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06/10/2026 - Abbiamo creato un'app tutta nuova! Vai su Google Play per Android o Play Store per iOS e scarica l'ultima versione per non perderti tutte le novità di Diamond Card
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19/06/2026 - Offerta Diamond Card per le recite del 25 e 26 giugno 2026    Debutta al Teatro Massimo il balletto "Caravaggio", spettacolo che esplora il genio e il tormento del celebre pittore attraverso un linguaggio intenso e contemporaneo.    La coreografia è di ...continua a leggere
Al Teatro Massimo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali" Biglietti al 50%
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27/04/2026 - Al Teatro Massimo di Palermo, martedì 28 e giovedì 30 aprile 2026 con tariffe ridotte del 50%, uno dei titoli più esilaranti e dissacranti del repertorio buffo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali," di Gaetano Donizetti. Un'opera che ...continua a leggere
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06/02/2026 - Da Regina Carola Caffè ogni 4 cartoni da 80 cialde Pop Caffè Intenso Piacere (Espresso Made in Italy), 1 cartone in omaggio.    Singolo cartone da 80 cialde a 11€ invece di 13€.    Consegna a domicilio gratuita    Regina Carola Caffè  Via Dante ...continua a leggere
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22/12/2025 - Le Palme Atelier arriva a Palermo!    Ti aspetta nella Boutique Monnalisa Calzature a Piazza Castelnuovo 43, martedì 23 Dicembre 2025 dalle 17 alle 20 per la presentazione dei loro stupendi foulard ispirati all'arte siciliana.
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23/10/2025 - Promozione Pizzeria "Il Rustichetto".    Un'offerta completa di tutto, dagli antipasti vari ed abbondanti alla pizza a scelta, al dessert, tutto incluso in uno strepitoso prezzo da non perdere.    Menu Pizza Completo 12,50€ a persona (invece di ...continua a leggere
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15/04/2025 - Mercoledì 16 Aprile 2025 dalle 10:00 alle 21:00 avrà luogo alla Rinascente di Via Roma 289 a Palermo il Rinascente Shopping Day, un evento eccezionale dedicato unicamente ai possessori della Diamond Card!    Sconti fino al 30% su nuove collezioni ...continua a leggere
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07/02/2025 - Acquista la tua Diamond Card e riceverai un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna! 20 Biglietti per fare divertire i tuoi piccoli in giostre, trenini e gonfiabili.
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05/11/2024 - Sali a bordo della convenienza!    Parte la nuova campagna pubblicitaria Diamond Card su autobus di linea Amat. Per tutto il mese di novembre 2024 potrai vedere in giro per Palermo 15 autobus con la nuova veste grafica Diamond Card.    Se li trovi, scatta una foto e taggaci ...continua a leggere

Al cinema

AVENGERS: ENDGAME
Loc
In seguito alle azioni di Thanos nel precedente Avengers: Infinity War la popolazione dell'intero universo è stata dimezzata e tra i caduti c'è stato anche Nick Fury. Ma prima di morire questi è riuscito a lanciare un messaggio nello spazio alla potentissima Capitan Marvel, che tornata sulla Terra e di fronte a un gruppo di Avengers afflitto dalla sconfitta e dal lutto, vuole prendere le cose in mano. Quello che ha fatto Thanos però non si può risolvere con la semplice superforza e i colpi di energia... Sarebbe criminale raccontare di più perché non c'è probabilmente mai stato un film su questa scala così avvolto nel mistero e ricco di sorprese, annunciato come la conclusione di una saga e allo stesso tempo come la sua celebrazione. Del resto nemmeno una serie cinematografica di questo tipo e magnitudine è mai esistita quindi essere arrivati alla fine di un ciclo lungo 22 film è già un trionfo.



Un complicato espediente narrativo offre ad Avengers: Endgame l'occasione di rivisitare episodi precedenti e allo stesso tempo omaggiarli, in un gioco quasi megalomane per la pretesa che il pubblico si orienti e ne goda, ma pure in una vera e propria apoteosi, che porta infatti con sé anche una sorta di trascendenza.



Si guarda al passato in modo definitivo, almeno per alcuni personaggi, e si promette al contempo un futuro rinnovato, destinato a trovare nuove storie e del resto popolato di eroi che solo di recente sono entrati nell'universo cinematografico Marvel. A loro spetta l'eredità, ma questo film è tutto dei protagonisti storici del primo Avengers che ha riunito i supereroi Marvel, firmato da Joss Whedon nel 2012.



La Vedova Nera, Iron Man, Thor, Hulk, Capitan America e Occhio di Falco sono molto cambiati in questi anni, sono cresciuti, hanno imparato a rispettarsi ma alla fine si sono divisi. E ancora una volta infatti si torna alla frattura di Captain America: Civil War, che a ben vedere era stata seminata già dal primo film dei Russo, con il ritorno di Bucky nelle vesti del Soldato d'Inverno. Questa è allora anche la loro chiusura del cerchio e circolare è pure la più celebre scena del film di Whedon, con la macchina da presa che girava intorno ai sei eroi pronti a dare battaglia in una New York invasa dagli alieni, qui non a caso ripresa. Oltre che a completare il cerchio il film è tematicamente dedicato al sacrificio, che poi è alla base delle più archetipiche storie dei grandi eroi.



Sono i membri originali della squadra, del resto tra i pochi rimasti in vita, a dover raccogliere i cocci, affrontare le conseguenze del proprio fallimento e pagarne il prezzo, che invece aveva finito per ricadere sugli altri. Proprio non aver pagato in prima persona rende il lutto insopportabile anche a chi è riuscito a rifarsi una vita, tanto da decidere di rischiarla di nuovo per cercare di correggere l'errore.



Contro di loro ancora una volta Thanos si dimostra un avversario fenomenale, sia per astuzia sia per prodezza in battaglia e lo scontro finale del film è davvero uno spettacolo impressionante, su una scala ancora superiore a quanto visto nel pur tonitruante Avengers: Infinity War. I due film però sono molto diversi, perché qui all'azione si preferiscono le emozioni, l'ingegno e la solidarietà, tanto che gli scontri sono limitati in pratica a un'unica grande battaglia, ma prima di arrivarci ci sono numerosi dialoghi e idee che vengono messe in scena. La regia è funzionale e forse soffre sotto questa mole di materiale, prima di esplodere nello showdown finale, d'altra parte la qualità stellare del cast tiene in piedi sia le scene drammatiche sia i momenti comici (comunque meno presenti che in passato).



Siamo certi che in Rete la trama del film sarà passata al setaccio in cerca di buchi, che probabilmente non mancano ma non sminuiscono l'efficacia di Avengers: Endgame: le emozioni e lo spettacolo filano lisci anche a dispetto dei dubbi logici e degli espedienti fin troppo comodi cui l'intreccio occasionalmente ricorre.



Non mancano poi passaggi che manderanno in sollucchero i fan, così come le trasformazioni di alcuni eroi sono piuttosto sorprendenti e danno qualcosa di nuovo a personaggi che in questi anni abbiamo incontrato ormai molte volte. Senza però renderli irriconoscibili perché la forza di Avengers: Endgame è proprio nel saper capitalizzare sull'imponente partitura scritta nei capitoli precedenti, per dare vita a un'ultima e più grande prova d'orchestra. Da attribuire ancora prima che ai Russo al produttore Kevin Feige, vero deus ex machina di un'operazione senza uguali nella storia del cinema. Questo è anche il suo trionfo perché, a giudicare dall'impressionante numero di star che tornano in scena, nessuno ha saputo dirgli di no, al punto che le tanto discusse tre ore di durata sembrano appena sufficienti a contenere la ricca densità del film.



