplora il genio e il tormento del celebre pittore attraverso un linguaggio intenso e contemporaneo. La coreografia è di ...continua a leggere
19/06/2026 - Offerta Diamond Card per le recite del 25 e 26 giugno 2026 Debutta al Teatro Massimo il balletto "Caravaggio", spettacolo che esplora il genio e il tormento del celebre pittore attraverso un linguaggio intenso e contemporaneo. La coreografia è di ...continua a leggere
Al Teatro Massimo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali" Biglietti al 50%
27/04/2026 - Al Teatro Massimo di Palermo, martedì 28 e giovedì 30 aprile 2026 con tariffe ridotte del 50%, uno dei titoli più esilaranti e dissacranti del repertorio buffo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali," di Gaetano Donizetti. Un'opera che ...continua a leggere
27/04/2026 - Al Teatro Massimo di Palermo, martedì 28 e giovedì 30 aprile 2026 con tariffe ridotte del 50%, uno dei titoli più esilaranti e dissacranti del repertorio buffo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali," di Gaetano Donizetti. Un'opera che ...continua a leggere
Cartone Cialde in omaggio da Regina Carola Caffè
06/02/2026 - Da Regina Carola Caffè ogni 4 cartoni da 80 cialde Pop Caffè Intenso Piacere (Espresso Made in Italy), 1 cartone in omaggio. Singolo cartone da 80 cialde a 11€ invece di 13€. Consegna a domicilio gratuita Regina Carola Caffè Via Dante ...continua a leggere
06/02/2026 - Da Regina Carola Caffè ogni 4 cartoni da 80 cialde Pop Caffè Intenso Piacere (Espresso Made in Italy), 1 cartone in omaggio. Singolo cartone da 80 cialde a 11€ invece di 13€. Consegna a domicilio gratuita Regina Carola Caffè Via Dante ...continua a leggere
Le Palme Atelier da Monnalisa Calzature
22/12/2025 - Le Palme Atelier arriva a Palermo! Ti aspetta nella Boutique Monnalisa Calzature a Piazza Castelnuovo 43, martedì 23 Dicembre 2025 dalle 17 alle 20 per la presentazione dei loro stupendi foulard ispirati all'arte siciliana.
22/12/2025 - Le Palme Atelier arriva a Palermo! Ti aspetta nella Boutique Monnalisa Calzature a Piazza Castelnuovo 43, martedì 23 Dicembre 2025 dalle 17 alle 20 per la presentazione dei loro stupendi foulard ispirati all'arte siciliana.
Rinascente Shopping Day 16 Aprile 2025 - Sconti fino al 30%
15/04/2025 - Mercoledì 16 Aprile 2025 dalle 10:00 alle 21:00 avrà luogo alla Rinascente di Via Roma 289 a Palermo il Rinascente Shopping Day, un evento eccezionale dedicato unicamente ai possessori della Diamond Card! Sconti fino al 30% su nuove collezioni ...continua a leggere
15/04/2025 - Mercoledì 16 Aprile 2025 dalle 10:00 alle 21:00 avrà luogo alla Rinascente di Via Roma 289 a Palermo il Rinascente Shopping Day, un evento eccezionale dedicato unicamente ai possessori della Diamond Card! Sconti fino al 30% su nuove collezioni ...continua a leggere
Diamond Card ti regala un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna
07/02/2025 - Acquista la tua Diamond Card e riceverai un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna! 20 Biglietti per fare divertire i tuoi piccoli in giostre, trenini e gonfiabili.
07/02/2025 - Acquista la tua Diamond Card e riceverai un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna! 20 Biglietti per fare divertire i tuoi piccoli in giostre, trenini e gonfiabili.
Campagna pubblicitaria Diamond Card Autobus Amat
05/11/2024 - Sali a bordo della convenienza! Parte la nuova campagna pubblicitaria Diamond Card su autobus di linea Amat. Per tutto il mese di novembre 2024 potrai vedere in giro per Palermo 15 autobus con la nuova veste grafica Diamond Card. Se li trovi, scatta una foto e taggaci ...continua a leggere
05/11/2024 - Sali a bordo della convenienza! Parte la nuova campagna pubblicitaria Diamond Card su autobus di linea Amat. Per tutto il mese di novembre 2024 potrai vedere in giro per Palermo 15 autobus con la nuova veste grafica Diamond Card. Se li trovi, scatta una foto e taggaci ...continua a leggere
Al cinema
CLAYFACE
Una creatura mutaforma fatta di argilla magica infesta Gotham City, alternandosi tra il ruolo di antagonista e quello di alleato di Batman. Nel corso degli anni, diverse figure tragiche hanno indossato il mantello di Clayface.
Una creatura mutaforma fatta di argilla magica infesta Gotham City, alternandosi tra il ruolo di antagonista e quello di alleato di Batman. Nel corso degli anni, diverse figure tragiche hanno indossato il mantello di Clayface.
DIO RIDE
Nel cuore del '600 c'è un uomo che parla di Dio come nessuno aveva fatto prima di lui: è Frate Leopoldo da Casamacchia che racconta il Vangelo con una gioia contagiosa portando, a chi lo ascolta, sollievo e speranza. Il suo messaggio si diffonde di villaggio in villaggio, conquistando il cuore di migliaia di persone che iniziano a seguirlo ovunque. Un clamore che porta il Papa ad affidare il caso al cardinale Maculani, il più autorevole inquisitore del suo tempo. Quello che nasce come un processo si trasforma in un confronto inatteso, destinato a mettere in discussione convinzioni che sembravano incrollabili. Mentre il destino di Leopoldo sembra ormai segnato, quello di Maculani e di chi come lui è stato colto dal dubbio prende direzioni inattese.
È il film più ambizioso e riuscito del regista Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino in uno dei vertici della sua carriera insieme a Silvio Orlando che, con il personaggio del cardinale Maculani, aggiunge un tassello ai suoi sempre più convincenti ruoli ecclesiastici.
Già dall'incipit risulta chiaro che Giovanni Veronesi, nella lunga sequenza in cui Fra Leopoldo si carica letteralmente sulle spalle il suo priore malato (un commovente Paolo Rossi) per le campagne toscane, abbia lavorato su una regia molto studiata che, oltre all'utilizzo della macchina da presa a spalla che li pedina, è alla ricerca della luce naturale giusta, immergendoci da subito proprio nell'ambiente che tanta importanza avrà nel proseguo del racconto per la sua funzione narrativa. Infatti Fra Leopoldo che, più che predicare, mette in scena dei racconti orali da attore consumato davanti a un pubblico che inizia a seguirlo sempre più numeroso, lo fa sempre all'aperto. La sua caratteristica di ridurre all'essenza le vicende delle Scritture, con l'aggiunta di una nota ironica che arriva diretta a tutto il suo pubblico che è molto largo, dai bambini agli anziani, lo porta a farsi capire in maniera diretta e naturale. Questi momenti sono tutti sempre in esterni, in mezzo alla natura appunto, che sia un lago o una radura o lo spazio di una cava dove lui trova riparo in una grotta. La natura, più vicina agli uomini semplici, è volutamente contrapposta alla Chiesa ufficiale con gli spazi non certo angusti ma chiusi dei palazzi sfarzosi in cui si muove il cardinale Maculani, il tribunale della Santa Inquisizione e naturalmente il Papa Innocenzo X interpretato con la solita forza incisiva da Carlo Cecchi nella sua ultima grande apparizione al cinema.
Questa dicotomia rispecchia anche la cesura ideologica tra una Chiesa, quella francescana del frate più vicina alla povera gente (il film si chiude non a caso con una citazione di Papa Francesco: «Si può ridere anche di Dio? Certo, non è una bestemmia questa, come si gioca e si scherza con le persone che amiamo») e quella appunto chiusa nei palazzi e nelle chiese dove la liturgia veniva celebrata in latino. Fra Leopoldo invece parla come gli viene - è pure analfabeta - in una sorta di volgare italiano (Favino in questo è strepitoso perché ha un dono nel rendere in maniera molto originale i diversi parlati) che conquista non solo il suo pubblico (e noi spettatori), ma anche un altro personaggio del film, quello della giovane nobile Isabella (Alma Noce che conferma la sua serietà attoriale) sposata e vessata da un proprietario terriero violento. La donna trova proprio nell'ascolto di Fra Leopoldo la forza per uscire, fisicamente, prima dalle grandi stanze del suo palazzo, e poi dalla sua condizione di sottomissione. Apparente gracile e indifesa, come l'attrice stessa, Isabella esce fuori come un personaggio forte e proiettato nel futuro, insomma una protofemminista.
La sceneggiatura, scritta a dieci mani, vuole ovviamente inserire la vicenda ambientata nel '600 all'interno di tematiche che risuonino anche oggi. Per farlo Veronesi abbandona gli stilemi della sua amata commedia all'italiana e del suo maestro Mario Monicelli per coniugare un racconto che ha il respiro del cinema popolare insieme a una tensione storica, religiosa ma anche civile, che arriva diretta allo spettatore.
Nel cuore del '600 c'è un uomo che parla di Dio come nessuno aveva fatto prima di lui: è Frate Leopoldo da Casamacchia che racconta il Vangelo con una gioia contagiosa portando, a chi lo ascolta, sollievo e speranza. Il suo messaggio si diffonde di villaggio in villaggio, conquistando il cuore di migliaia di persone che iniziano a seguirlo ovunque. Un clamore che porta il Papa ad affidare il caso al cardinale Maculani, il più autorevole inquisitore del suo tempo. Quello che nasce come un processo si trasforma in un confronto inatteso, destinato a mettere in discussione convinzioni che sembravano incrollabili. Mentre il destino di Leopoldo sembra ormai segnato, quello di Maculani e di chi come lui è stato colto dal dubbio prende direzioni inattese.
È il film più ambizioso e riuscito del regista Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino in uno dei vertici della sua carriera insieme a Silvio Orlando che, con il personaggio del cardinale Maculani, aggiunge un tassello ai suoi sempre più convincenti ruoli ecclesiastici.
Già dall'incipit risulta chiaro che Giovanni Veronesi, nella lunga sequenza in cui Fra Leopoldo si carica letteralmente sulle spalle il suo priore malato (un commovente Paolo Rossi) per le campagne toscane, abbia lavorato su una regia molto studiata che, oltre all'utilizzo della macchina da presa a spalla che li pedina, è alla ricerca della luce naturale giusta, immergendoci da subito proprio nell'ambiente che tanta importanza avrà nel proseguo del racconto per la sua funzione narrativa. Infatti Fra Leopoldo che, più che predicare, mette in scena dei racconti orali da attore consumato davanti a un pubblico che inizia a seguirlo sempre più numeroso, lo fa sempre all'aperto. La sua caratteristica di ridurre all'essenza le vicende delle Scritture, con l'aggiunta di una nota ironica che arriva diretta a tutto il suo pubblico che è molto largo, dai bambini agli anziani, lo porta a farsi capire in maniera diretta e naturale. Questi momenti sono tutti sempre in esterni, in mezzo alla natura appunto, che sia un lago o una radura o lo spazio di una cava dove lui trova riparo in una grotta. La natura, più vicina agli uomini semplici, è volutamente contrapposta alla Chiesa ufficiale con gli spazi non certo angusti ma chiusi dei palazzi sfarzosi in cui si muove il cardinale Maculani, il tribunale della Santa Inquisizione e naturalmente il Papa Innocenzo X interpretato con la solita forza incisiva da Carlo Cecchi nella sua ultima grande apparizione al cinema.
Questa dicotomia rispecchia anche la cesura ideologica tra una Chiesa, quella francescana del frate più vicina alla povera gente (il film si chiude non a caso con una citazione di Papa Francesco: «Si può ridere anche di Dio? Certo, non è una bestemmia questa, come si gioca e si scherza con le persone che amiamo») e quella appunto chiusa nei palazzi e nelle chiese dove la liturgia veniva celebrata in latino. Fra Leopoldo invece parla come gli viene - è pure analfabeta - in una sorta di volgare italiano (Favino in questo è strepitoso perché ha un dono nel rendere in maniera molto originale i diversi parlati) che conquista non solo il suo pubblico (e noi spettatori), ma anche un altro personaggio del film, quello della giovane nobile Isabella (Alma Noce che conferma la sua serietà attoriale) sposata e vessata da un proprietario terriero violento. La donna trova proprio nell'ascolto di Fra Leopoldo la forza per uscire, fisicamente, prima dalle grandi stanze del suo palazzo, e poi dalla sua condizione di sottomissione. Apparente gracile e indifesa, come l'attrice stessa, Isabella esce fuori come un personaggio forte e proiettato nel futuro, insomma una protofemminista.
La sceneggiatura, scritta a dieci mani, vuole ovviamente inserire la vicenda ambientata nel '600 all'interno di tematiche che risuonino anche oggi. Per farlo Veronesi abbandona gli stilemi della sua amata commedia all'italiana e del suo maestro Mario Monicelli per coniugare un racconto che ha il respiro del cinema popolare insieme a una tensione storica, religiosa ma anche civile, che arriva diretta allo spettatore.
DRACULA DI BRAM STOKER
A fine Ottocento, in seguito alla follia di R.M. Renfield, Jonathan Harker deve rinviare il
matrimonio con l'amata Mina Murray per recarsi sui Carpazi, al castello di Dracula. Qui
Jonathan viene segretato e, dopo aver completato l'acquisto di proprietà londinesi per il
nobiluomo, viene lasciato in balia delle tre mogli vampire di Dracula, che lo soggiogano
per diverso tempo. Nel mentre Dracula arriva a Londra e incontra Mina, che aveva già
visto in una foto di Jonathan e aveva riconosciuto come reincarnazione della sua moglie
suicida di secoli addietro. Volendo farla innamorare di sé la separa prima di tutto
dall'amica Lucy, che trasforma in una vampira, ma questo fa sì che uno spasimante di
Lucy chiami in città il professor Van Helsing, che conosce il mito del vampiro e sa come
combatterlo. Intanto però la seduzione di Mina da parte di Dracula ha avuto successo e
ora la giovane donna, pur se promessa sposa, non riesce a dimenticare il magnetico
vampiro.
Dracula di Bram Stoker è un'opera gotica che vince la sfida del tempo,
realizzata con tecniche del cinema delle origini e, anche per questo, per nulla invecchiato.
Ovviamente già nel 1992 tornare a usare le miniature, il viraggio, la doppia esposizione,
l'iride, così come riprese a diverso passo per numero di fotogrammi, era una scelta
estetica precisa, che avvicinava il mito del vampiro all'era in cui era stato scritto il romanzo
e si distanziava radicalmente dai film di mostri di Hammer e Universal. Impiegando
tecniche ormai poco utilizzate, Francis Ford Coppola ne ribadiva l'immortalità tanto quanto
quella del mito del vampiro. Questo sguardo al passato si estende anche alla recitazione,
che spesso è poco naturalistica e non per limiti degli attori, bensì per la volontà del regista
di creare figure dal carattere accentuato, quasi da cinema muto. Allo stesso modo non
vogliono essere realistici i sontuosi costumi realizzati da Eiko Ishioka, con l'indimenticabile
armatura di Dracula che sembra già rappresentare un corpo a cui è stata strappata la
pelle, e sono memorabili anche il lunghissimo mantello del vampiro o l'abito da sposa in
stile elisabettiano di Lucy, tutti elementi visivi forti e originali.
Quello che era controverso nel 1992 e resta controverso ancora oggi è solo il titolo, perché
la sceneggiatura di James V. Hart, per quanto più vicina al romanzo originale degli altri
adattamenti cinematografici (per lo meno di quelli intitolati a Dracula), si distanzia
comunque dal testo di Stoker in più punti chiave. Prima di tutto nel prologo, dove viene
identificato il vampiro con Vlad l'impalatore, una cosa che nel romanzo restava vagamente
implicita. Questa scelta permette di dare al vampiro una origine tragica, perché
effettivamente la prima moglie di Vlad pare sì suicidò convinta non ci fosse scampo
dall'attacco dei turchi.
La morte di questa moglie, a cui il film dà il nome di Elisabeta, e il
rifiuto della Chiesa di salvare la sua anima di suicida, sono il motivo che scatena la furia di
Vlad contro Dio stesso, spingendolo ad abbracciare i poteri delle tenebre e a diventare un
nonmorto. Il vampiro - che qui non viene distrutto dal sole ma solo indebolito da esso -
ritrova poi Elisabeta in Mina, la promessa sposa di Jonathan Harker, e questo cambia
completamente le ragioni del personaggio per giungere a Londra. Anziché deciso a
moltiplicare la propria progenie sul territorio inglese, il Dracula di Coppola è invece un
innamorato osteggiato dal fato, il cui amore è tanto forte da aver resistito lungo "gli oceani
del tempo", ma tanto da dannato da essere ostacolato dalla barriera tra la vita e la morte.
Allo stesso modo Mina non disprezza il vampiro come il mostro che è, anzi cede alla sua
corte, vuoi per i poteri di lui, vuoi perché forse nella sua anima c'è davvero qualcosa di
Elisabeta che ancora ama Dracula. Quale che sia il motivo, il suo personaggio è molto
diverso e lo sarà anche il finale, dove non sono i cacciatori di vampiri a uccidere il mostro,
bensì è Mina a dargli il colpo di grazia, rimanendo chiaramente segnata dall'esperienza di
un amore quasi trascendentale. Infatti Coppola e Hart rinunciano seccamente all'epilogo
del romanzo, dove invece Mina si sposava con Jonathan e aveva anche un figlio, un
ritorno alla normalità fuori tempo massimo e chiaramente inaccettabile per un regista che
ha sempre abbracciato passioni estreme. In compenso ci sono elementi di Stoker ripresi
con fedeltà, come i tre spasimanti di Lucy, il viaggio della Demeter e soprattutto l'uso di
diverse voci narranti con letture di lettere e diari, che restituiscono la forma epistolare del
romanzo. Una trasposizione quindi al tempo stesso corretta eppure personale, sia per la
riscrittura del mito, sia per l'aspetto formale.
A fine Ottocento, in seguito alla follia di R.M. Renfield, Jonathan Harker deve rinviare il
matrimonio con l'amata Mina Murray per recarsi sui Carpazi, al castello di Dracula. Qui
Jonathan viene segretato e, dopo aver completato l'acquisto di proprietà londinesi per il
nobiluomo, viene lasciato in balia delle tre mogli vampire di Dracula, che lo soggiogano
per diverso tempo. Nel mentre Dracula arriva a Londra e incontra Mina, che aveva già
visto in una foto di Jonathan e aveva riconosciuto come reincarnazione della sua moglie
suicida di secoli addietro. Volendo farla innamorare di sé la separa prima di tutto
dall'amica Lucy, che trasforma in una vampira, ma questo fa sì che uno spasimante di
Lucy chiami in città il professor Van Helsing, che conosce il mito del vampiro e sa come
combatterlo. Intanto però la seduzione di Mina da parte di Dracula ha avuto successo e
ora la giovane donna, pur se promessa sposa, non riesce a dimenticare il magnetico
vampiro.
Dracula di Bram Stoker è un'opera gotica che vince la sfida del tempo,
realizzata con tecniche del cinema delle origini e, anche per questo, per nulla invecchiato.
Ovviamente già nel 1992 tornare a usare le miniature, il viraggio, la doppia esposizione,
l'iride, così come riprese a diverso passo per numero di fotogrammi, era una scelta
estetica precisa, che avvicinava il mito del vampiro all'era in cui era stato scritto il romanzo
e si distanziava radicalmente dai film di mostri di Hammer e Universal. Impiegando
tecniche ormai poco utilizzate, Francis Ford Coppola ne ribadiva l'immortalità tanto quanto
quella del mito del vampiro. Questo sguardo al passato si estende anche alla recitazione,
che spesso è poco naturalistica e non per limiti degli attori, bensì per la volontà del regista
di creare figure dal carattere accentuato, quasi da cinema muto. Allo stesso modo non
vogliono essere realistici i sontuosi costumi realizzati da Eiko Ishioka, con l'indimenticabile
armatura di Dracula che sembra già rappresentare un corpo a cui è stata strappata la
pelle, e sono memorabili anche il lunghissimo mantello del vampiro o l'abito da sposa in
stile elisabettiano di Lucy, tutti elementi visivi forti e originali.
Quello che era controverso nel 1992 e resta controverso ancora oggi è solo il titolo, perché
la sceneggiatura di James V. Hart, per quanto più vicina al romanzo originale degli altri
adattamenti cinematografici (per lo meno di quelli intitolati a Dracula), si distanzia
comunque dal testo di Stoker in più punti chiave. Prima di tutto nel prologo, dove viene
identificato il vampiro con Vlad l'impalatore, una cosa che nel romanzo restava vagamente
implicita. Questa scelta permette di dare al vampiro una origine tragica, perché
effettivamente la prima moglie di Vlad pare sì suicidò convinta non ci fosse scampo
dall'attacco dei turchi.
La morte di questa moglie, a cui il film dà il nome di Elisabeta, e il
rifiuto della Chiesa di salvare la sua anima di suicida, sono il motivo che scatena la furia di
Vlad contro Dio stesso, spingendolo ad abbracciare i poteri delle tenebre e a diventare un
nonmorto. Il vampiro - che qui non viene distrutto dal sole ma solo indebolito da esso -
ritrova poi Elisabeta in Mina, la promessa sposa di Jonathan Harker, e questo cambia
completamente le ragioni del personaggio per giungere a Londra. Anziché deciso a
moltiplicare la propria progenie sul territorio inglese, il Dracula di Coppola è invece un
innamorato osteggiato dal fato, il cui amore è tanto forte da aver resistito lungo "gli oceani
del tempo", ma tanto da dannato da essere ostacolato dalla barriera tra la vita e la morte.
Allo stesso modo Mina non disprezza il vampiro come il mostro che è, anzi cede alla sua
corte, vuoi per i poteri di lui, vuoi perché forse nella sua anima c'è davvero qualcosa di
Elisabeta che ancora ama Dracula. Quale che sia il motivo, il suo personaggio è molto
diverso e lo sarà anche il finale, dove non sono i cacciatori di vampiri a uccidere il mostro,
bensì è Mina a dargli il colpo di grazia, rimanendo chiaramente segnata dall'esperienza di
un amore quasi trascendentale. Infatti Coppola e Hart rinunciano seccamente all'epilogo
del romanzo, dove invece Mina si sposava con Jonathan e aveva anche un figlio, un
ritorno alla normalità fuori tempo massimo e chiaramente inaccettabile per un regista che
ha sempre abbracciato passioni estreme. In compenso ci sono elementi di Stoker ripresi
con fedeltà, come i tre spasimanti di Lucy, il viaggio della Demeter e soprattutto l'uso di
diverse voci narranti con letture di lettere e diari, che restituiscono la forma epistolare del
romanzo. Una trasposizione quindi al tempo stesso corretta eppure personale, sia per la
riscrittura del mito, sia per l'aspetto formale.
FAST & FURIOUS
Per la strade di Los Angeles, gli amanti di motori e velocità competono in gare clandestine, sfrecciando su automobili dalle carene fiammanti e dai carburanti pompati a protossido di azoto. Incaricato di indagare su un clan di rapinatori che trafugano camion in corsa, il giovane agente Brian O'Conner si addentra sotto copertura nel mondo delle corse illegali entrando in contatto con il nerboruto Dominic Toretto, un esperto meccanico ed eccezionale pilota. Dopo aver perso una corsa contro di lui, Brian riesce a metterlo in salvo dalla polizia e da quel momento si aprono per lui le porte del garage e della famiglia di Toretto, dove non proprio tutti sono bendisposti ad accoglierlo.
Point Break, dieci anni dopo. I giovani californiani ribelli danno espressione alla loro volontà di potenza non più sulle tavole da surf e tramite rapine a mano armata, ma a bordo di macchine da corsa truccate con cui disputano gare illegali e compiono saccheggi lanciati a tutta velocità. Per il resto, poco è cambiato, o meglio tutto.
La storia del giovane poliziotto infiltrato che subisce il fascino del carismatico fuorilegge libertario, mostra come anche quando la partitura resta la stessa possa cambiare la musica. Sullo stesso scheletro narrativo di Point Break, Fast & Furious mostra nuova pelle e nuovi muscoli, molto più abbronzati e anabolizzati per assecondare le tendenze estetiche e i bioritmi adrenalinici dell'action negli anni Duemila. Rispetto al film della Bigelow, l'involuzione è evidente: svanisce completamente l'istinto di vita audace e temerario del personaggio di Patrick Swayze, così come la profondità del rapporto di fascinazione che lo lega a Keanu Reeves, a tutto vantaggio delle pulsioni ormonali, del desiderio primario di frenesia e concitazione delle sequenze d'azione. Al suo film-modello, Fast & Furious riserva lo stesso trattamento di restauro e modernizzazione che applica alle auto esibite: esemplari di macchine sportive più o meno recenti sottoposti al fulgore delle vernici metallizzate che tutto riflettono e alimentate da esplosioni di Nos che coprono ogni altro suono possibile. All'interno di questo regime del riciclo, quel che va perduto in attrazione superomistica dei surfisti-filosofi, viene compensato da qualche nozione di meccanica, un gergo di strada e continui movimenti di macchina che scivolano agili fra automobili in corsa e pugni sferrati. Così, più veloce che furioso, ed emanando più odore di gas che di gomma bruciata, il film scorre rapido e spedito senza prendere né rischi né curve troppo strette, come pilotato da un abile stuntman quale dimostra di essere il regista Rob Cohen, esperto in B-movie di riciclaggio estremo (Dragonheart; Daylight).
Con Fast & Furious ha la prontezza di cogliere un momento in cui la personalizzazione di motori e carenature diviene una pratica di esibizione di forza, al pari di muscoli e tatuaggi, e di saperne valorizzare l'aspetto spettacolare, adrenalinico, fracassone. Ci sono dentro tutti gli elementi di una cultura hip hop, che per quanto esteticamente rozza ed eticamente discutibile, possiede un suo ritmo e un certo spirito gaudente. D'altronde, come cantano gli Articolo 31, "il tamarro è sempre in voga perché non è di moda mai".
Per la strade di Los Angeles, gli amanti di motori e velocità competono in gare clandestine, sfrecciando su automobili dalle carene fiammanti e dai carburanti pompati a protossido di azoto. Incaricato di indagare su un clan di rapinatori che trafugano camion in corsa, il giovane agente Brian O'Conner si addentra sotto copertura nel mondo delle corse illegali entrando in contatto con il nerboruto Dominic Toretto, un esperto meccanico ed eccezionale pilota. Dopo aver perso una corsa contro di lui, Brian riesce a metterlo in salvo dalla polizia e da quel momento si aprono per lui le porte del garage e della famiglia di Toretto, dove non proprio tutti sono bendisposti ad accoglierlo.