Avengers: Endgame è davvero l'annunciato finale di partita, infatti manca il consueto rilancio durante i titoli di coda (sì, avete capito bene, non ci sono scene ulteriori, anche se la prima parte dei titoli, quella "grafica", è il giusto coronamento di questa operazione e vi consigliamo di restare in sala), ma l'universo Marvel cinematografico non si conclude qui. Oltre a espandersi presto sulle serie di Disney+ arriverà a breve alla fine della "terza fase" con Spider-Man: Far From Home, quasi un sorta di epilogo cui sembra seguiranno altri due film già nel 2020. Nonostante gli sforzi di Thanos, la vita nell'universo Marvel è più rigogliosa che mai.
BALCANICA
Loc
La rotta balcanica è un itinerario di migrazione che da est prevede la risalita attraverso i paesi slavi e l'ingresso in Italia nei dintorni di Trieste. È il cammino che intraprendono il direttore d'orchestra Nazar e suo figlio Jalil, che suona la tuba. I due sono in fuga dall'Afghanistan, paese nel quale i talebani hanno bandito la pratica e l'ascolto di ogni forma di musica, e sognano di arrivare in Italia dove hanno già la possibilità di organizzare un concerto. Sul tratto finale del loro percorso, le condizioni di salute precarie di Nazar gli faranno incontrare Greta, dottoressa italiana che pattuglia il confine per offrire assistenza ai migranti.



Esordio alla regia nel lungometraggio per Nicola Sorcinelli, talentuoso regista di corti che ora realizza un'opera prima impegnata e militante su un tema sempre necessario come i flussi migratori che ci circondano. Immergendo lo spettatore in atmosfere plumbee e invernali, si concentra sul fronte orientale con una storia asciutta ma di impatto.



Le storie dei migranti che intraprendono la cosiddetta "rotta balcanica" per entrare in Italia stanno ricevendo sempre più attenzione, e per chi volesse approfondire si consiglia l'ideale complemento del bel documentario Trieste è bella di notte, per la regia di Segre, Calore e Collizzolli. Non molto contesto si può ricavare da Balcanica perché il tratto di viaggio dei protagonisti è quello finale; Sorcinelli però ce lo mostra intriso di tutta la fatica e sofferenza fin lì accumulata, e ben visibile sui volti (in particolare quello di Babak Karimi, che si ricorderà per un ruolo in Una separazione di Farhadi) e sui corpi di un padre e di un figlio.



Il regista sopperisce alla desolazione dei luoghi (terre di confine e di posti di blocco, all'apparenza popolate soltanto da forze dell'ordine e da chi cerca di eluderle) e all'essenzialità narrativa con ottimi valori tecnici soprattutto dal lato dell'immagine: la fotografia di Damjan Radovanovic naviga una gamma cromatica gelida e crepuscolare, e distorce gli attori nell'inquadratura come ad esasperarne le distanze, in un film che del resto rende agonizzante percorrere gli ultimi chilometri di un viaggio infinito, dando l'idea di allontanarsi tanto più ci si avvicina al traguardo.



Dall'altra parte del confine parte invece Greta, la dottoressa interpretata da Matilda De Angelis, che mette la sua popolarità al servizio di un progetto piccolo ma meritevole, e in cambio riceve l'opportunità di recitare su registri diversi da quelli a cui è abituata. Il suo incontro con Nazar e Jalil è breve, verosimile e non sfocia nel sentimentalismo; eppure è sufficiente per scatenare un processo di resistenza personale e dare al film uno spirito battagliero.
COYOTE VS. ACME
Loc
Willy il Coyote, come al solito, non se la passa bene: la sua infinita caccia al velocissimo e

inafferrabile Beep Beep continua a risolversi in una serie di catastrofici fallimenti, spesso

determinati dal malfunzionamento della strumentazione e degli esplosivi acquistati per

posta dalla ACME. Quando vede alla Tv lo spot dell'avvocato Kevin Avery, pronto a fare

causa proprio alla ACME per incidenti da cartone animato, Willy parte per Albuquerque e

porta con sé tutta la montagna di prodotti difettosi comprati da ACME. A Kevin la causa

sembra troppo grossa, ma l'astuzia del Coyote e la solerzia di una assistente dello studio

legale lo portano ad accettarla. Kevin confida di risolvere tutto in un rapido

patteggiamento, ma il Coyote dà fuoco alle carte e innesca così una guerra legale senza

esclusione di colpi, che coinvolgerà molti dei più celebri personaggi dei Looney Tunes.



Coyote vs. Acme è un legal drama dell'assurdo, è il nuovo Roger Rabbit, è un'opera contro l'impunità delle grandi aziende, contro la sperimentazione

sugli animali e, suo malgrado, è anche un'opera che riecheggia la battaglia della propria

faticosa distribuzione.





Il film di Dave Green, prodotto da James Gunn, è ispirato a un brillante articolo umoristico

pubblicato sul The New Yorker a firma di Ian Frazer nel 1990, scritto con la

secchezza linguistica di una fittizia causa legale, ma proprio per questo irresistibile nel

raccontare i danni fisici e morali subiti da Willy il coyote nella sua inesausta caccia al Beep

Beep. Ci sono voluti anni perché si decidesse di farne un film e altri anni ancora per

scrivere un copione che convincesse la Warner Bros, ma l'avventura era solo iniziata. A

film ultimato infatti la Warner, decide di chiuderlo in un cassetto e derubricarlo come una

perdita netta in modo da guadagnarne un rimborso fiscale (come Batgirl, che

però non ha mai ultimato la post-produzione). In molti si indignano e tra loro anche

importanti voci di Hollywood come il duo Christopher Lord e Phil Miller. La Warner

raccoglie così le offerte di studios e stremer, ma alla fine decide di nuovo di cancellare

l'uscita e considerarlo una perdita. La campagna di protesta si riaccende sui social e nel

2024 il protagonista Will Forte, dopo aver visto il film, lo descrive come un'opera toccante

sostenendo la causa. Nel 2025 il film viene acquistato per 50 milioni di dollari dalla

Ketchup Entertainment, che già aveva salvato da una distribuzione diretta su HBO Max

Un'avventura spaziale - Un film dei Looney Tunes. Il film avrà così

distribuzione e se pur non è un esatto riflesso di questa vicenda, perché non racconta una

battaglia per la libertà d'espressione, è senz'altro una storia in stile Davide e Golia e una

sorta di class action contro una grande corporazione.



Realizzato in tecnica mista, con live action e animazione 2D e 3D, unisce il mondo dei

cartoon a quello degli esseri umani con una inatteso rigore, senza rompere la quarta

parete e senza mai dare la capacità di parola a Willy o a Beep Beep. Il primo è infatti

dotato di un numero limitato di cartelli su cui mostrare brevi frasi e il secondo non fa altro

che il suo caratteristico verso, eppure entrambi riescono a trovare posto nel più verboso

dei generi, quello delle aule di tribunale. Un piccolo miracolo di astuzia, aiutato

dall'animazione fortemente espressiva che ha sempre caratterizzato i personaggi Warner

e da un'ottima prova comica di Will Forte e di John Cena, nei panni del villain Buddy

Crane.

Così crudele da ricattare Titti minacciando di rovinare la sua nonnina, Crane ha anche

fatto imprigionare in una sorta di spazio liminale il geniale Dr. Lorre (che già dagli anni

Quaranta presenta le fattezze del grande Peter Lorre). Lorre infatti aveva protestato contro

l'uso dei cartoni animati come cavie delle invenzioni della Acme, che produce qui pure

articoli per umani perfettamente sicuri, perché appunto testati sui personaggi animati.

Questi hanno non per caso fattezze di animali, infatti l'animalismo è uno dei temi al cuore



del film, che racconta del resto anche di come un uomo impara a essere amico di un

canide.

Coyote vs. Acme non ha la finezza metacinematografica di Chi ha incastrato Roger Rabbit? Ma è ricco di passaggi esilaranti e vanta un efficace colpo

di scena che naturalmente non riveleremo. Non solo intrattiene, ma trova pure una

risoluzione finale toccante, con il confronto più sincero che Willy e Beep Beep hanno mai

avuto. Difficile restare indifferenti, perché la popolarità del personaggio di Chuck Jones e

Michael Maltese fa appello a caratteristiche davvero universali della condizione umana.