Point Break, dieci anni dopo. I giovani californiani ribelli danno espressione alla loro volontà di potenza non più sulle tavole da surf e tramite rapine a mano armata, ma a bordo di macchine da corsa truccate con cui disputano gare illegali e compiono saccheggi lanciati a tutta velocità. Per il resto, poco è cambiato, o meglio tutto.
La storia del giovane poliziotto infiltrato che subisce il fascino del carismatico fuorilegge libertario, mostra come anche quando la partitura resta la stessa possa cambiare la musica. Sullo stesso scheletro narrativo di Point Break, Fast & Furious mostra nuova pelle e nuovi muscoli, molto più abbronzati e anabolizzati per assecondare le tendenze estetiche e i bioritmi adrenalinici dell'action negli anni Duemila. Rispetto al film della Bigelow, l'involuzione è evidente: svanisce completamente l'istinto di vita audace e temerario del personaggio di Patrick Swayze, così come la profondità del rapporto di fascinazione che lo lega a Keanu Reeves, a tutto vantaggio delle pulsioni ormonali, del desiderio primario di frenesia e concitazione delle sequenze d'azione. Al suo film-modello, Fast & Furious riserva lo stesso trattamento di restauro e modernizzazione che applica alle auto esibite: esemplari di macchine sportive più o meno recenti sottoposti al fulgore delle vernici metallizzate che tutto riflettono e alimentate da esplosioni di Nos che coprono ogni altro suono possibile. All'interno di questo regime del riciclo, quel che va perduto in attrazione superomistica dei surfisti-filosofi, viene compensato da qualche nozione di meccanica, un gergo di strada e continui movimenti di macchina che scivolano agili fra automobili in corsa e pugni sferrati. Così, più veloce che furioso, ed emanando più odore di gas che di gomma bruciata, il film scorre rapido e spedito senza prendere né rischi né curve troppo strette, come pilotato da un abile stuntman quale dimostra di essere il regista Rob Cohen, esperto in B-movie di riciclaggio estremo (Dragonheart; Daylight).
Con Fast & Furious ha la prontezza di cogliere un momento in cui la personalizzazione di motori e carenature diviene una pratica di esibizione di forza, al pari di muscoli e tatuaggi, e di saperne valorizzare l'aspetto spettacolare, adrenalinico, fracassone. Ci sono dentro tutti gli elementi di una cultura hip hop, che per quanto esteticamente rozza ed eticamente discutibile, possiede un suo ritmo e un certo spirito gaudente. D'altronde, come cantano gli Articolo 31, "il tamarro è sempre in voga perché non è di moda mai".
FRANKIE E LE CREATURE DIMENTICATE
Sopra la grigia e noiosa cittadina di Grubbers Nubbin svetta Castel Grotteschio, che la leggenda vuole abitato da mostri spaventosi. E la leggenda non è lontana dal vero: dentro un laboratorio all'avanguardia, un professore pazzo, sfruttando l'elettricità, infonde la "pseudo vita" nelle strane creature che riesce a mettere insieme utilizzando pezzi di corpi non esattamente corrispondenti tra loro. Ad aiutarlo nell'impresa è la primissima delle creature venute al mondo con questa tecnica: il piccolo Frankie, detto TestaCucita, un ragazzino con la tuta a righe e una parte del cranio rattoppata in modo approssimativo, che mantiene il castello al sicuro e si occupa degli altri mostri. Perché quello che la leggenda non dice è che, oltre che spaventosi, i mostri sono anche spaventati, anzi terrorizzati, all'idea di venire scoperti e inseguiti da una folla inferocita di cittadini. Un giorno, però, è proprio il piccolo Frankie, bisognoso di considerazione e di amicizia, a lasciarsi sedurre dal richiamo dello scalcagnato circo itinerante di Fulberto Trovamostri e a lasciare il castello e le creature amiche per inseguire il sogno di essere adorato dai cittadini, fosse anche solo perché riesce a spaventarli a morte.
Attorno al piccolo protagonista di questo colorato film di animazione, basato sul primo libro della serie firmata da Guy Bass, ci sono tutta una serie di grandi temi, trattati con la giusta misura. Si va dal pregiudizio reciproco sulla pericolosità dell'altro, alla denuncia del genitore che non si cura di altro che del proprio obiettivo professionale finendo per dimenticare che i figli hanno anche altri generi di bisogni, alla radiografia di un mondo, quello dello spettacolo, che può apparire inclusivo e ospitale ma solo fino a quando i commerci fioriscono, perché in realtà, per perpetrare il proprio successo, è costretto ad alzare continuamente l'asticella, senza curarsi delle conseguenze. È quel che succede a Frankie: felice di fare la sua parte nel circo, lusingato dalla popolarità raggiunta, si presta a numeri sempre più pericolosi, fino a rischiare di farsi letteralmente smembrare per la gioia delle tasche del manager. Per fortuna che in questa storia c'è una ragazzina: l'assennata Arabella, con la sua backstory di solitudine e sogni ad occhi aperti, ha già capito come si metteranno le cose, deve solo attendere che lo faccia anche Frankie.
Non c'è niente che non conosciamo già, dentro Frankie e le creature dimenticate, dal baby Frankenstein al parco mostri che ricorda quello di Hotel Transylvania all'architettura della cittadina simile alla fantasia steampunk di Boxtrolls, ma non è un problema, perché le gag funzionano e le emozioni hanno il giusto spazio (grazie soprattutto al personaggio di Creatura, "migliorissimo miglior amico" del protagonista). E poi non si può non apprezzare il ruolo narrativo centrale assegnato al dispositivo cinematografico: il filmato didattico - sorta di meta-animazione che TestaCucita usa per istruire i mostri sul pericolo umano e la necessità di vivere reclusi nel castello- si rivelerà, infatti, uno strumento prezioso al momento più opportuno. Come a dire che, dal cinema, c'è solo da imparare.
Sopra la grigia e noiosa cittadina di Grubbers Nubbin svetta Castel Grotteschio, che la leggenda vuole abitato da mostri spaventosi. E la leggenda non è lontana dal vero: dentro un laboratorio all'avanguardia, un professore pazzo, sfruttando l'elettricità, infonde la "pseudo vita" nelle strane creature che riesce a mettere insieme utilizzando pezzi di corpi non esattamente corrispondenti tra loro. Ad aiutarlo nell'impresa è la primissima delle creature venute al mondo con questa tecnica: il piccolo Frankie, detto TestaCucita, un ragazzino con la tuta a righe e una parte del cranio rattoppata in modo approssimativo, che mantiene il castello al sicuro e si occupa degli altri mostri. Perché quello che la leggenda non dice è che, oltre che spaventosi, i mostri sono anche spaventati, anzi terrorizzati, all'idea di venire scoperti e inseguiti da una folla inferocita di cittadini. Un giorno, però, è proprio il piccolo Frankie, bisognoso di considerazione e di amicizia, a lasciarsi sedurre dal richiamo dello scalcagnato circo itinerante di Fulberto Trovamostri e a lasciare il castello e le creature amiche per inseguire il sogno di essere adorato dai cittadini, fosse anche solo perché riesce a spaventarli a morte.
Attorno al piccolo protagonista di questo colorato film di animazione, basato sul primo libro della serie firmata da Guy Bass, ci sono tutta una serie di grandi temi, trattati con la giusta misura. Si va dal pregiudizio reciproco sulla pericolosità dell'altro, alla denuncia del genitore che non si cura di altro che del proprio obiettivo professionale finendo per dimenticare che i figli hanno anche altri generi di bisogni, alla radiografia di un mondo, quello dello spettacolo, che può apparire inclusivo e ospitale ma solo fino a quando i commerci fioriscono, perché in realtà, per perpetrare il proprio successo, è costretto ad alzare continuamente l'asticella, senza curarsi delle conseguenze. È quel che succede a Frankie: felice di fare la sua parte nel circo, lusingato dalla popolarità raggiunta, si presta a numeri sempre più pericolosi, fino a rischiare di farsi letteralmente smembrare per la gioia delle tasche del manager. Per fortuna che in questa storia c'è una ragazzina: l'assennata Arabella, con la sua backstory di solitudine e sogni ad occhi aperti, ha già capito come si metteranno le cose, deve solo attendere che lo faccia anche Frankie.
Non c'è niente che non conosciamo già, dentro Frankie e le creature dimenticate, dal baby Frankenstein al parco mostri che ricorda quello di Hotel Transylvania all'architettura della cittadina simile alla fantasia steampunk di Boxtrolls, ma non è un problema, perché le gag funzionano e le emozioni hanno il giusto spazio (grazie soprattutto al personaggio di Creatura, "migliorissimo miglior amico" del protagonista). E poi non si può non apprezzare il ruolo narrativo centrale assegnato al dispositivo cinematografico: il filmato didattico - sorta di meta-animazione che TestaCucita usa per istruire i mostri sul pericolo umano e la necessità di vivere reclusi nel castello- si rivelerà, infatti, uno strumento prezioso al momento più opportuno. Come a dire che, dal cinema, c'è solo da imparare.
ICE CREAM MAN
Nella cittadina di XXX arriva dal nulla un misterioso camioncino dei gelati: la notte stessa gli adolescenti che hanno ingerito uno dei dolci del misterioso gelataio si trasformano in sadici killer dei propri genitori, insegnanti e adulti in genere con cui hanno a che fare. I pochi sopravvissuti al "contagio" demoniaco studieranno un piano per liberare XXX dalla maledizione, attraverso un macabro rituale.
Da subito, Ice Cream Man dichiara le proprie intenzioni: esibire il gore più sfrenato su un impianto da commedia adolescenziale, quasi che le risate possano stemperare la vista di corpi martoriati e sventramenti.
Il principio è quello di una high school comedy precipitata in un incubo splatter, nel quale la violenza più estrema diventa una gag e il disgusto una reazione da mettere alla prova. Bambini e adolescenti si accaniscono su corpi, il sangue scorre a fiotti, la morte perde ogni solennità per trasformarsi in un numero da circo. La domanda, neppure troppo nascosta sotto la coltre di sangue finto, è se siamo ormai talmente assuefatti alle immagini estreme da poter ridere di qualsiasi cosa. Esiste ancora una differenza tra mettere in scena un gruppo di bambini che infierisce sul cadavere di un insegnante e un cartoon sulle disavventure di Wile E. Coyote, schiacciato, triturato o fatto esplodere dal suo stesso arsenale?
Più che un film, Ice Cream Man sembra allora un esperimento scientifico, una specie di test di laboratorio condotto sulle reazioni dello spettatore. Eli Roth dispone sul tavolo operatorio il corpo del cinema horror e ne saggia la soglia di tolleranza, alternando l'orrore alla risata, la repulsione al compiacimento. Il problema è che la riflessione teorica sullo sguardo prevale nettamente sul valore intrinseco dell'opera, talmente trascurabile da apparire quasi intenzionalmente tale. Come se la sciatteria della messa in scena, la povertà dell'invenzione e la natura derivativa del racconto fossero parte integrante di una strategia: non importa quanto sia brutto il film, purché riesca a farci sentire in colpa per aver riso.
Ma il gioco funziona soltanto fino a un certo punto. Perché la trasgressione, quando diventa un automatismo, rischia di perdere proprio quella carica sovversiva che vorrebbe rivendicare. La provocazione non basta a produrre un discorso, così come accumulare cadaveri non equivale a costruire una progressione drammatica. Roth sembra affidarsi alla quantità più che alla qualità, al rilancio continuo più che alla precisione, con l'idea che ogni nuovo eccesso possa superare il precedente e garantire un ulteriore scossone. Il risultato è un'escalation che finisce per anestetizzare anziché sorprendere: dopo un po', anche il più fantasioso dei massacri rischia di diventare routine.
Del resto, sul piano dello stile e dei contenuti, Ice Cream Man pesca a piene mani da un immaginario horror già ampiamente metabolizzato. Le nenie infantili rimandano inevitabilmente a Nightmare, i gruppi di bambini assassini evocano Il villaggio dei dannati, mentre il compiacimento anatomico e la trasformazione della mutilazione in spettacolo chiamano in causa la saga di Terrifier. Non si tratta di semplici citazioni, ma di un repertorio di soluzioni e suggestioni che il film rimastica senza riuscire a restituire loro una vitalità autonoma. L'impressione è quella di una progenie sciagurata, nata dalla convinzione - quella maledetta tradizione grindhouse che via Tarantino ci ha condotto a Eli Roth - che basti esasperare le formule del passato per ottenere qualcosa di nuovo.
Eppure, il paradosso più interessante resta quello che Ice Cream Man lascia aperto senza riuscire davvero a elaborarlo. La violenza cartoon è innocua perché palesemente artificiale, oppure proprio la sua trasformazione in intrattenimento ci abitua a considerare ogni orrore come una variante del gioco? Roth mette in scena una comunità nella quale i confini morali sembrano essersi dissolti, ma non sempre distingue la rappresentazione di questa deriva dalla sua compiaciuta riproduzione. È una differenza sottile, ma decisiva: un film può interrogare la nostra assuefazione alla violenza oppure limitarsi a sfruttarla come argomento di vendita.
Ice Cream Man preferisce la seconda strada, salvo qualche spunto che affiora sotto la superficie sanguinolenta. Più che un'opera capace di rinnovare il cinema estremo, è un catalogo di provocazioni che si interroga, forse involontariamente, sull'esaurimento della provocazione stessa. Se il suo obiettivo è verificare quanto ancora siamo disposti a sopportare prima di distogliere lo sguardo, la risposta non è necessariamente quella sperata: non perché il film sia troppo estremo, ma perché, a forza di gridare, finisce per non avere più niente da dire. E il gelataio del titolo può continuare a distribuire le sue porzioni di orrore, ma il gusto della trasgressione, ormai, sembra essersi sciolto da un pezzo.
Nella cittadina di XXX arriva dal nulla un misterioso camioncino dei gelati: la notte stessa gli adolescenti che hanno ingerito uno dei dolci del misterioso gelataio si trasformano in sadici killer dei propri genitori, insegnanti e adulti in genere con cui hanno a che fare. I pochi sopravvissuti al "contagio" demoniaco studieranno un piano per liberare XXX dalla maledizione, attraverso un macabro rituale.
Da subito, Ice Cream Man dichiara le proprie intenzioni: esibire il gore più sfrenato su un impianto da commedia adolescenziale, quasi che le risate possano stemperare la vista di corpi martoriati e sventramenti.
Il principio è quello di una high school comedy precipitata in un incubo splatter, nel quale la violenza più estrema diventa una gag e il disgusto una reazione da mettere alla prova. Bambini e adolescenti si accaniscono su corpi, il sangue scorre a fiotti, la morte perde ogni solennità per trasformarsi in un numero da circo. La domanda, neppure troppo nascosta sotto la coltre di sangue finto, è se siamo ormai talmente assuefatti alle immagini estreme da poter ridere di qualsiasi cosa. Esiste ancora una differenza tra mettere in scena un gruppo di bambini che infierisce sul cadavere di un insegnante e un cartoon sulle disavventure di Wile E. Coyote, schiacciato, triturato o fatto esplodere dal suo stesso arsenale?
Più che un film, Ice Cream Man sembra allora un esperimento scientifico, una specie di test di laboratorio condotto sulle reazioni dello spettatore. Eli Roth dispone sul tavolo operatorio il corpo del cinema horror e ne saggia la soglia di tolleranza, alternando l'orrore alla risata, la repulsione al compiacimento. Il problema è che la riflessione teorica sullo sguardo prevale nettamente sul valore intrinseco dell'opera, talmente trascurabile da apparire quasi intenzionalmente tale. Come se la sciatteria della messa in scena, la povertà dell'invenzione e la natura derivativa del racconto fossero parte integrante di una strategia: non importa quanto sia brutto il film, purché riesca a farci sentire in colpa per aver riso.
Ma il gioco funziona soltanto fino a un certo punto. Perché la trasgressione, quando diventa un automatismo, rischia di perdere proprio quella carica sovversiva che vorrebbe rivendicare. La provocazione non basta a produrre un discorso, così come accumulare cadaveri non equivale a costruire una progressione drammatica. Roth sembra affidarsi alla quantità più che alla qualità, al rilancio continuo più che alla precisione, con l'idea che ogni nuovo eccesso possa superare il precedente e garantire un ulteriore scossone. Il risultato è un'escalation che finisce per anestetizzare anziché sorprendere: dopo un po', anche il più fantasioso dei massacri rischia di diventare routine.
Del resto, sul piano dello stile e dei contenuti, Ice Cream Man pesca a piene mani da un immaginario horror già ampiamente metabolizzato. Le nenie infantili rimandano inevitabilmente a Nightmare, i gruppi di bambini assassini evocano Il villaggio dei dannati, mentre il compiacimento anatomico e la trasformazione della mutilazione in spettacolo chiamano in causa la saga di Terrifier. Non si tratta di semplici citazioni, ma di un repertorio di soluzioni e suggestioni che il film rimastica senza riuscire a restituire loro una vitalità autonoma. L'impressione è quella di una progenie sciagurata, nata dalla convinzione - quella maledetta tradizione grindhouse che via Tarantino ci ha condotto a Eli Roth - che basti esasperare le formule del passato per ottenere qualcosa di nuovo.
Eppure, il paradosso più interessante resta quello che Ice Cream Man lascia aperto senza riuscire davvero a elaborarlo. La violenza cartoon è innocua perché palesemente artificiale, oppure proprio la sua trasformazione in intrattenimento ci abitua a considerare ogni orrore come una variante del gioco? Roth mette in scena una comunità nella quale i confini morali sembrano essersi dissolti, ma non sempre distingue la rappresentazione di questa deriva dalla sua compiaciuta riproduzione. È una differenza sottile, ma decisiva: un film può interrogare la nostra assuefazione alla violenza oppure limitarsi a sfruttarla come argomento di vendita.
Ice Cream Man preferisce la seconda strada, salvo qualche spunto che affiora sotto la superficie sanguinolenta. Più che un'opera capace di rinnovare il cinema estremo, è un catalogo di provocazioni che si interroga, forse involontariamente, sull'esaurimento della provocazione stessa. Se il suo obiettivo è verificare quanto ancora siamo disposti a sopportare prima di distogliere lo sguardo, la risposta non è necessariamente quella sperata: non perché il film sia troppo estremo, ma perché, a forza di gridare, finisce per non avere più niente da dire. E il gelataio del titolo può continuare a distribuire le sue porzioni di orrore, ma il gusto della trasgressione, ormai, sembra essersi sciolto da un pezzo.
IT ENDS
James, Fisher, Tyler e Day, giovani americani rispettivamente uno di origini coreane, due bianchi e una afroamericana, sono amici che non si frequentano più così assiduamente come una volta. Tyler, che è stato anche nell'esercito, li ha raccolti per un viaggio insieme sulla sua auto. Dopo aver imboccato la strada indicata dal navigatore per raggiungere l'autostrada, le cose prendono però una sinistra piega. Non solo non c'è traccia dell'ulteriore svolta che dovrebbero prendere, ma quando si fermano vengono aggrediti da una folla di disperati, che vuole prendere la loro auto. Fuggono solo per realizzare di essere su una strada che pare senza fine, di certo senza uscite laterali, e ogni volta che si fermano hanno solo poco tempo prima di essere nuovamente assaliti. In compenso l'auto non consuma benzina, non si usura e loro non sentono stanchezza, né fame, né altri bisogni, tanto da chiedersi se sono ancora vivi e cosa abbiano mai fatto per finire in questa sorta di inferno.
It Ends, l'interessante opera prima del giovane Alexander Ullom, ha attraversato diverse vicissitudini prima di arrivare alla meritata distribuzione sulla scia di Backrooms.
Presentato al festival di Austin SXSW e poi in Europa arrivato anche a Sitges, il film datato 2025 era scomparso come avesse imboccato a sua volta una strada senza uscita. Invece ecco che Letterboxd, il social cinefilo, ha deciso lo scorso anno di lanciare un servizio di Video On Demand con singoli acquisti detto Letterboxd Video Store. It Ends era tra i primi titoli annunciati l'8 dicembre 2025 e, solo 10 giorni, dopo il distributore NEON ha annunciato di averne acquisito i diritti. Dopo un'uscita americana apprezzata dalla critica il film arriva così anche nelle sale italiane, dove sembrerà al pubblico una versione on the road di Backrooms anche se lo precede. O meglio precede il film di Kane Parsons, ma Ullom dichiara di essersi ispirato alla serie pubblicata da Parsons su YouTube, quindi si può dire che ne sia comunque figlio.
I quattro giovani, che attraversano uno spazio liminale e si ritrovano in un luogo senza senso, metafisico e infinito come le "stanze sul retro". Non si dividono come negli horror di routine per essere ammazzati uno a uno e anzi condividono uno stato di intimità forzata e prolungata. Viaggeranno infatti insieme per un tempo così lungo da percorrere più e più volte la circonferenza terrestre, addirittura il chilometraggio arriverà a superare quello di un viaggio sulla Luna e ritorno. Chiusi nell'abitacolo, in un luogo che se non è l'inferno è per lo meno un limbo, vivono una situazione simile a quella dei tre protagonisti di "A porte chiuse" di Sartre, e infatti come loro manifestano insofferenza verso il prossimo. In realtà però la morale è esattamente opposta e il film, dopo un tetro crescendo di angoscia, trova un finale beffardo.
Lo spettatore potrebbe facilmente sentirsi preso in giro e di certo Ullom si dev'essere fatto qualche risata mentre giocava a spiazzare le aspettative, ma c'è anche un senso più profondo ossia che l'ossessione per arrivare alla meta ci priva del piacere di trascorrere il tempo con gli altri. Ullom del resto riconduce il soggetto del film a un episodio personale, raccontando di aver attraversato un lungo periodo di depressione per uscirne solo quando un amico gli ha fatto una di quelle domande facete che tanto piacciono ai teenager maschi americani: chi vincerebbe in un combattimento tra un grizzly e un gorilla? Del resto la situazione creata dal film è troppo assurda perché possa ricevere qualsiasi spiegazione sensata, dunque va bene così, che la tensione si sciolga in poco, perché a volte basta davvero poco.
James, Fisher, Tyler e Day, giovani americani rispettivamente uno di origini coreane, due bianchi e una afroamericana, sono amici che non si frequentano più così assiduamente come una volta. Tyler, che è stato anche nell'esercito, li ha raccolti per un viaggio insieme sulla sua auto. Dopo aver imboccato la strada indicata dal navigatore per raggiungere l'autostrada, le cose prendono però una sinistra piega. Non solo non c'è traccia dell'ulteriore svolta che dovrebbero prendere, ma quando si fermano vengono aggrediti da una folla di disperati, che vuole prendere la loro auto. Fuggono solo per realizzare di essere su una strada che pare senza fine, di certo senza uscite laterali, e ogni volta che si fermano hanno solo poco tempo prima di essere nuovamente assaliti. In compenso l'auto non consuma benzina, non si usura e loro non sentono stanchezza, né fame, né altri bisogni, tanto da chiedersi se sono ancora vivi e cosa abbiano mai fatto per finire in questa sorta di inferno.
It Ends, l'interessante opera prima del giovane Alexander Ullom, ha attraversato diverse vicissitudini prima di arrivare alla meritata distribuzione sulla scia di Backrooms.
Presentato al festival di Austin SXSW e poi in Europa arrivato anche a Sitges, il film datato 2025 era scomparso come avesse imboccato a sua volta una strada senza uscita. Invece ecco che Letterboxd, il social cinefilo, ha deciso lo scorso anno di lanciare un servizio di Video On Demand con singoli acquisti detto Letterboxd Video Store. It Ends era tra i primi titoli annunciati l'8 dicembre 2025 e, solo 10 giorni, dopo il distributore NEON ha annunciato di averne acquisito i diritti. Dopo un'uscita americana apprezzata dalla critica il film arriva così anche nelle sale italiane, dove sembrerà al pubblico una versione on the road di Backrooms anche se lo precede. O meglio precede il film di Kane Parsons, ma Ullom dichiara di essersi ispirato alla serie pubblicata da Parsons su YouTube, quindi si può dire che ne sia comunque figlio.
I quattro giovani, che attraversano uno spazio liminale e si ritrovano in un luogo senza senso, metafisico e infinito come le "stanze sul retro". Non si dividono come negli horror di routine per essere ammazzati uno a uno e anzi condividono uno stato di intimità forzata e prolungata. Viaggeranno infatti insieme per un tempo così lungo da percorrere più e più volte la circonferenza terrestre, addirittura il chilometraggio arriverà a superare quello di un viaggio sulla Luna e ritorno. Chiusi nell'abitacolo, in un luogo che se non è l'inferno è per lo meno un limbo, vivono una situazione simile a quella dei tre protagonisti di "A porte chiuse" di Sartre, e infatti come loro manifestano insofferenza verso il prossimo. In realtà però la morale è esattamente opposta e il film, dopo un tetro crescendo di angoscia, trova un finale beffardo.
Lo spettatore potrebbe facilmente sentirsi preso in giro e di certo Ullom si dev'essere fatto qualche risata mentre giocava a spiazzare le aspettative, ma c'è anche un senso più profondo ossia che l'ossessione per arrivare alla meta ci priva del piacere di trascorrere il tempo con gli altri. Ullom del resto riconduce il soggetto del film a un episodio personale, raccontando di aver attraversato un lungo periodo di depressione per uscirne solo quando un amico gli ha fatto una di quelle domande facete che tanto piacciono ai teenager maschi americani: chi vincerebbe in un combattimento tra un grizzly e un gorilla? Del resto la situazione creata dal film è troppo assurda perché possa ricevere qualsiasi spiegazione sensata, dunque va bene così, che la tensione si sciolga in poco, perché a volte basta davvero poco.
JE SO' PAZZO
Un lavoro capace di restituire le luci e le ombre di un'anima ribelle: quella di Pino Daniele. Un viaggio cinematografico che ripercorre gli anni difficili nei vicoli di Napoli, fino al trionfo artistico che lo ha reso una leggenda.
Un lavoro capace di restituire le luci e le ombre di un'anima ribelle: quella di Pino Daniele. Un viaggio cinematografico che ripercorre gli anni difficili nei vicoli di Napoli, fino al trionfo artistico che lo ha reso una leggenda.