Parafrasando un poco quel che cantava Finardi: siamo tutti come Willy il Coyote, che cade

ma non molla mai...
DIGGER
Loc
Digger Rockwell è un magnate del petrolio, la sua fortuna di famiglia ha antiche radici, ma Digger ha continuato a espandere la sua influenza, è in rapporto diretto con il Presidente degli Stati Uniti e al corrente di informazioni del tutto riservate. Quando le operazioni dei suoi pozzi tra i ghiacci della Groenlandia scatenano un terribile incidente, la crisi minaccia di investire gran parte dell'Europa settentrionale, alterando gli equilibri del mondo intero e - naturalmente - non è che l'inizio. Affidandosi al solo scienziato che ha il coraggio di dirgli in faccia le cose come stanno, ossia il Dottor Ganesh, Digger cerca di raddrizzare la situazione, ma di fronte alle forze di madre natura nulla possono le armi dell'esercito statunitense né i media manipolati dalle AI. Digger riconoscerà il suo ruolo nella catastrofe, ma senza rinunciare a dire che egli è il mostro che hanno creato gli Stati moderni, con la loro inesauribile sete di petrolio.



Satira sull'apocalisse ambientale Digger, il nuovo film di Alejandro G. Iñarritu, è anche un chiaro tentativo di far vincere l'Oscar a Tom Cruise.



Operazione che al regista era già riuscita con Leonardo Di Caprio in Revenant e che viene qui tentata attraverso una interpretazione trasformativa, dove Tom Cruise torna a essere irriconoscibile, invecchiato, imbruttito e ingrassato come non lo vedevamo dai tempi di Tropic Thunder e allo stesso tempo tanto esaltato e spregiudicato come in Magnolia. O meglio così appare nella prima parte del film, che poi con un colpo di scena rivela una natura più stratificata, della quale però non parleremo, se non per dire che Tom Cruise ha modo di sfoggiare altri registi della sua recitazione, decisamente più naturalistici.

Iñarritu continua del resto la collaborazione con lo sceneggiatore Nicolás Giacobone, che ha preso il posto di Guillermo Arriaga come suo sodale fin da Biutiful, e in Digger i due tornano alla satira sul teatro della vita, già praticata in Birdman, qui però con un tema decisamente più importante e con molti riferimenti alla contemporaneità (a partire dalla Groenlandia).



Al fianco del regista c'è ancora una volta il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, detto Chivo, indubbiamente tra i migliori artisti della luce al mondo, che in Digger ha abbracciato diverse sfide, tra cui l'uso delle miniature e del sistema di ripresa VistaVision (già riportato recentemente in auge da Paul Thomas Anderson per Una battaglia dopo l'altra). Questa tecnica limita, con rulli di dieci minuti al massimo di durata, la lunghezza dei piani sequenza, infatti il monologo con cui Tom Cruise cerca l'Oscar dura proprio 10 minuti. Inoltre il sistema ha un impatto sulla resa dei colori e rende le macchine da presa più rumorose, oltre che ingombranti, tutte difficoltà tecniche che Lubezki ha egregiamente risolto, realizzando ancora una volta un film visivamente virtuosistico. In questo ha ricevuto un grande aiuto dalla cura con sui sono stati realizzati, nello studio del maestro Simon Weisse di Berlino, i diorami che fanno in alcuni passaggi da sfondo alle scene, interamente girate nei set di Pinewood. Inoltre la scenografia ha pure un ruolo importantissimo, perché fin da subito introduce l'elemento dell'umidità e del decadimento degli ambienti, che inizialmente sembra una metaforica libertà d'artista, qualcosa di fuori posto e quindi di simbolico. Il grigiore assoluto con il quale è rappresentato il parlamento europeo, tanto nell'ambiente quando nei costumi e negli uomini e donne chiamati a fare da figuranti, è poi impressionante risultato di uno sforzo congiunto di tutti i reparti, coordinati dalla direzione delle luci di Lubezki.



In questa scena in particolare però il film risulta schematico e banale: l'America è ancora una volta una terra di eccessi e di ignoranza ma vitale, mentre l'Europa è un luogo spoglio di energia. Tanto si vuole far apparire controversa e illuminante la figura di Digger, che per contrasto la si circonda di oscuri funzionari senza personalità - e di presidente matto interpretato da John Goodman che crede di essere causa dei mali della Nazione per via dei mali del suo corpo, come fosse un Re menomato del leggendario ciclo arturiano, il "Re pescatore". La vera controparte di Digger, quasi il suo "antagonista", non è infatti un politico, bensì un uomo di scienza che, secondo una retorica più à la page è di colore e di origine indiana - però, si badi, sempre con cittadinanza americana.



In un film con queste ambizioni, tali semplificazioni sono controproducenti inoltre, nel cercare l'attualità a tutti i costi, manca l'altra vera superpotenza dei nostri tempi, ossia la Cina. Più in generale il tentativo di realizzare un nuovo Dottor Stranamore si schianta sugli artifici di Iñarritu, che cerca una finzione più vera del vero, che si muove tra diversi livelli di messa in scena e che in fondo non sembra credere, lui per primo, alla forza della sua satira, tanto da doverla rivestire di giochi di prestigio. Il regista rifiuta la definizione di autore pretenzioso, ritiene che la definizione gli venga attribuita con facilità perché messicano e sia quindi un'etichetta razzista, ma in Digger fa davvero tutto il possibile per meritarsi questo appellativo ancora una volta.
HEART OF THE BEAST - NEL PROFONDO SELVAGGIO
Loc
Ex ufficiale delle Forze Speciali, James ha un disturbo post-traumatico da stress e cerca la pace nella solitudine dei territori più remoti dell'Alaska. Non ha famiglia ma, dopo molti anni di servizio, ha preso con sé il cane ricognitore Odin, a sua volta affetto da PTSD. Durante un volo per sfuggire a una tempesta, quando tutto sembra ormai tranquillo, James viene colpito da un malore improvviso e l'aereo finisce per sbandare e poi precipitare. Da quel momento l'uomo e il cane sono contusi, feriti e lontani da qualsiasi forma di civiltà. Li aspetta una traversata di oltre novanta chilometri in un territorio impervio, dove le risorse che possono portarsi appresso si assottigliano un giorno dopo l'altro, mentre le bestie del luogo si fanno più aggressive.



David Ayer, con Heart of the Beast - Nel profondo selvaggio, si dedica a un racconto essenziale, di pochissime parole e, dopo tante fracassonate, ritrova il lato più umano del suo cinema.



Il regista era infatti caduto malamente in disgrazia con il flop di Suicide Squad, seguito da quella che doveva essere la nascita di un franchise fantasy per Netflix, Bright, però abortito sul nascere. Solo nel 2024, con The Beekeeper ha ritrovato successo al botteghino, grazie più che altro a una smaccata dose di ironia a rendere digeribile un ennesimo film machista e repubblicano con Jason Statham. Con lo stesso attore aveva provato un'operazione un po' più empatica nel successivo A Working Man, sceneggiato con Stallone, ma non era andata altrettanto bene. Ora finalmente Ayer rinnova il sodalizio con Brad Pitt, qui anche producer con la sua Plan B, insieme al quale aveva firmato Fury, uno dei suoi film migliori. Pur spogliatosi dalla banalità di giustizieri un tanto al chilo, il regista non sfugge del tutto al filone conservatore, che vuole parlare degli eroi di guerra, martiri americani, di nobili intenti e disposti al sacrificio in nome di non si sa bene cosa. Dicono di aver conosciuto l'inferno nella guerra e la crudeltà degli uomini, ma quegli uomini sono sempre i nemici, perché i fratelli in armi vengono immediatamente santificati.