MAMMINA
Bela, una bambina di otto anni che vive in una casa segnata da problemi coniugali, si trova ad affrontare un'entità sinistra che esce dal suo armadio. La presenza, che lei chiama "Altra Mamma", diventa sempre più minacciosa per lei e per la sua famiglia.
Bela, una bambina di otto anni che vive in una casa segnata da problemi coniugali, si trova ad affrontare un'entità sinistra che esce dal suo armadio. La presenza, che lei chiama "Altra Mamma", diventa sempre più minacciosa per lei e per la sua famiglia.
NEL SILENZIO DELLE STANZE
Normandia, 1908. Victoire ha sposato un uomo che non ama e ha accantonato il proprio talento per il flauto, relegandolo ai concertini in salotto per gli amici. André, suo marito, è un notaio di successo ma un incapace nella vita privata, anche perché da sempre sua madre Mathilde lo considera, e lo tratta, come "uno zerbino". Mathilde è allettata dopo un ictus e si esprime solo scrivendo su una lavagnetta, ma tormenta la servitù con continue richieste, e suo figlio con continue critiche. Poiché la moglie rifiuta di avere rapporti sessuali e di dormire con lui, André si rifà sulla domestica più giovane, Celeste, una ragazza semplice cresciuta con un padre padrone e otto fratelli che esigevano da lei favori sessuali: dunque la ragazza subisce senza fiatare le violenze del notaio, di cui rimane incinta. André, che si era creduto sterile, vede in questa gravidanza un'occasione per ritrovare l'intimità con la moglie: cresceranno insieme il figlio di Celeste. Victoire è d'accordo (anzi, l'idea era sua fin da subito), ma non sa a quale spostamento di equilibri domestici andrà incontro.
Nel silenzio delle stanze è basato su un romanzo francese del 2015, "Amours" di Léonor de Récondo, e diretto da Jérôme Bonnell. Al centro della storia, più che i rapporti personali, c'è la situazione economica e sociale che li condiziona, che fa di Celeste una schiava senza diritti e senza alcun controllo sul proprio destino, e di Victoire una privilegiata solo in virtù della propria posizione altoborghese: il marito ha comunque potere su di lei e apre la sua posta con la stessa sicumera con cui esige i suoi "doveri coniugali", e anche la Chiesa la tiene "al suo posto", raccomandandole di dare priorità assoluta alla famiglia (cioè al marito). Ma fra Victoire e Celeste, invece di una rivalità, si innescherà un'inaspettata alleanza, che potrebbe sfociare in qualcosa di più intimo e segreto.
Ciò che sorprende in Nel silenzio delle stanze è la capacità di rimanere fedeli al periodo storico e all'ambientazione, e allo stesso tempo riservare sorprese nelle reazioni dei personaggi in scena. In particolare André, interpretato dal sempre efficace Swann Arlaud, "non è un mostro" ma un uomo debole vessato dalla madre, un insicuro cui la società patriarcale attribuisce come diritto di nascita un potere che nemmeno lui sa gestire, un uomo maldestro che riesca ad essere involontariamente repressivo anche quando vorrebbe solo essere accolto e amato. "Se un uomo è brutale è perché ama", dice alla moglie, anche se è il primo a non esserne del tutto convinto, anche perché la madre ha tradito più volte (e in modo brutale) quel padre che lui amava. Più che la felicità coniugale, André cerca quell'armonia con cui non è cresciuto, e che lo ha reso un uomo a metà.
Galatea Bellugi è una Celeste intensa e silenziosa, una creatura di "puro amore" ma che osserva con serietà e segreta riprovazione tutto ciò che le sta intorno. Louise Chevillotte nel ruolo di Victorire alterna invece volubilità e desiderio di emancipazione, impulso a perpetuare il suo status e desiderio di trasgredirne le regole: una creatura anche lei fragile e irrisolta, ma al contrario del marito aperta alle possibilità che la vita le presenta. Chiude il quartetto Emmanuelle Devos, che si invecchia e imbruttisce per dare alla terribile Mathilde il suo aspetto sgradevole da strega cattiva.
Il film è pieno di piccole sorprese, che spostano la narrazione più in là di dove ci si aspetterebbe di trovarla, anche se il finale tradisce la capacità di rimanere realistici che ha caratterizzato tutto il percorso precedente. Bonnell filma i suoi personaggi da molto vicino, esplorando ogni loro minima espressione e concentrandosi sulla chimica (o la sua assenza) fra i corpi di persone il cui desiderio è sempre compresso dalle imposizioni sociali. E Celeste diventa l'ago della bilancia in un matrimonio fallato fin dall'inizio, perché condizionato da aspettative divergenti e opposte visioni dell'amore.
Normandia, 1908. Victoire ha sposato un uomo che non ama e ha accantonato il proprio talento per il flauto, relegandolo ai concertini in salotto per gli amici. André, suo marito, è un notaio di successo ma un incapace nella vita privata, anche perché da sempre sua madre Mathilde lo considera, e lo tratta, come "uno zerbino". Mathilde è allettata dopo un ictus e si esprime solo scrivendo su una lavagnetta, ma tormenta la servitù con continue richieste, e suo figlio con continue critiche. Poiché la moglie rifiuta di avere rapporti sessuali e di dormire con lui, André si rifà sulla domestica più giovane, Celeste, una ragazza semplice cresciuta con un padre padrone e otto fratelli che esigevano da lei favori sessuali: dunque la ragazza subisce senza fiatare le violenze del notaio, di cui rimane incinta. André, che si era creduto sterile, vede in questa gravidanza un'occasione per ritrovare l'intimità con la moglie: cresceranno insieme il figlio di Celeste. Victoire è d'accordo (anzi, l'idea era sua fin da subito), ma non sa a quale spostamento di equilibri domestici andrà incontro.
Nel silenzio delle stanze è basato su un romanzo francese del 2015, "Amours" di Léonor de Récondo, e diretto da Jérôme Bonnell. Al centro della storia, più che i rapporti personali, c'è la situazione economica e sociale che li condiziona, che fa di Celeste una schiava senza diritti e senza alcun controllo sul proprio destino, e di Victoire una privilegiata solo in virtù della propria posizione altoborghese: il marito ha comunque potere su di lei e apre la sua posta con la stessa sicumera con cui esige i suoi "doveri coniugali", e anche la Chiesa la tiene "al suo posto", raccomandandole di dare priorità assoluta alla famiglia (cioè al marito). Ma fra Victoire e Celeste, invece di una rivalità, si innescherà un'inaspettata alleanza, che potrebbe sfociare in qualcosa di più intimo e segreto.
Ciò che sorprende in Nel silenzio delle stanze è la capacità di rimanere fedeli al periodo storico e all'ambientazione, e allo stesso tempo riservare sorprese nelle reazioni dei personaggi in scena. In particolare André, interpretato dal sempre efficace Swann Arlaud, "non è un mostro" ma un uomo debole vessato dalla madre, un insicuro cui la società patriarcale attribuisce come diritto di nascita un potere che nemmeno lui sa gestire, un uomo maldestro che riesca ad essere involontariamente repressivo anche quando vorrebbe solo essere accolto e amato. "Se un uomo è brutale è perché ama", dice alla moglie, anche se è il primo a non esserne del tutto convinto, anche perché la madre ha tradito più volte (e in modo brutale) quel padre che lui amava. Più che la felicità coniugale, André cerca quell'armonia con cui non è cresciuto, e che lo ha reso un uomo a metà.
Galatea Bellugi è una Celeste intensa e silenziosa, una creatura di "puro amore" ma che osserva con serietà e segreta riprovazione tutto ciò che le sta intorno. Louise Chevillotte nel ruolo di Victorire alterna invece volubilità e desiderio di emancipazione, impulso a perpetuare il suo status e desiderio di trasgredirne le regole: una creatura anche lei fragile e irrisolta, ma al contrario del marito aperta alle possibilità che la vita le presenta. Chiude il quartetto Emmanuelle Devos, che si invecchia e imbruttisce per dare alla terribile Mathilde il suo aspetto sgradevole da strega cattiva.
Il film è pieno di piccole sorprese, che spostano la narrazione più in là di dove ci si aspetterebbe di trovarla, anche se il finale tradisce la capacità di rimanere realistici che ha caratterizzato tutto il percorso precedente. Bonnell filma i suoi personaggi da molto vicino, esplorando ogni loro minima espressione e concentrandosi sulla chimica (o la sua assenza) fra i corpi di persone il cui desiderio è sempre compresso dalle imposizioni sociali. E Celeste diventa l'ago della bilancia in un matrimonio fallato fin dall'inizio, perché condizionato da aspettative divergenti e opposte visioni dell'amore.
RAGIONE E SENTIMENTO
Dopo la morte del padre, Elinor, Marianne e Margaret Dashwood sono costrette a lasciare Norland, la magnifica tenuta nel Sussex dove sono cresciute. A ereditare, come da tradizione britannica del XVIII secolo, è il fratello, John Dashwood, nato da un precedente matrimonio. E John, soggiogato da una moglie avida di denaro, non lascia nulla, o quasi, alle sue sorellastre, che si trasferiscono con la madre in un modesto cottage nel Devonshire. Ospiti di una vicina della signora Jennings, cugina lontana dal carattere deciso, Marianne soccombe al fascino di John Willoughby mentre Elinor attende invano la visita di Edward Ferrars, il fratello mite della moglie del suo fratellastro. Ragione e sentimento sono i due poli attorno ai quali Elinor e Marianne dovranno ricostruire la loro esistenza, sconvolta dalla morte del padre e dall'arrivo di pretendenti che potrebbero cambiare il loro destino.
Adattare un'opera canonica della letteratura suscita sempre una certa apprensione. Le aspettative sono ancora più elevate quando l'opera in questione ha già prodotto numerosi adattamenti e segnato intere generazioni di spettatori. La trasposizione più celebre di "Ragione e sentimento", pubblicato nel 1811 in forma anonima, rimane senza dubbio quella di Ang Lee, interpretata da Emma Thompson, Kate Winslet, Hugh Grant, Alan Rickman e vincitrice di un Oscar per la sceneggiatura nel 1996. È in questo intimorente retaggio che si inserisce il nuovo adattamento di Georgia Oakley (Blue Jean), fedele alla storia e allo spirito di Austen, che celebra la solida relazione di due sorelle, malgrado l'antagonismo dei loro caratteri. Lontana dal proporne una lettura manichea, Oakley confronta le protagoniste con l'amore, raramente slegato, nell'Inghilterra del XVIII secolo, dalle questioni finanziarie e sociali.
E la sua versione è promettente dal debutto. Un patriarca che non vedremo mai, una tenuta che va al figlio del primo matrimonio, una famiglia di donne che non possiede più nulla, se non la speranza di un matrimonio che garantisca felicità e sicurezza. Oakley descrive con precisione il valore di una donna alla fine del Settecento ed esplora il divario tra le nostre aspettative e la realtà, tra ciò che scegliamo di credere e ciò che accettiamo di sacrificare. Il film lo dice senza mezzi termini. Per queste giovani donne, amare significa puntare tutta la propria esistenza su un uomo che rimane sempre libero di scegliere, di tacere o di andarsene. Il pudore di Elinor e l'esaltazione di Marianne sono alla fine risposte diverse a una stessa impotenza. Repliche che le conducono a ridefinire il proprio rapporto con il mondo: Elinor concede finalmente spazio ai sentimenti, mentre Marianne scopre la necessità di controllarli.
L'interpretazione di Oakley si annida nei dettagli. All'interno di una composizione generalmente molto stabile, alcuni movimenti di macchina, riprese dal basso o dissolvenze incrociate vanno oltre la semplice narrazione per arricchire il ritratto psicologico delle due sorelle. La regista si sofferma sulle mani di Elinor al lavoro, su quelle di Marianne in amore, su quelle di Margaret macchiate di more e ancora su un volto soffiato dal vento o sull'orlo di un abito bagnato dalla pioggia. Il vero tesoro del film risiede proprio nell'importanza attribuita alle sorelle, che finisce addirittura per soppiantare le storie d'amore. La sorellanza è il cuore dichiarato del progetto, il volto più bello di un'irrefrenabile voglia di vivere, con o senza l'altro. Progressivamente, con discrezione, Elinor e Marianne smantellano i rapporti di forza che strutturano la seduzione, senza che questo intacchi la serenità emozionante del lieto fine e il piacere di contemplare un'altalena che oscilla al ritmo della brezza inglese.
Se il testo originale faceva dialogare due personaggi, la sceneggiatura opta per la fusione, una comprensione reciproca tra Elinor e Marianne, che risultano più vicine. Daisy Edgar-Jones (Normal People) interpreta Elinor con la giusta moderazione mentre Esmé Creed-Miles (Hanna) compone una Marianne il cui ardore trabocca dallo schermo. La m.d.p. si attacca ai loro volti, ai loro corpi, ai loro abiti sgualciti e macchiati, avvicinandoci alla famiglia Dashwood in esilio ma sempre complice e piena di vita. Intorno la natura respira. Elemento centrale nell'opera di Jane Austen, il film immerge lo spettatore nei paesaggi rurali dell'epoca e sottolinea abilmente i sentimenti dei personaggi, delineando un ritratto caustico della società inglese dell'epoca georgiana, in particolare del sistema di classi e della condizione delle donne in una società ultra-patriarcale, altra dimensione capitale nel lavoro dell'autrice.
La regista coniuga il commento storico e sociale proprio del testo austeniano con un autentico senso di modernità, a partire dal suo cast carismatico: Daisy Edgar-Jones e George MacKay affiancano volti meno scontati, come Esmé Creed-Miles nel ruolo di Marianne o Herbert Nordrum (La persona peggiore del mondo) in quello del taciturno colonnello Brandon, il cui fascino risiede proprio nella sua incapacità di esagerare. Insieme mettono in luce la ricchezza di questa commedia sentimentale e umana, eludendo la trappola dei film in costume dove tutti sembrano aver imparato a sospirare con eleganza. Nonostante qualche momento di stasi e un eccesso di saggezza, Georgia Oakley firma un nuovo adattamento che non cerca di rivoluzionare Jane Austen e nemmeno di sottoporla a un ringiovanimento forzato. Fa qualcosa di più semplice e in definitiva di più efficace: le dà fiducia. Comprende perfettamente le risorse del suo testo e ce lo fa intendere senza fargli perdere la sua voce.
Dopo la morte del padre, Elinor, Marianne e Margaret Dashwood sono costrette a lasciare Norland, la magnifica tenuta nel Sussex dove sono cresciute. A ereditare, come da tradizione britannica del XVIII secolo, è il fratello, John Dashwood, nato da un precedente matrimonio. E John, soggiogato da una moglie avida di denaro, non lascia nulla, o quasi, alle sue sorellastre, che si trasferiscono con la madre in un modesto cottage nel Devonshire. Ospiti di una vicina della signora Jennings, cugina lontana dal carattere deciso, Marianne soccombe al fascino di John Willoughby mentre Elinor attende invano la visita di Edward Ferrars, il fratello mite della moglie del suo fratellastro. Ragione e sentimento sono i due poli attorno ai quali Elinor e Marianne dovranno ricostruire la loro esistenza, sconvolta dalla morte del padre e dall'arrivo di pretendenti che potrebbero cambiare il loro destino.
Adattare un'opera canonica della letteratura suscita sempre una certa apprensione. Le aspettative sono ancora più elevate quando l'opera in questione ha già prodotto numerosi adattamenti e segnato intere generazioni di spettatori. La trasposizione più celebre di "Ragione e sentimento", pubblicato nel 1811 in forma anonima, rimane senza dubbio quella di Ang Lee, interpretata da Emma Thompson, Kate Winslet, Hugh Grant, Alan Rickman e vincitrice di un Oscar per la sceneggiatura nel 1996. È in questo intimorente retaggio che si inserisce il nuovo adattamento di Georgia Oakley (Blue Jean), fedele alla storia e allo spirito di Austen, che celebra la solida relazione di due sorelle, malgrado l'antagonismo dei loro caratteri. Lontana dal proporne una lettura manichea, Oakley confronta le protagoniste con l'amore, raramente slegato, nell'Inghilterra del XVIII secolo, dalle questioni finanziarie e sociali.
E la sua versione è promettente dal debutto. Un patriarca che non vedremo mai, una tenuta che va al figlio del primo matrimonio, una famiglia di donne che non possiede più nulla, se non la speranza di un matrimonio che garantisca felicità e sicurezza. Oakley descrive con precisione il valore di una donna alla fine del Settecento ed esplora il divario tra le nostre aspettative e la realtà, tra ciò che scegliamo di credere e ciò che accettiamo di sacrificare. Il film lo dice senza mezzi termini. Per queste giovani donne, amare significa puntare tutta la propria esistenza su un uomo che rimane sempre libero di scegliere, di tacere o di andarsene. Il pudore di Elinor e l'esaltazione di Marianne sono alla fine risposte diverse a una stessa impotenza. Repliche che le conducono a ridefinire il proprio rapporto con il mondo: Elinor concede finalmente spazio ai sentimenti, mentre Marianne scopre la necessità di controllarli.
L'interpretazione di Oakley si annida nei dettagli. All'interno di una composizione generalmente molto stabile, alcuni movimenti di macchina, riprese dal basso o dissolvenze incrociate vanno oltre la semplice narrazione per arricchire il ritratto psicologico delle due sorelle. La regista si sofferma sulle mani di Elinor al lavoro, su quelle di Marianne in amore, su quelle di Margaret macchiate di more e ancora su un volto soffiato dal vento o sull'orlo di un abito bagnato dalla pioggia. Il vero tesoro del film risiede proprio nell'importanza attribuita alle sorelle, che finisce addirittura per soppiantare le storie d'amore. La sorellanza è il cuore dichiarato del progetto, il volto più bello di un'irrefrenabile voglia di vivere, con o senza l'altro. Progressivamente, con discrezione, Elinor e Marianne smantellano i rapporti di forza che strutturano la seduzione, senza che questo intacchi la serenità emozionante del lieto fine e il piacere di contemplare un'altalena che oscilla al ritmo della brezza inglese.
Se il testo originale faceva dialogare due personaggi, la sceneggiatura opta per la fusione, una comprensione reciproca tra Elinor e Marianne, che risultano più vicine. Daisy Edgar-Jones (Normal People) interpreta Elinor con la giusta moderazione mentre Esmé Creed-Miles (Hanna) compone una Marianne il cui ardore trabocca dallo schermo. La m.d.p. si attacca ai loro volti, ai loro corpi, ai loro abiti sgualciti e macchiati, avvicinandoci alla famiglia Dashwood in esilio ma sempre complice e piena di vita. Intorno la natura respira. Elemento centrale nell'opera di Jane Austen, il film immerge lo spettatore nei paesaggi rurali dell'epoca e sottolinea abilmente i sentimenti dei personaggi, delineando un ritratto caustico della società inglese dell'epoca georgiana, in particolare del sistema di classi e della condizione delle donne in una società ultra-patriarcale, altra dimensione capitale nel lavoro dell'autrice.
La regista coniuga il commento storico e sociale proprio del testo austeniano con un autentico senso di modernità, a partire dal suo cast carismatico: Daisy Edgar-Jones e George MacKay affiancano volti meno scontati, come Esmé Creed-Miles nel ruolo di Marianne o Herbert Nordrum (La persona peggiore del mondo) in quello del taciturno colonnello Brandon, il cui fascino risiede proprio nella sua incapacità di esagerare. Insieme mettono in luce la ricchezza di questa commedia sentimentale e umana, eludendo la trappola dei film in costume dove tutti sembrano aver imparato a sospirare con eleganza. Nonostante qualche momento di stasi e un eccesso di saggezza, Georgia Oakley firma un nuovo adattamento che non cerca di rivoluzionare Jane Austen e nemmeno di sottoporla a un ringiovanimento forzato. Fa qualcosa di più semplice e in definitiva di più efficace: le dà fiducia. Comprende perfettamente le risorse del suo testo e ce lo fa intendere senza fargli perdere la sua voce.
SE AMI QUALCUNO DILLO
"Mio padre è la chiave di volta e il giudice incontrastato di tutta la mia vita. È il modo in cui guardo mia madre, gioco con mio figlio, sorrido ad una donna. Proprio per questo è anche il principio generativo di quasi tutti i miei problemi, come lo è quasi sempre un padre per un figlio, soprattutto maschio". A parlare è Giulio, figlio di Sergio Grossi, un uomo che ha seguito i dettami patriarcali di suo padre, e di innumerevoli padri prima di lui: fra le sue regole c'è il non dare baci e abbracci - altrimenti si passa da fregnoni - soprattutto fra uomini - altrimenti si passa da ricchioni - e non ballare, perché "è roba da femmine". Quando Sergio ha un infarto facendo sesso con una collega di lavoro, la sua compagna Gabriella e la sua ex moglie Alba gli si stringono intorno, come fa il figlio diciottenne Giulio. Sergio si risveglierà dal coma senza ricordare nulla del suo passato. Ma da questo reset potrà nascere un uomo nuovo, e una nuova idea di mascolinità?
Se ami qualcuno dillo segna il debutto alla regia cinematografica di Marco Bonini, attore e autore il cui romanzo omonimo era stato anche il suo debutto letterario. L'ispirazione è autobiografica e si sente che in questa storia c'è un'emozione autentica e un vissuto reale (non a caso la voce fuori campo che accompagna la narrazione è quella di Bonini, così come sono personali le foto di famiglia che si vedono all'inizio e alla fine del film). Bonini firma anche la sceneggiatura insieme a Francesco Bruni, la cui presenza si intuisce anche per la struttura iniziale che ci getta "in medias res", come l'incipit di Ovosodo, e forse non è un caso che la storia d'amore fra Alba e Sergio nasca in un condominio popolare come quello del film diretto da Paolo Virzì.
Bonini e Bruni si gettano in una storia magmatica e corale in cui l'amore è incarnato dalle donne, nonostante la frustrazione di improvvisarsi caregiver, nel caso di Gabriella, e la rabbia per tutto l'amore mal corrisposto, nel caso di Alba. In mezzo c'è Giulio, adolescente dolcissimo e paziente, che accetta il padre prima con i suoi difetti, poi con le sue fragilità. A interpretare Sergio, nella salute come nella malattia, è Edoardo Leo, che produce anche il film, mentre Alba ha il volto intenso e dolente di Giovanna Mezzogiorno e Biagio Venditti quello infinitamente tenero di Giulio. L'interpretazione migliore del gruppo è quella di Claudia Gerini nei panni di Gabriella, ricca di sfumature e "de core".
Ci sono debolezze e omissioni narrative, complice la complessità della storia, e mancano alcuni agganci alla realtà: apparentemente nessuno (tranne il personale medico) ha impegni di lavoro e mostra una disponibilità infinita di tempo e denaro, non ci sono riferimenti alla situazione economica di Sergio dopo l'infarto né alla possibilità (o carenza) di assistenza qualificata, un convalescente che dall'equilibrio precario può viaggiare da passeggero in motorino, e così via. Per contro Bonini mostra una buona capacità di gestire visivamente le (difficili) transizioni temporali, permettendo ai suoi personaggi di passare dal passato al presente e viceversa, senza soluzione di continuità, in un flusso che è anche quello dei ricordi di Sergio: il suo debutto alla regia fa sperare che prosegua su questa strada.
Questo ritratto accorato di un maschio alfa dalla temperatura assoluta, ovvero una quantità di energia vitae inesauribile, e dell'amore che ha saputo suscitare malgrado le sue mancanze prima emotive e poi fisiche, è anche una riflessione su come un certo maschile tossico e patriarcale possa essere riveduto e corretto, a vantaggio soprattutto di quegli uomini che si sentono costretti a perpetuarlo nel tempo. In Se ami qualcuno dillo i ruoli si ribaltano non solo perché un figlio fa da infermiere a un padre e due donne devono accudire l'uomo che hanno amato come un bambino, ma anche perché è tempo che le persone escano dai cliché sociali cui sono ancora inchiodati, e si scoprano liberi di inseguire le cose che contano: l'amore, il mare, il calcio (fuori dalla curva), e la vita.
"Mio padre è la chiave di volta e il giudice incontrastato di tutta la mia vita. È il modo in cui guardo mia madre, gioco con mio figlio, sorrido ad una donna. Proprio per questo è anche il principio generativo di quasi tutti i miei problemi, come lo è quasi sempre un padre per un figlio, soprattutto maschio". A parlare è Giulio, figlio di Sergio Grossi, un uomo che ha seguito i dettami patriarcali di suo padre, e di innumerevoli padri prima di lui: fra le sue regole c'è il non dare baci e abbracci - altrimenti si passa da fregnoni - soprattutto fra uomini - altrimenti si passa da ricchioni - e non ballare, perché "è roba da femmine". Quando Sergio ha un infarto facendo sesso con una collega di lavoro, la sua compagna Gabriella e la sua ex moglie Alba gli si stringono intorno, come fa il figlio diciottenne Giulio. Sergio si risveglierà dal coma senza ricordare nulla del suo passato. Ma da questo reset potrà nascere un uomo nuovo, e una nuova idea di mascolinità?
Se ami qualcuno dillo segna il debutto alla regia cinematografica di Marco Bonini, attore e autore il cui romanzo omonimo era stato anche il suo debutto letterario. L'ispirazione è autobiografica e si sente che in questa storia c'è un'emozione autentica e un vissuto reale (non a caso la voce fuori campo che accompagna la narrazione è quella di Bonini, così come sono personali le foto di famiglia che si vedono all'inizio e alla fine del film). Bonini firma anche la sceneggiatura insieme a Francesco Bruni, la cui presenza si intuisce anche per la struttura iniziale che ci getta "in medias res", come l'incipit di Ovosodo, e forse non è un caso che la storia d'amore fra Alba e Sergio nasca in un condominio popolare come quello del film diretto da Paolo Virzì.
Bonini e Bruni si gettano in una storia magmatica e corale in cui l'amore è incarnato dalle donne, nonostante la frustrazione di improvvisarsi caregiver, nel caso di Gabriella, e la rabbia per tutto l'amore mal corrisposto, nel caso di Alba. In mezzo c'è Giulio, adolescente dolcissimo e paziente, che accetta il padre prima con i suoi difetti, poi con le sue fragilità. A interpretare Sergio, nella salute come nella malattia, è Edoardo Leo, che produce anche il film, mentre Alba ha il volto intenso e dolente di Giovanna Mezzogiorno e Biagio Venditti quello infinitamente tenero di Giulio. L'interpretazione migliore del gruppo è quella di Claudia Gerini nei panni di Gabriella, ricca di sfumature e "de core".