Si tratta stavolta di una retorica che resta per lo più sottotraccia, destinata a riemergere come un fiume carsico solo in un paio di passaggi (tra cui inevitabilmente però anche il finale...), nel complesso sommersa dal viaggio di un uomo e del suo cane, o forse di un cane e del suo uomo. Pitt affronta infatti il ruolo con spirito di sacrificio, lasciando che la vera star del film sia Odin, un cane con una zampa sostituita da una protesi e con denti in titanio. Nonostante le ferite subite in battaglia, il reduce Odin è rimasto fedelissimo a James e viceversa. I due più volte rischiano tutto l'uno per l'altro e James, normalmente severo e imperturbabile come un buon marine, si dispera quando Odin è ferito o in pericolo. Il film è tutto per loro e per i bellissimi ma crudeli paesaggi naturali dell'Alaska, un territorio selvaggio di così grande estensione che l'uomo può tornare a essere una preda.



Solo un incontro con un vecchio che risale il fiume in barca, interpretato da J.K. Simmons, spezza la solitudine dei due e arriva nella primissima parte del film, come un prologo utile a far parlare un minimo James della sua vita precedente. Così introduttivo e funzionale da essere didascalico, l'incontro funziona solo grazie alla forza dei due attori e fortunatamente si risolve in fretta, lasciando spazio a Odin e alla tragedia che innesca il viaggio di Heart of the Beast. Il film non è un'avventura Disney ma resta comunque in un registro mainstream, senza spingersi mai fino agli estremi per esempio di Arctic con Mads Mikkelsen. Per quanto Odin non possa rispondere a James, se non con i suoi occhioni molto espressivi, James gli parla piuttosto spesso, evitando che il silenzio crei un'atmosfera rarefatta o opprimente. Questo perché non si tratta di una storia di solitudine, semmai del suo contrario: quella di James e Odin è un'avventura, dura e persino disperata, ma dove si può sempre contare sulla forza del legame tra uomo e animale.
L'ALBERO DI MOLTO LONTANO
Loc
Dopo che mamma Polly si è licenziata per motivi etici dal lavoro d'ingegnere, una famiglia di Londra rimane senza sostentamento, visto che papà Tim ha scelto di restare a casa con i figli, gli ancora piccoli Fran e Joe e l'adolescente Beth. Dipendenti da smartphone e giochi online, i tre ragazzi non prendono affatto bene la decisione di Tim e Polly di trasferirsi in campagna per cambiare vita e mantenersi coltivando pomodori. Dopo l'iniziale shock, sarà la silenziosa Fran a convincere il fratello e la sorella ad affezionarsi alla vita nei boschi, grazie alla scoperta di un mondo di buffe creature fatate che popola l'albero di molto lontano.



Lo sceneggiatore di Paddington 2 e Wonka, Simon Farnaby, adatta uno dei capisaldi della letteratura d'infanzia inglese, "L'albero di molto lontano", serie ideata e scritta tra gli anni '30 e '50 dalla popolarissima scrittrice Enid Blyton.



Il riferimento alle avventure dell'orsetto gentile Paddington e alle invenzioni dell'ultima trasposizione del capolavoro di Roald Dahl non è casuale, perché il film di Ben Gregor presenta aspetti decisamente simili: un'operazione pensata espressamente per l'infanzia, arricchita però da tocchi d'ironia glamour, estetica vintage e star anglo-americane che stanno simpaticamente al gioco (qui Claire Foy e Andrew Garfield nei ruoli di mamma e papà).

Con il suo universo magico nel cuore di una foresta incontaminata, L'albero di molto lontano presenta il consueto topos dell'ingresso in un mondo parallelo visibile solo alla fantasia dei bambini. Per lo spettatore di oggi il rimando è a film come Un ponte per Terabithia, o addirittura Il mio vicino Totoro (citato espressamente nel momento in cui Fran porta per la prima volta il fratello e la sorella nella foresta), ma in realtà è proprio l'opera della Blyton ad aver fatto da modello consapevole o meno di questi riferimenti: di conseguenza, L'albero di molto lontano, che prende spunto da vari libri della serie, è un omaggio a un modo ormai lontano di rappresentare e intendere l'infanzia, affrontato con l'inevitabile nostalgia e ironia di uno sguardo contemporaneo.

Gregor e Farnaby adattano infatti alla cultura dei giorni nostri il senso della meraviglia infantile celebrato dai libri della Blyton. Nel film il mondo digitale è il vero nemico; il ritorno alla campagna è un'utopia un po' ridicola (qualcuno ricorderà un analogo episodio dei Simpson, in cui, però, l'assurdo prendeva il posto che qui è della fiaba); la vita dentro l'albero, con personaggi buffi come la fata Stellina, il burbero Faccia di luna, l'esasperato Uomo pentola, l'isterico Folletto Marrabbio, l'estenuante Madama Lavotuttoetutti, il debosciato signor Comemichiamo, è segnata da comportamenti, tic e fobie molto contemporanei.

Dal lato degli umani, invece, l'invocazione è non solo al ritorno alla natura, ma soprattutto a un'innocenza che la stessa infanzia ha perduto, tra ossessione per la tecnologia, atteggiamenti altezzosi, pragmatismo cinico e povertà d'immaginazione. La morale è ovvia, il cammino periglioso per giungere al lieto fine, pure, ma in questo caso il percorso diventa più coinvolgente e divertente man a mano che il film procede.

Se rispetto alla serie Paddington (o almeno i primi due, straordinari episodi) o lo stesso Wonka, le cose funzionano un po' meno bene (e cioè sono meno sognanti, meno commoventi, più declamatorie e ricattatorie) è perché, semplicemente, Ben Gregor non è Paul King e il film fatica a farsi considerare fin da subito una fiaba sognante, sbagliando completamente tono nella prima parte, in cui il realismo fiacco della rappresentazione cozza con l'evidente assurdità del tutto. Le cose migliorano quando si entra finalmente nel mondo dell'albero di molto lontano, tra quadretti colorati, effetti di quadro nel quadro e alcune scenette (come quella del mondo dei compleanni) allestite con simpatico gusto vintage anni '80 (con tanto di split screen e costumi in stile astro-pop).

La nostalgia, insomma, salva L'albero di molto lontano dalla mediocrità di un prodotto per ragazzini infarcito di droni, leziosità e primi piani ammiccanti, facendo però rimpiangere un poco quello che il film avrebbe potuto essere, se solo fosse stato fatto con un po' più fantasia, stravaganza e immaginazione.
L'ISOLA DEI RICORDI
Loc
Jo e Raissa, inseparabili amiche d'infanzia, vengono magicamente catapultate attraverso un misterioso portale su Nakali. In quest'isola incantata, popolata dalle affascinanti creature della mitologia filippina, troveranno alleati stravaganti come il buffo licantropo Raww e oscuri nemici da sconfiggere.



Sorprendente caleidoscopio di idee con un'animazione cangiante, L'isola dei ricordi restituisce le usanze, i costumi e la cultura filippina poco esplorata dal cinema mainstream.