Ci sono debolezze e omissioni narrative, complice la complessità della storia, e mancano alcuni agganci alla realtà: apparentemente nessuno (tranne il personale medico) ha impegni di lavoro e mostra una disponibilità infinita di tempo e denaro, non ci sono riferimenti alla situazione economica di Sergio dopo l'infarto né alla possibilità (o carenza) di assistenza qualificata, un convalescente che dall'equilibrio precario può viaggiare da passeggero in motorino, e così via. Per contro Bonini mostra una buona capacità di gestire visivamente le (difficili) transizioni temporali, permettendo ai suoi personaggi di passare dal passato al presente e viceversa, senza soluzione di continuità, in un flusso che è anche quello dei ricordi di Sergio: il suo debutto alla regia fa sperare che prosegua su questa strada.
Questo ritratto accorato di un maschio alfa dalla temperatura assoluta, ovvero una quantità di energia vitae inesauribile, e dell'amore che ha saputo suscitare malgrado le sue mancanze prima emotive e poi fisiche, è anche una riflessione su come un certo maschile tossico e patriarcale possa essere riveduto e corretto, a vantaggio soprattutto di quegli uomini che si sentono costretti a perpetuarlo nel tempo. In Se ami qualcuno dillo i ruoli si ribaltano non solo perché un figlio fa da infermiere a un padre e due donne devono accudire l'uomo che hanno amato come un bambino, ma anche perché è tempo che le persone escano dai cliché sociali cui sono ancora inchiodati, e si scoprano liberi di inseguire le cose che contano: l'amore, il mare, il calcio (fuori dalla curva), e la vita.
SHAUN, VITA DA PECORA: OPERAZIONE Z.U.C.C.A.
Halloween è alle porte, Shaun e tutti gli animali della fattoria si preparano per festeggiarlo
al meglio coltivando un magnifico campo di zucche. Ma quando tutto sembrava ormai
pronto, il contadino misteriosamente scompare e arriva dal bosco uno spaventoso mostro.
Sarà compito di Shaun e i suoi amici salvare la fattoria dalla pelosa creatura e ritrovare
l'amato contadino in tempo per la grande festa. Tra esperimenti impazziti e colpi di scena
inaspettati, sarà un'avventura a tutta pecora per tutta la famiglia.
Lo studio di animazione britannico Aardman compie 50 anni e ci regala uno dei suoi film in
stop motion, adatto per tutta la famiglia, più divertente e spensierato.
È un periodo particolarmente felice per l'animazione in stop motion, dopo lo straordinario lavoro -
bigger than life - della statunitense Laika con Wildwood - I segreti del bosco proibito ecco che
'risponde' la Aardman con uno dei suoi personaggi più amati, la pecora Shaun qui al suo terzo
lungometraggio da protagonista.
Ma la casa di produzione britannica, che festeggia i 50 anni di
attività, ha qualcosa che gli altri non hanno: l'assenza di dialoghi. Potrebbe apparire paradossale
ma di certo il grande cinema si può anche giudicare da questa capacità di esprimersi praticamente
solo attraverso le immagini o, come in questo caso, con qualche mugugno accompagnato da
strambi vocalizzi.
Nel 2026 proporre, anche alle nuove platee, l'idea che il cinema sia costituito, come ai suoi esordi,
unicamente da immagini in movimento che creano un senso è qualcosa di molto radicale che fa
pensare come questa "invenzione senza futuro" sia ancora in grado di 'parlarci' e di farci amare
una storia ridotta all'osso che trova nel suo citazionismo, anche interno all'universo Aardman e
anche non funzionale alla narrazione, la forza della sua originalità.
Perché le zucche, gelosamente coltivate nella sonnolenta fattoria di Mossy Bottom dalle pecore
per allietare i loro piccoli a Halloween, vengono per sbaglio tutte distrutte e occorrerà dunque che
Shaun si metta di buzzo buono per crearne di nuove geneticamente modificate in pochissimo
tempo con tutti gli effetti collaterali del caso. Si respira l'artigianalità degli horror Universal degli
anni '30, c'è Psyco come Frankenstein fino a Thriller, il videoclip di John Landis, e a Ritorno al
futuro.
Tutto rielaborato e stemperato con lo humor tipicamente inglese che ha reso celebri i lavori
di Peter Lord e Nick Park da Galline in fuga a Wallace & Gromit, quindi non si tratta di parodia, e
che qui rimanda a classici come Ma papà ti manda sola?, 40 anni vergine e Bigfoot.
In realtà però Shaun, vita da pecora: Operazione Z.U.C.C.A è godibilissimo anche senza risalire a
tutti i riferimenti sparsi perché è la tecnica, quindi la forma, a rendere ogni cosa piena di grazia in
un film con una storia di pecore coraggiose, pensata magari per i più piccoli, insieme a una tenera
e ironica commedia degli equivoci, che parla ai più grandi, tra il goffo e pelato allevatore di pecore
e la veterinaria di cui è innamorato. È un ritorno, quello del fattore, benvenuto perché, come nel
primo capolavoro Shaun - Vita da Pecora: Il Film, è grazie alla sua figura, che in qualche modo
richiama quella di Wallace, se il film prende il volo e acquista ancora maggiore dinamicità. Per la
gioia di tutti, grandi e piccini.
Halloween è alle porte, Shaun e tutti gli animali della fattoria si preparano per festeggiarlo
al meglio coltivando un magnifico campo di zucche. Ma quando tutto sembrava ormai
pronto, il contadino misteriosamente scompare e arriva dal bosco uno spaventoso mostro.
Sarà compito di Shaun e i suoi amici salvare la fattoria dalla pelosa creatura e ritrovare
l'amato contadino in tempo per la grande festa. Tra esperimenti impazziti e colpi di scena
inaspettati, sarà un'avventura a tutta pecora per tutta la famiglia.
Lo studio di animazione britannico Aardman compie 50 anni e ci regala uno dei suoi film in
stop motion, adatto per tutta la famiglia, più divertente e spensierato.
È un periodo particolarmente felice per l'animazione in stop motion, dopo lo straordinario lavoro -
bigger than life - della statunitense Laika con Wildwood - I segreti del bosco proibito ecco che
'risponde' la Aardman con uno dei suoi personaggi più amati, la pecora Shaun qui al suo terzo
lungometraggio da protagonista.
Ma la casa di produzione britannica, che festeggia i 50 anni di
attività, ha qualcosa che gli altri non hanno: l'assenza di dialoghi. Potrebbe apparire paradossale
ma di certo il grande cinema si può anche giudicare da questa capacità di esprimersi praticamente
solo attraverso le immagini o, come in questo caso, con qualche mugugno accompagnato da
strambi vocalizzi.
Nel 2026 proporre, anche alle nuove platee, l'idea che il cinema sia costituito, come ai suoi esordi,
unicamente da immagini in movimento che creano un senso è qualcosa di molto radicale che fa
pensare come questa "invenzione senza futuro" sia ancora in grado di 'parlarci' e di farci amare
una storia ridotta all'osso che trova nel suo citazionismo, anche interno all'universo Aardman e
anche non funzionale alla narrazione, la forza della sua originalità.
Perché le zucche, gelosamente coltivate nella sonnolenta fattoria di Mossy Bottom dalle pecore
per allietare i loro piccoli a Halloween, vengono per sbaglio tutte distrutte e occorrerà dunque che
Shaun si metta di buzzo buono per crearne di nuove geneticamente modificate in pochissimo
tempo con tutti gli effetti collaterali del caso. Si respira l'artigianalità degli horror Universal degli
anni '30, c'è Psyco come Frankenstein fino a Thriller, il videoclip di John Landis, e a Ritorno al
futuro.
Tutto rielaborato e stemperato con lo humor tipicamente inglese che ha reso celebri i lavori
di Peter Lord e Nick Park da Galline in fuga a Wallace & Gromit, quindi non si tratta di parodia, e
che qui rimanda a classici come Ma papà ti manda sola?, 40 anni vergine e Bigfoot.
In realtà però Shaun, vita da pecora: Operazione Z.U.C.C.A è godibilissimo anche senza risalire a
tutti i riferimenti sparsi perché è la tecnica, quindi la forma, a rendere ogni cosa piena di grazia in
un film con una storia di pecore coraggiose, pensata magari per i più piccoli, insieme a una tenera
e ironica commedia degli equivoci, che parla ai più grandi, tra il goffo e pelato allevatore di pecore
e la veterinaria di cui è innamorato. È un ritorno, quello del fattore, benvenuto perché, come nel
primo capolavoro Shaun - Vita da Pecora: Il Film, è grazie alla sua figura, che in qualche modo
richiama quella di Wallace, se il film prende il volo e acquista ancora maggiore dinamicità. Per la
gioia di tutti, grandi e piccini.
TADDEO L'ESPLORATORE E LA LAMPADA MAGICA
Oli, l'intrepida figlia di due anni di Tad, lo ha trasformato in un padre iperprotettivo, mentre la Mummia si sente messa in disparte dalle attenzioni che lei riceve. Quando trovano la lampada magica a Buckingham Palace, la Mummia le chiede di viaggiare indietro nel tempo fino a Paititi, in Perù, nel 1502. Tad, Sara e tutta la squadra dovranno seguire la Mummia nel passato prima che cambi la storia. Il loro viaggio li porterà ad attraversare l'Oceano Atlantico dal Perù alla Grecia, fino al Medio Oriente, nella grotta di Alì Babà e dei Quaranta Ladroni.
Oli, l'intrepida figlia di due anni di Tad, lo ha trasformato in un padre iperprotettivo, mentre la Mummia si sente messa in disparte dalle attenzioni che lei riceve. Quando trovano la lampada magica a Buckingham Palace, la Mummia le chiede di viaggiare indietro nel tempo fino a Paititi, in Perù, nel 1502. Tad, Sara e tutta la squadra dovranno seguire la Mummia nel passato prima che cambi la storia. Il loro viaggio li porterà ad attraversare l'Oceano Atlantico dal Perù alla Grecia, fino al Medio Oriente, nella grotta di Alì Babà e dei Quaranta Ladroni.
UN TRANQUILLO FUNERALE DI FAMIGLIA
In occasione della morte di Nicola Mancuso, patriarca della famiglia, i figli Daria e Riccardo si
ritrovano dopo molto tempo. Lei si è dovuta trasferire nella casa di campagna per stare vicino ai
genitori; la madre Sandra, tra l'altro, ha già avuto due infarti. Riccardo invece ha sempre pensato a
sé stesso; è un regista di successo che ha un po' di ansietta perché il suo nuovo film uscirà tra due
settimane. C'è poi Giovanni, marito di Daria, che non trova mai il momento opportuno per chiedere
alla moglie della caparra per la casa, perché non vede l'ora di rientrare a Roma. Man mano arrivano
tutti i parenti: lo zio Vittorio, rinomato medico e i suoi due figli, Teo e Marco, quest'ultimo in
compagnia con la fidanzata Stefania, una naturopata che è molto tesa per questo suo ingresso in
famiglia. Poi è il turno lo zio Alfredo che prende sempre di mira il cugino Osvaldo che l'ha
accompagnato e spinge la sua sedia a rotelle, Giulia (ex di Marco e assistente di Vittorio), il prete
creator Don Mauro e poi, a un certo punto, vicino alla bara, lo sguardo di Daria s'incrocia con
quello di una persona affetta da nanismo. Chi è? Quella che doveva essere una cerimonia funebre si
trasforma in una guerra familiare all'ultimo sangue.
Una boccetta di tranquillanti. È tra gli oggetti che fanno saltare il banco, che provocano mutazioni
come in quella di Diego Abatantuono che torna riposseduto dal "terrunciello" dei suoi ruoli
famosissimi d'inizio anni '80, o in Stefania, la naturopata che perde il controllo, crea imbarazzo tra
i presenti, mangia le foglie di una pianta e provoca tra le battute più scoppiettanti del film ("Ma è
vegana?") e poi sale sul tetto in lingerie e la toga di Nicola.
Un tranquillo funerale di famiglia,
basato sulla sceneggiatura di Dean Craig di Funeral Party, è tra i film più divertenti di
Massimiliano Bruno che ha anche scritto l'adattamento assieme a Edoardo Falcone. L'idea della
boccetta di tranquillanti che invece contiene un allucinogeno era già al centro del film inglese, ma
dimostra come questa versione italiana abbia preso il meglio da film e sia riuscito a valorizzarlo. Se
l'umorismo nero del film diretto da Frank Oz del 2007 era fin troppo controllato rispetto alle
direzioni che poteva prendere, Un tranquillo funerale di famiglia è autenticamente cattivo, ha ritmo
e mostra una guerra di famiglia con lo spirito corrosivo che richiama la tradizione della commedia
italiana, in particolare Monicelli di Parenti serpenti. Oltre a gags immediate (quella iniziale del
defunto sbagliato) o quelle provocate da una scatenata Beatrice Arnera nei panni di Stefania, di don
Mauro che suona la canzone dell'infanzia di Nicola mentre Daria sta provando a leggere il suo
discorso funebre e scambi di battute come "Siamo strazzziati" - "Grazzzie", il film riesce ad essere
anche una commedia di costume che lascia emergere con intelligenza tutte le tensioni di famiglia
mantenendo un passo sostenuto. Bruno azzecca il cast già dal contrasto tra Claudia Pandolfi e Pietro
Sermonti e poi, ogni personaggio viene adeguatamente valorizzato in questa struttura corale dalla
stessa Arnera e Abatantuono a Carlo Buccirosso, Stefania Sandrelli, Stefano Fresi, Dino Abbrescia,
Giulia Vecchio, Edoardo Ferraro, Alessandro Mauthe, Carlo Amleto, Marianna Menga e Giovanni
Iovino, quest'ultimo autentica scheggia impazzita che fa saltare i già fragili equilibri.