Scritto e diretto a quattro mani da Joel Crawford e Januel Mercado, L'isola dei ricordi restituisce, fin dalle sue primissime battute, l'essenza delle grandi amicizie, in questo caso quella tra Jo e Raissa, due personalità così diverse e agli antipodi da diventare insostituibili l'una per l'altra. Il film riesce a cogliere con grande profondità quel momento, quell'attimo, in cui le amicizie iniziano che è sempre tremendamente casuale se non banale, ma pronto ad accogliere l'altro, a rimanere stregati da una caratteristica insita nell'altro a cui ci affezioniamo a volte per tutta la vita. Così quando Jo e Raissa s'incrociano bambine davanti alla porta del preside della scuola che le ha convocate per diversi motivi, le due non ci pensano su tanto e scappano insieme. In quell'imprinting ci sarà tutta la loro vita, Jo più ribelle, meno ambiziosa, molto brava nel disegno e a raccontare storie sanguinarie tramandatele da sua nonna e Raissa più disciplinata, studiosa e accondiscendente verso i genitori che la vogliono prossima studentessa della Caltech, la prestigiosa università fuori Los Angeles che apre le porte alla Nasa. Sì perché da quel momento in cui si sono incontrate bambine, il film mette in scena un'accelerazione che le vede crescere in diretta grazie a un'animazione travolgente. E così arriviamo a quella notte prima dell'addio e della partenza di Raissa dalle Filippine. Una notte che, per magia, le trasporta sull'isola di Nakali che hanno sempre sognato, una specie di meraviglioso regno di Oz dove si risvegliano senza ricordare nulla di come ci sono arrivate e con il meraviglioso personaggio del cane licantropo Raww che dice di essersela spassata con loro tutta la notte. Sui loro corpi appaiono strani tatuaggi luminosi e a Raissa sono pure spuntate delle ali. Ma lei deve prendere l'areo per Los Angeles e dunque serve che ritrovino il portale magico da cui sono entrate. Inutile dire che fra loro e l'obiettivo s'inseriranno demoni e strani personaggi che metteranno a dura prova la loro amicizia. Al punto che saranno costrette a barattare dei loro ricordi, plasticamente simbolizzati dai ciondoli dei loro braccialetti, per sopravvivere.

È questo uno degli aspetti più forti della sceneggiatura perché il fatto di cancellare alcuni ricordi che, anche noi come spettatori, abbiamo visto crearsi e che pure appartengono alle nostre esperienze di vita, risulta addirittura un po' violento. Non è questo il motivo perché negli Stati Uniti il film è stato classificato con il Pg, ossia con la visione che richiede la guida dei genitori, dato che ci sono personaggi come il demone Manananggal che può dividersi staccandosi tra busto e gambe oppure, in generale, è la stessa animazione ipercinetica a creare un po' d'affanno nello spettatore. Però certo quando Raissa comincia a non ricordare dei momenti fondanti della loro amicizia, un po' di sgomento scende in sala.

Insomma qui il film si fa molto adulto portando alle estreme conseguenze il suo assunto. Poi certo l'incredibile spettro dei personaggi secondari creati da Joel Crawford e Januel Mercado distraggono subito da tutto questo e ti riportano nei binari dell'assurdo più divertente. In più l'animazione rocambolesca e iperfrenetica, con cambi di formato e di stile, non consente di staccare gli occhi dallo schermo (sarà un modo per evitare che i più giovani si mettano a scrollare sugli smartphone al cinema?) e la caratterizzazione di alcuni personaggi, come Bungi, un bambino blu gigante, rendono questo film una sana follia. E dimostrano come ancora ci sono delle idee a Hollywood al di là delle sfruttatissime proprietà intellettuali con sequel, reboot e prequel.
LA CITTÀ DEI VIVI
Loc
In una Roma di periferia, Luca ha ventitré anni ma è ancora alle prese con la scuola serale per prendere il diploma, oltre ad aiutare il padre accompagnandolo sul furgone con cui lavora. Tra la ricerca di un impiego più solido e la reticenza allo studio, il giovane non ha ancora chiaro cosa fare della sua vita anche se pianifica il futuro con la fidanzata Marta Gaia, che è di casa nell'appartamento in cui Luca vive con i genitori. Bisognoso di soldi, una nuova conoscenza lo introduce a un giro di feste altolocate che sembrano promettere guadagno con poco sforzo, ma le circostanze trasformeranno la storia in insensata tragedia.



Un delitto atroce che aveva fatto scalpore nel 2016 riaffiora nella quinta opera di Edoardo Gabbriellini, attore poi diventato regista che qui adatta l'omonimo romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia. Il tipo di adattamento è forse inaspettato per chi conosce la vicenda, ma attraverso le ottime interpretazioni di Mastandrea e del protagonista Emanuele Maria Di Stefano trova un suo spazio originale.



Se Lagioia, nei suoi vari punti di contatto con l'omicidio di Luca Varani (reportage, romanzo, podcast e ora soggetto del film) parla a un certo punto di una "malvagità dei luoghi", Gabbriellini fa di tutto per esorcizzarla, per opporre invece una semplicità limpida e comprensibile alle parti di quella vicenda che più sono assurde e oscene. Con pudore danza attorno alla violenza, e si direbbe quasi che la riempie di vuoti: quelle inquadrature di stanze senza persone - nelle case dove si è cresciuti, dove si sogna di abitare, e perfino dove si spargerà del sangue - o in quegli autobus che attraversano Roma e sono belli perché non c'è mai nessuno, e in quei bicchieri che ritornano spesso e "sono fatti per rompersi".



Così facendo prende in esame soltanto Luca e il suo universo affettivo, il rapporto schietto con i genitori e quello fisiologicamente appena più complicato con la fidanzata (li vediamo lasciarsi brevemente e poi tornare subito insieme e immaginare un nido domestico sotto un cavalcavia romano). Le contemporanee traiettorie dei due ragazzi che si macchieranno del delitto, e la casualità crudele che li porta non solo a incrociare il cammino di Luca ma anche quello reciproco, sono relegate al fuoricampo se non per qualche piccolo accenno.



È una scelta programmatica, per trattare la storia senza scabrosi sensazionalismi, e che quindi rifiuta di addentrarsi nel valore simbolico degli eventi come grande tessitura sociologica sulla "Roma marcia" di questo deprimente inizio secolo. Il prezzo da pagare, per Gabbriellini, è che il suo film ha una minore specificità - forse perfino una minore rilevanza - perché diventa un po' più universale come straziante tentativo di rispondere all'orrore con un controcampo di umanità.



Ciò lo rende filmicamente interessante come complemento agli ampi materiali d'origine di Lagioia, che in questa epoca di mania per il true crime rimangono senza dubbio il testo primario. Molti dei dettagli però prendono vita e senso quando sono traslati nell'immagine, come l'incipit che torna al momento dell'adozione di Luca e alla scelta che i genitori dovettero fare tra tre neonati, commentando dolcemente sulla natura dell'amore e di nuovo sull'idea di una serie infinita di casualità che prima di finire in tragedia lasciano molto di bello e di tangibile.



Lo stesso avviene passando dall'incipit al finale, in cui Gabbriellini mostra tutta la sensibilità registica che ricordavamo da Holiday e Padroni di casa, ritagliando momenti che restano sospesi: in una conversazione sull'autobus tra Luca e una ex compagna di scuola, o in una telefonata tra la fidanzata e un vecchio amico. Se il film ci risparmia la violenza più efferata, attraverso dialoghi del genere ci mette comunque di fronte a una realtà estesa fatta di connessioni sociali recise, e di giovani adulti privi di qualunque rete di supporto che rifiutano sia lo studio che il lavoro. In questo trova una prossimità con il contemporaneo Ketticè di Tortorici, spietata dissezione di una generazione di liceali del 2012, che poi sarebbero diventati più o meno i ventenni di Gabbriellini.



Da quella Palermo a questa Roma però la strada è impervia e lo sguardo diverso. È una capitale di lunghe distanze quelle su cui Luca cerca lavoro e identità: da La Storta e Valle Aurelia fino a Pietralata, sull'intero arco nord di un luogo immenso e freddo. Ci sarà poi, tutto a est, quell'appartamento all'inizio di Via Igino Giordani, sull'ingresso per Colli Aniene. Ma qui Gabriellini non si ferma più del necessario, preferendo tornare dalla famiglia di Luca per un epilogo che sa di understatement e misura umana.
MAMMINA
Loc
Bela, una bambina di otto anni che vive in una casa segnata da problemi coniugali, si trova ad affrontare un'entità sinistra che esce dal suo armadio. La presenza, che lei chiama "Altra Mamma", diventa sempre più minacciosa per lei e per la sua famiglia.
NAZA
Loc
Di notte, sui tetti di Tel Aviv, vanno in scena le registrazioni di testimonianze anonime da parte di operatori dell'intelligence e membri dell'esercito israeliano, che dal 2023 hanno preso parte ai sistematici spionaggio, sorveglianza e uccisione di civili palestinesi a Gaza. Prodotto dal The Guardian e dalle pubblicazioni israelo-palestinesi "+972 Magazine" e "Local call", il documentario fa un resoconto delle tecnologie - dalle intercettazioni all'hackeraggio, per arrivare all'intelligenza artificiale - usate per il monitoraggio della popolazione e di come esse agiscano in diretto supporto a una campagna pluriennale di bombardamenti, droni e cecchini che hanno prodotto decine di migliaia di morti in tutta la Cisgiordania negli ultimi anni.



Dopo il successo globale ottenuto con No Other Land, la "metà" israeliana del collettivo di quattro registi del documentario premio Oscar sposta l'obiettivo dai territori occupati della Cisgiordania fino al cuore di Tel Aviv.



Lo fa adattando per lo schermo in modo lucido ed essenziale il lungo processo di giornalismo investigativo che a partire dal 2023 ha raccolto le incendiarie testimonianze di israeliani che hanno preso parte al genocidio palestinese.



Composto esclusivamente di immagini notturne della skyline cittadina, con una macchina da presa che scruta fino all'interno dei salotti e delle stanze nei quali la popolazione vive indisturbata il proprio quotidiano (grande enfasi è posta sulle TV accese con i proclami di un onnipresente Netanyahu e di altri esponenti governativi e mediatici), il lavoro di Yuval Abraham e Rachel Szor si gioca tutto sulla distanza tra lo sfondo e il primo piano, in cui nasconde volti e voci di persone sui tetti mentre confessano di una progressiva realizzazione di ciò a cui stavano partecipando.



La loro è un'ideale contro-programmazione televisiva, una versione a specchio del rituale collettivo del TG della sera messo in scena nell'oscurità fuori alla finestra. "È come avere gli ormoni impazziti" confessa un soldato, in un misto di spersonalizzazione digitale, euforia collettiva da propaganda, delirio di onnipotenza oltre ovviamente al più classico dei "questi erano gli ordini". Molti i numeri e le cifre che si rincorrono nel documentario, spesso a quantificare i cosiddetti "naza" (vittime collaterali uccise assieme a un obiettivo originario) che vengono ritenuti accettabili per ogni singola operazione militare.



Grazie all'inclusione di materiali d'archivio si ripercorre l'installazione di reti di comunicazione a Gaza negli anni settanta, fatte interamente da Israele e quindi simbolo di una sorveglianza built-in. Da lì si arriva fino all'uso dell'intelligenza artificiale che analizza i big data di sorveglianza, li incrocia e decide chi e dove colpire. Nel racconto di uno degli operatori, la chiosa arriva come un macigno: "è meglio che sia l'AI a deciderlo piuttosto che una persona a cui Hamas ha ucciso un amico la settimana scorsa".



Un certo stile matter of fact è chiaramente alla base dell'operazione, che tende nelle interviste ad ancorare il più possibile quanto emerge nel reale e nelle basi di senso comune ("ciò che descrivi non è forse un omicidio di massa?"). Soprattutto l'attenzione è volta a illuminare la natura sistemica ed endemica delle operazioni israeliane, più che alla colpa individuale; tutto allo scoperto, tutto consapevole. All'astrazione delle mortifere tecnologie discusse si cerca di opporre il gesto analogico, con una serie di disegni e diagrammi su fogli di carta con cui i soggetti aiutano (forse più loro stessi che lo spettatore) la comprensione dei meccanismi in atto.



Con la produzione esecutiva di Jonathan Glazer e la consulenza di Laura Poitras, l'opera di Abraham e Szor si configura come un atto necessario di resistenza e di responsabilità che viene dall'interno della società israeliana, giusto correlativo di un'opinione pubblica globale ed europea del 2026 che (troppo) lentamente e dolorosamente ha preso coscienza sul tema, e che per il cinema è passata attraverso il ruolo giocato da altri titoli come il sopracitato No other land e il più controverso La voce di Hind Rajab. A loro - e ai tanti altri documentaristi che in questi anni stanno componendo una galassia di ricchissimi materiali - Naza fa seguito con un approccio più analitico e razionale, benché ugualmente sconvolgente.
QUASI VERA
Loc
Diego è un aspirante attore che, tra provini andati male e piccoli ruoli da comparsa, fatica a trovare il proprio posto nel mondo. Quando la sua vita personale entra in crisi, si ritrova costretto a reinventarsi. L'incontro con il mondo degli influencer e delle nuove tecnologie gli offre un'opportunità inaspettata: grazie alle sue competenze informatiche e all'intelligenza artificiale, crea Vera, una influencer virtuale bella, affascinante e apparentemente perfetta. Attraverso un mix originale che unisce ironia, sensualità e celebri gol della Nazionale italiana, Vera conquista rapidamente milioni di follower trasformandosi in un fenomeno mediatico. Ma mentre il confine tra reale e virtuale si fa sempre più sottile, Diego dovrà confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte e con il desiderio di ritrovare ciò che conta davvero.
RESIDENT EVIL
Loc
Dalla mente del visionario regista Zach Cregger arriva una nuova e terrificante interpretazione del franchise di Resident Evil. In una storia completamente inedita, Resident Evil segue Bryan, un corriere medico che si ritrova involontariamente coinvolto in una frenetica sfida contro il tempo per sopravvivere, mentre una notte sconvolgente e orribile sprofonda nel caos intorno a lui.
RIDER
Loc
Samuele, detto Sami, è un giovane rider, che ogni giorno si muove per le strade di Milano con la sua bici. La notte di Capodanno, mentre la città esplode di luci, consegna un enorme ordine di sushi in una lussuosa villa. Invitato a rimanere per la serata, incontra Nia, una ragazza con la testa sulle spalle, con cui scatta subito una forte connessione. Ma, mentre un nuovo amore muove i primi passi, Sami dovrà decidere se affrontare le conseguenze fatali di una decisione presa d'impulso.



Esperimento originale e riuscito di fusione dei ritmi e della musica rap e hip hop, cantata come in un musical, con la storia di una notte da leone di un rider, in un contesto urbano come quello di Milano.



Finalmente un'idea scagliata, tagliente come una rima, all'interno del nostro cinema italiano che ci appare spesso un pochino - è un eufemismo - avulso dal mondo in cui viviamo. Ci volevano il regista Roan Johnson e il producer musicale Davide Pavanello in arte Dade per immaginare qualcosa di veramente incredibile già sulla carta. Far cantare in rima, anche quando parlano, i protagonisti di un film la cui storia guarda a "Delitto e castigo" con i temi della colpa e della sua espiazione, in una Milano, ma potrebbe essere qualsiasi altra metropoli, in cui i grattacieli e le case bene si poggiano, letteralmente, su un mondo di sfruttati.

Tra questi c'è il nostro protagonista, un rider (ma quanto è bravo, ma che faccia ha Lorenzo Aloi!) che, grazie a questo lavoro a chiamata, è così assorbito dalla quotidianità e dell'immediatezza delle cose (il padre, interpretato da Claudio Santamaria, è ai domiciliari) che non ha capito di aver perso pure un aspetto fondamentale della vita. Quello di pensare anche un po' a se stessi proiettandosi, magari sognando a occhi aperti - non importa! - nella costruzione di un futuro possibile. Invece tutti i protagonisti di questa storia, che è tanto semplice, lineare e basica, quanto atavicamente profonda, sembrano stare sul cuor della terra, trafitti da un raggio di sole, ed è subito sera. Cioè non si chiedono niente sul futuro, non parlano del passato ma vivono in un estenuante presente che livella tutte le classi sociali, quelle proletarie e quelle altoborghesi, accomunate solo dall'arrivare a fine giornata o nottata.

In questo contesto che, se ben analizzato, è di una tragicità definitiva, Rider inserisce l'elemento amoroso che, per un periodo di tempo purtroppo troppo breve, dà forma e sostanza alla vita del protagonista Sami quando incontra Nia (ma quanto è brava, ma che faccia ha Kaze!). La tenerezza dello sviluppo della loro relazione, la delicatezza shakespeariana delle scene in cui lei parla all'amica di lui e lui all'amico di lei, il loro pudore, sono messi in scena dai due registi, tra soluzioni stilistiche e musicali, con grande naturalezza ed efficacia.