Bruno ritorna
agli esiti migliori del suo cinema, quelli di Nessuno mi può giudicare e Viva l'Italia. Qui punta alla
comicità pura e vince la scommessa. E poi, in Un tranquillo funerale di famiglia ci sono anche
diverse analogie con Verdone di Compagni di scuola: la villa fuori Roma, l'ospite in sedia a rotelle
e Osvaldo preso di mira come Fabris in Compagni di scuola. In più, la trappola della rimpatriata
forzata e il crollo delle apparenze. Si ride, e pure parecchio. E non perdete i titoli di coda; stiamo in
zona We Are the World.
In occasione della morte di Nicola Mancuso, patriarca della famiglia, i figli Daria e Riccardo si
ritrovano dopo molto tempo. Lei si è dovuta trasferire nella casa di campagna per stare vicino ai
genitori; la madre Sandra, tra l'altro, ha già avuto due infarti. Riccardo invece ha sempre pensato a
sé stesso; è un regista di successo che ha un po' di ansietta perché il suo nuovo film uscirà tra due
settimane. C'è poi Giovanni, marito di Daria, che non trova mai il momento opportuno per chiedere
alla moglie della caparra per la casa, perché non vede l'ora di rientrare a Roma. Man mano arrivano
tutti i parenti: lo zio Vittorio, rinomato medico e i suoi due figli, Teo e Marco, quest'ultimo in
compagnia con la fidanzata Stefania, una naturopata che è molto tesa per questo suo ingresso in
famiglia. Poi è il turno lo zio Alfredo che prende sempre di mira il cugino Osvaldo che l'ha
accompagnato e spinge la sua sedia a rotelle, Giulia (ex di Marco e assistente di Vittorio), il prete
creator Don Mauro e poi, a un certo punto, vicino alla bara, lo sguardo di Daria s'incrocia con
quello di una persona affetta da nanismo. Chi è? Quella che doveva essere una cerimonia funebre si
trasforma in una guerra familiare all'ultimo sangue.
Una boccetta di tranquillanti. È tra gli oggetti che fanno saltare il banco, che provocano mutazioni
come in quella di Diego Abatantuono che torna riposseduto dal "terrunciello" dei suoi ruoli
famosissimi d'inizio anni '80, o in Stefania, la naturopata che perde il controllo, crea imbarazzo tra
i presenti, mangia le foglie di una pianta e provoca tra le battute più scoppiettanti del film ("Ma è
vegana?") e poi sale sul tetto in lingerie e la toga di Nicola.
Un tranquillo funerale di famiglia,
basato sulla sceneggiatura di Dean Craig di Funeral Party, è tra i film più divertenti di
Massimiliano Bruno che ha anche scritto l'adattamento assieme a Edoardo Falcone. L'idea della
boccetta di tranquillanti che invece contiene un allucinogeno era già al centro del film inglese, ma
dimostra come questa versione italiana abbia preso il meglio da film e sia riuscito a valorizzarlo. Se
l'umorismo nero del film diretto da Frank Oz del 2007 era fin troppo controllato rispetto alle
direzioni che poteva prendere, Un tranquillo funerale di famiglia è autenticamente cattivo, ha ritmo
e mostra una guerra di famiglia con lo spirito corrosivo che richiama la tradizione della commedia
italiana, in particolare Monicelli di Parenti serpenti. Oltre a gags immediate (quella iniziale del
defunto sbagliato) o quelle provocate da una scatenata Beatrice Arnera nei panni di Stefania, di don
Mauro che suona la canzone dell'infanzia di Nicola mentre Daria sta provando a leggere il suo
discorso funebre e scambi di battute come "Siamo strazzziati" - "Grazzzie", il film riesce ad essere
anche una commedia di costume che lascia emergere con intelligenza tutte le tensioni di famiglia
mantenendo un passo sostenuto. Bruno azzecca il cast già dal contrasto tra Claudia Pandolfi e Pietro
Sermonti e poi, ogni personaggio viene adeguatamente valorizzato in questa struttura corale dalla
stessa Arnera e Abatantuono a Carlo Buccirosso, Stefania Sandrelli, Stefano Fresi, Dino Abbrescia,
Giulia Vecchio, Edoardo Ferraro, Alessandro Mauthe, Carlo Amleto, Marianna Menga e Giovanni
Iovino, quest'ultimo autentica scheggia impazzita che fa saltare i già fragili equilibri.
Bruno ritorna
agli esiti migliori del suo cinema, quelli di Nessuno mi può giudicare e Viva l'Italia. Qui punta alla
comicità pura e vince la scommessa. E poi, in Un tranquillo funerale di famiglia ci sono anche
diverse analogie con Verdone di Compagni di scuola: la villa fuori Roma, l'ospite in sedia a rotelle
e Osvaldo preso di mira come Fabris in Compagni di scuola. In più, la trappola della rimpatriata
forzata e il crollo delle apparenze. Si ride, e pure parecchio. E non perdete i titoli di coda; stiamo in
zona We Are the World.
WILDWOOD - I SEGRETI DEL BOSCO PROIBITO
A Portland, il piccolo Mac McKeel viene rapito da uno stormo di corvi davanti alla sorella adolescente Prue McKeel e al compagno di classe Curtis. Il neonato, trascinato in una foresta incantata ai margini della città, viene consegnato alla sua spietata regina Alexandra e sorvegliato da un branco di coyote, sue guardie imperiali. Così i ragazzi si catapultano in questo strano mondo, ma Curtis viene subito catturato. Prue, allora, prosegue in solitaria la ricerca del fratellino. Trova l'aiuto di Brendan, re dei banditi incatenati dalla sovrana, e del saggio gufo Owl Rex, che la informa sul piano di Alexandra: sacrificare il bambino a un'edera dai poteri magici per riportare in vita il figlio Alexandrei, morto anni prima cadendo da cavallo.
Dall'omonimo bestseller fantasy di Colin Meloy, Travis Knight trae una favola nera in stop-motion per indagare i compromessi estremi alla base del desiderio di genitorialità: un'avventura incalzante nei ritmi, canonica nella struttura, grandiosa e magniloquente nell'estetica.
Dopo il recente flop di Masters of the Universe, il regista presenta il progetto più ambizioso della sua Laika (la casa di produzione a cui dobbiamo Coraline e la porta magica): un trascinante coming of age al femminile con qualche ingenuità narrativa, sospeso tra la città natia della protagonista e un regno impenetrabile, concentrato metaforico dei mali del nostro tempo.
Il regista, infatti, innesta suggestioni body horror e atmosfere da commedia nera (siamo dalle parti di Crudelia e Malefica per delineare l'eroina malvagia) su narrazioni antropomorfe in cui la grande letteratura fantastica incontra l'universo Disney. I padri nobili citati dallo stesso Knight sono Tolkien, Lewis, Baum e Carroll: autori di universi autonomi e paralleli che riflettono le contraddizioni del mondo reale e nei quali, d'improvviso, penetrano creature umane.
Nel bosco incantato, infatti, la strana coppia Prue-Curtis conosce tante storture del nostro tempo: l'eterna lotta tra tirannide e libertà, con i potenti egoisti e predatori (la regina Alexandra) che sottomettono le popolazioni nemiche (i Banditi) per controllare le risorse naturali; la polizia come braccio armato dell'ingiustizia (il plotone di coyote come guardie imperiali, notevole intuizione visiva); la burocrazia paralizzante e colposa; la Natura minacciata dall'inquinamento; i pochi saggi che si sacrificano in un mondo in cui dilaga la crudeltà (l'Aquila Reale, il Gufo Rex); e soprattutto la maternità come esperienza traumatizzante, continuamente minacciata da vari fattori (vedi la sterilità di coppia).
Su questo sfondo attualizzante, Knight innesta i moduli tipici della fiaba: l'eroina chiamata a maturare per ribaltare una società ingiusta, destreggiandosi tra aiutanti e oppositori, tra sottomessi e ribelli. Il tutto è reso con un senso epico della narrazione (evidente nella scena di guerra), una mescolanza di creature (animali, umane, ibride, fantastiche) e abbondanti dosi di meraviglioso assegnate al mondo vegetale (l'albero profetico e l'edera custodiscono gli elementi magici classici del genere).
Ne esce fuori una storia avventurosa di perdita e redenzione che incoraggia l'universo femminile alla rivolta contro l'egolatria del potere. Un'opera che pecca forse di originalità (la struttura narrativa è più prevedibile che canonica), ma che fa dialogare a meraviglia, come da prassi in casa Laika, l'animazione a passo uno con la stampa 3D e la CGI.
Dopo l'imponente sforzo produttivo (quindici anni di realizzazione, 231 marionette e 131 set creati) e promozionale tra behind the scenes, libri, installazioni artistiche in Oregon, teaser d'annuncio e riedizioni del romanzo, Wildwood - l'anteprima mondiale al BFI anticipa quella italiana ad Alice nella Città 2026 - da noi segue curiosamente l'uscita in sala de L'estranea, capofila italiano ai prossimi Oscar, che, con tutt'altro genere e linguaggio, indaga i laceranti compromessi che una madre accetta pur di tutelare i figli, e quindi il suo ruolo sociale.
A Portland, il piccolo Mac McKeel viene rapito da uno stormo di corvi davanti alla sorella adolescente Prue McKeel e al compagno di classe Curtis. Il neonato, trascinato in una foresta incantata ai margini della città, viene consegnato alla sua spietata regina Alexandra e sorvegliato da un branco di coyote, sue guardie imperiali. Così i ragazzi si catapultano in questo strano mondo, ma Curtis viene subito catturato. Prue, allora, prosegue in solitaria la ricerca del fratellino. Trova l'aiuto di Brendan, re dei banditi incatenati dalla sovrana, e del saggio gufo Owl Rex, che la informa sul piano di Alexandra: sacrificare il bambino a un'edera dai poteri magici per riportare in vita il figlio Alexandrei, morto anni prima cadendo da cavallo.
Dall'omonimo bestseller fantasy di Colin Meloy, Travis Knight trae una favola nera in stop-motion per indagare i compromessi estremi alla base del desiderio di genitorialità: un'avventura incalzante nei ritmi, canonica nella struttura, grandiosa e magniloquente nell'estetica.
Dopo il recente flop di Masters of the Universe, il regista presenta il progetto più ambizioso della sua Laika (la casa di produzione a cui dobbiamo Coraline e la porta magica): un trascinante coming of age al femminile con qualche ingenuità narrativa, sospeso tra la città natia della protagonista e un regno impenetrabile, concentrato metaforico dei mali del nostro tempo.
Il regista, infatti, innesta suggestioni body horror e atmosfere da commedia nera (siamo dalle parti di Crudelia e Malefica per delineare l'eroina malvagia) su narrazioni antropomorfe in cui la grande letteratura fantastica incontra l'universo Disney. I padri nobili citati dallo stesso Knight sono Tolkien, Lewis, Baum e Carroll: autori di universi autonomi e paralleli che riflettono le contraddizioni del mondo reale e nei quali, d'improvviso, penetrano creature umane.
Nel bosco incantato, infatti, la strana coppia Prue-Curtis conosce tante storture del nostro tempo: l'eterna lotta tra tirannide e libertà, con i potenti egoisti e predatori (la regina Alexandra) che sottomettono le popolazioni nemiche (i Banditi) per controllare le risorse naturali; la polizia come braccio armato dell'ingiustizia (il plotone di coyote come guardie imperiali, notevole intuizione visiva); la burocrazia paralizzante e colposa; la Natura minacciata dall'inquinamento; i pochi saggi che si sacrificano in un mondo in cui dilaga la crudeltà (l'Aquila Reale, il Gufo Rex); e soprattutto la maternità come esperienza traumatizzante, continuamente minacciata da vari fattori (vedi la sterilità di coppia).
Su questo sfondo attualizzante, Knight innesta i moduli tipici della fiaba: l'eroina chiamata a maturare per ribaltare una società ingiusta, destreggiandosi tra aiutanti e oppositori, tra sottomessi e ribelli. Il tutto è reso con un senso epico della narrazione (evidente nella scena di guerra), una mescolanza di creature (animali, umane, ibride, fantastiche) e abbondanti dosi di meraviglioso assegnate al mondo vegetale (l'albero profetico e l'edera custodiscono gli elementi magici classici del genere).
Ne esce fuori una storia avventurosa di perdita e redenzione che incoraggia l'universo femminile alla rivolta contro l'egolatria del potere. Un'opera che pecca forse di originalità (la struttura narrativa è più prevedibile che canonica), ma che fa dialogare a meraviglia, come da prassi in casa Laika, l'animazione a passo uno con la stampa 3D e la CGI.
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