C'è poi l'aspetto innovativo dell'intero progetto con il film che uscirà accompagnato da un disco, dunque un film al servizio di un album al servizio di una storia. Sono tanti, in questo senso, i musicisti che entrano in Rider, a volte solo con un cameo come Rosa Chemical, Levante, Ensi o Margherita Vicario che interpreta un'avvocata, altre volte sorprendendo proprio come 'veri' attori, come il musicista Johnny Marsiglia. È una di quelle volte che un film potrà rappresentare, per il futuro, la memoria di una certa scena musicale accolta però in funzione narrativa.

Che poi in un film italiano si parli di sottoproletariato, di sfruttamento lavorativo, di utilizzo quotidiano di sostanze stupefacenti, di domiciliari, insomma dell'Italia nel 2026, tutto questo chiamando anche interpreti afrodiscendenti, è qualcosa che ci fa gridare al miracolo.
SOTTO A CHI TOCCA
Loc
Fernando Porta si presenta ad un colloquio di lavoro per l'incarico di direttore commerciale per una grande azienda torinese. Pensa di essere l'unico ad avere quell'appuntamento in quel giorno e a quell'ora, ma appena arrivato apprende di essere solo uno tra sei candidati di età, genere e background professionale diversi, tutti agguerriti e desiderosi di conquistare la posizione offerta. I sei non sanno che a valutarli non sarà un selezionatore in carne ed ossa, ma una presenza che li osserva da remoto, attraverso telecamere e cellulari assegnati ad personam. La lotta sarà durissima, senza esclusione di colpi, e spesso sposterà sui candidati l'onere di prendere la decisione di mandare a casa uno degli altri: il che stupisce, perché li abbiamo visti compiere gesti di gentilezza e altruismo lungo il loro percorso per arrivare al colloquio. La procedura di selezione sarà piena di inganni e di tranelli: che cosa saranno disposti a fare per superare le prove via via loro presentate?

Sotto a chi tocca è il terzo film da regista di Giorgio Pasotti, dopo Io, Arlecchino e Abbi fede, e conferma il suo desiderio di percorrere strade nuove, sperimentando generi e storie. Questa volta il suo cosceneggiatore è di nuovo Federico Baccomo, già al suo fianco in Abbi fede, e insieme adattano per il grande schermo lo spettacolo teatrale "Il metodo Grönholm" del drammaturgo catalano Jordi Galceran. Il fatto stesso di affrontare il tema del lavoro e la crudeltà di certe pratiche aziendali di impiego, che ci fanno pensare a film come Cacciatore di teste o il recente No Other Choice - Non c'è altra scelta, è lodevole, e insolito per il cinema italiano.

Pasotti si ritaglia il ruolo di Fernando Porta e un intenso monologo (quasi) finale; intorno a lui si muovono Giovanna Mezzogiorno, Rocco Papaleo, Stefano Fresi, Linda Messerklinger e Giacomo Giorgio (con accento nordico convincente), tutti impegnati a recitare sul crinale fra verità e menzogna per portare a termine la missione dei rispettivi personaggi - missione peraltro non scontata. Il problema è una sceneggiatura eccessivamente cervellotica che, pur nel contesto quasi distopico, impone contorsioni mentali a volte troppo macchinose, perdendo di vista il senso (e la fibra morale) di questa storia tanto complessa. Si sorride a tratti, ma difficilmente si riesce a sospendere l'incredulità davanti alle svolte narrative e ai tanti carpiati dei personaggi. Anche l'inserimento di un paio di temi imperniati sull'inclusione appare qui forzato e strumentale.

Pasotti è un regista forse troppo cerebrale, ma la curiosità e la voglia di esplorare nuovi territori rendono interessante il suo percorso, a patto che in futuro riesca a dare più spazio alla spontaneità della narrazione e ad una messa in scena meno controllata e contorta.
THE SOCIAL - IL PREZZO DELLA VERITÀ
Loc
Il film è ispirato alla storia vera di Frances Haugen (Mikey Madison), una giovane ingegnera di Facebook che si rivolge a Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), giornalista del Wall Street Journal, per intraprendere un pericoloso percorso che la porterà a rivelare i segreti più gelosamente custoditi del social network.
TONY - DIARIO DI UN GIOVANE CUOCO
Loc
1975. Tony è uno studente diciannovenne iscritto al Vassar College che sogna di diventare uno scrittore e concorre per una borsa di studio che finanzi lo sviluppo di un suo primo, ipotetico romanzo. È convinto di avere in tasca quella borsa grazie alla sua parlantina, e ci tiene soprattutto a convincere sua madre di non essere il cialtrone che lei crede. È anche innamorato di una compagna di scuola, Nancy, e per farsi bello con lei le assicura di avere già vinto quel riconoscimento. Quando scopre che invece è andato a un'altra studentessa decide di partire per Provincetown, la cittadina balneare di Cape Cod dove Nancy si è trasferita per l'estate, convinto di poterla conquistare. A Provincetown Tony trova lavoro come lavapiatti presso un fast food di pesce capitanato da Ciro, un individuo latinoamericano bizzarro ma generoso, e popolato da uno staff sui generis fra cui spicca Sal, tanto carismatico quanto collerico e ingestibile. Sarà questa la sua improbabile introduzione al mondo dell'alta cucina che lo renderà celebre nel mondo.

Tony, diretto dal regista indipendente Matt Johnson e scritto da Todd Bartels e Lou Howe, narra gli inizi della vita professionale del celebre cuoco, scrittore e personalità televisiva Anthony Bourdain, attingendo liberamente ad alcuni episodi narrati nel memoir "Kitchen Confidential".

È il ritratto affettuoso di una personalità complessa e originale, ma anche di un ragazzo minato da una profonda insicurezza, confuso e scombinato, in cerca della propria identità e in balia dei propri desideri scomposti.

Johnson sceglie di uscire dai canoni standard del biopic agiografico e racconta il suo protagonista attraverso una costruzione altrettanto (deliberatamente) sconclusionata e caotica, come se il film stesso fosse in preda allo sturm und drang e alla confusone esistenziale di Tony. Gli altri personaggi del film, in particolare Sal, ma anche i suoi compagni di lavoro e il capo Ciro, sono personalità altrettanto anomale e imprevedibili, e questo rende il racconto divertente e la messa in scena originale e convincente proprio nella sua eccentricità. Tony è un bugiardo compulsivo non tanto perché voglia ingannare il prossimo, quanto perché cerca disperatamente di inventarsi un'identità più interessante della propria e di attribuirsi un talento che teme di non possedere.

A incarnare il giovane Bourdain è uno degli attori giovani più promettenti della scena cinematografica indipendente americana, Dominic Sessa, che abbiamo visto tenere testa a Paul Giamatti in The Holdovers - Lezioni di vita ed esibirsi come mago truffatore in Now You See Me Now You Don't. Ma il vero mattatore del film è Ciro, il cuoco interpretato da Antonio Banderas con un mix di bonomia e follia che è profondamente nelle corde dell'attore spagnolo. Completano il cast Leo Woodall nei panni del vulcanico Sal, Emilia Jones in quelli di Nancy e il comico e podcaster Stavros Halkias, visto recentemente in Bugonia, nel ruolo dell'aiuto cuoco Stavros.

Tony è più un coming of age che un biopic, nel senso che non è facile, e del resto non è così importante, riconoscere nel protagonista l'Anthony Bourdain curioso e socievole (ma anche supercool) che abbiamo apprezzato attraverso le sue trasmissioni televisive (e la sua storia con Asia Argento), perché la trama funziona lo stesso, anche se illuminare la follia e la fragilità, nonché il desiderio di accettazione, del protagonista da giovane gettano una luce particolare sul suicidio del celebre cuoco, avvenuto nel 2018 a 61 anni. Johnson fa di Bourdain una sorta di Martin Eden, e del suo film un'ode stravagante a tutte le persone fuori dal comune, nonché al bisogno di ognuno di noi di essere visto e riconosciuto nella propria irrinunciabile individualità.
VERITY
Loc
Lowen Ashleigh è una scrittrice pubblicata ma non famosa, che vive in una città sovrappopolata come New York per rimanere invisibile. Viene convocata dalla Hachette per fare da ghost writer di Verity Crawford, una scrittrice invece famosissima per una serie di cupi romanzi noir dal titolo "Le nobili virtù" raccontati sempre dal punto di vista del cattivo, e i cui personaggi sono "davvero incasinati". Verity ha avuto un incidente d'auto ed è rimasta completamente paralizzata, e Lowen dovrà scrivere tre nuovi libri della serie nello stile dell'autrice, trasferendosi nella sua casa del Vermont e mettendo ordine fra i suoi appunti e le sue tracce. Appena prima della convocazione in casa editrice Lowen incontra Jeremy, il marito di Verity, assistendo all'incidente fatale di un rider: inizia così la sua amicizia con l'uomo, che proseguirà nella casa del Vermont, con il rischio (o l'opportunità?) di trasformarsi in qualcosa di più.

Verity è l'adattamento cinematografico dell'omonimo best seller della scrittrice Colleen Hoover, che sforna romanzi a catena muovendosi fra la chick lit e le storie di suspence (è lei l'autrice anche del libro su cui era basato il recente It Ends With Us - Siamo noi a dire basta). Hoover è anche coproduttrice, come Anne Hataway che interpreta il ruolo di Verity, mentre Dakota Johnson, che interpreta il ruolo di Lowen, figura come coproduttrice esecutiva. Il problema di Verity, come di molti testi della Hoover, è che sotto la patina neofemminista rivela tratti che potremmo definire misogini, mettendo due donne una contro l'altra a contendersi un uomo che è fondamentalmente una loro pedina. L'assunto è che le donne vogliano "prendersi tutto" quello che appartiene a un'altra, e dunque Lowen si adopera incessantemente per impossessarsi della vita di Verity.

La loro contrapposizione parte dai nomi: Verity sembra una superba dichiarazione di autenticità, Lowen punta invece alla volontà della donna di mantenere un basso profilo, come le tipiche acque chete (o gattemorte) che popolano certa chick lit. Entrambi i personaggi appaiono poco attraenti, il che sarebbe più interessante se la vicenda fosse ironica e graffiante, invece qui ci si muove su un registro serioso che poco si addice a questa storia infarcita di implausibilità, a volte macroscopiche. È immediato il paragone con il recente Una di famiglia - The Housemaid, che però era più astuto nel gestire con maggiore ambiguità e divertimento le sue svolte a sorpresa. Impietoso invece il paragone con alcune pietre miliari del cinema classico con ciniche protagoniste noir, da Femmina folle a La fiamma del peccato, che raccontavano la perversione e l'ambizione femminile in modo narrativamente innovativo e interessante, o Rebecca, la prima moglie, che descriveva la rivalità fra una donna e il fantasma della vedova del suo compagno.

Ma Hoover non è Patricia Highsmith (per citare una grande autrice di personaggi ambigui e inquietanti, anche femminili) e neppure Daphne Du Maurier, e il regista Michael Showalter non è Billy Wilder o Alfred Hitchcock. In Verity tutto è schematico e sottolineato, nonché imperniato senza ironia sul presunto impulso femminile di una (o ogni?) donna a sostituirsi ad un'altra: un impulso che narrativamente ha dato frutti interessanti in ottimi noir come La vedova nera di Bob Rafelson o Inserzione pericolosa di Barbet Schroeder. Ma in Verity i personaggi sono uniformemente sgradevoli ed è quasi impossibile parteggiare per loro, rendendo il film non tanto un guilty pleasure, come poteva essere, quanto un pasticcio incoerente.
CARAVAGGIO
Loc
Quando si tratta di autori come Caravaggio le narrazioni possono essere molteplici, addirittura infinite. L'arte e il mito di un personaggio così grande, infatti, non devono mai cessare di essere perpetuati; hanno l'urgenza di restare nella memoria e conoscenza collettive, in un moto perpetuo che è poi, dai fatto, quello che accompagna tutta la tormentata vita di Caravaggio. Il cinema continua a interrogarsi su come restituire al grande schermo un artista che di questo medium nel possedeva già il linguaggio, quando questo non esisteva. Il nuovo Caravaggio di David Bickerstaff e Phil Grabsky è parte di una serie di racconti dedicati ad artisti e mostre, prodotto in cinque anni di lavorazione. Lo story telling è interessante: non c'è una voce fuori campo di un narratore esterno, ma quella di un attore (non italiano) che presta corpo e parola allo stesso Michelangelo Merisi, come se fosse lui a raccontarsi alla vigilia della propria misteriosa scomparsa. Caravaggio è in viaggio e ci racconta la sua storia. A completarne le sue parole - umane, intense, appassionate -, una serie di professionisti dell'arte che adempie al proprio ruolo mettendo in luce i diversi aspetti della pittura e dell'umano. Grazie a queste testimonianze captiamo la figura di un pittore che si fa osservatore e testimone attivo della realtà attraverso l'empatia per i suoi soggetti, gente comune, prostitute, pellegrini, diventa la vera materia del racconto e, naturalmente, un grandissimo talento pittorico che lo accompagna fino alla realizzazione del suo ultimo dipinto.

Il film ricostruisce il percorso dalla bottega milanese di Simone Peterzano fino alla morte solitaria, avvenuta dopo il perdono papale, intrecciando le interviste di storici dell'arte e conservatori - tra cui Letizia Treves, esperta di Old Masters presso la casa d'aste Christie's, la storica dell'arte Helen Langdon, l'artista visivo Stephen Nelson che, dal suo studio, restituisce la chiave tecnica dell'artista. Interessanti le citazioni di Fabio Scaletti, autore di una biografia sull'artista. Si parte dalla Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, prima grande commissione pubblica e fondamentale occasione per Caravaggio di comporre più figure insieme in tre grandi tele di soggetto biblico: un debutto che fa scalpore, capace di inserire l'artista in prima linea nel giro delle grandi committenze romane, da Santa Maria del Popolo (la Conversione di San Paolo (1601), la Crocifissione di San Pietro (1601)) alle opere più intime, come l'Amor Vincit Omnia (1602-1603) realizzato per Vincenzo Giustiniani - opera "intellettuale", come viene definita nel film, dove i registi si soffermano su un dettaglio raffinato come le due frecce nere e rosse.

Il racconto biografico si fa più denso nella seconda parte, quando Caravaggio si divide tra la fama del grande pittore e il violento e appassionato artista, di cui poco si sa della vita privata. Al rientro a Roma nel 1604 dipinge la Deposizione nel sepolcro (1602-1604). Un'opera cruda, che tratta di morte di un umano, non di un Cristo. Un dipinto in cui le figure hanno un impatto e una pesantezza quasi scultoree; la Madonna di Loreto (1604-1606) per la Cappella Cavalletti in Sant'Agostino, opera in cui il documentario si sofferma su un dettaglio significativo: la scelta, non casuale, di lasciare una porzione di intonaco bianco incompiuta. Forse, Caravaggio vuole indicarci che "nulla è perfetto", si chiede Stephen Nelson. Poi la Morte della Vergine (1604-1606), forse il dipinto più scioccante e, insieme, il più religioso del secolo: una scena di morte senza alcuna edulcorazione, con una modella - una prostituta annegata nel Tevere - restituita senza idealizzazione. L'opera viene rifiutata dai committenti. Caravaggio ne rimane drammaticamente colpito, si dice che l'opera sia un tributo alla madre.

Da qui la parabola si fa drammatica: il duello con Ranuccio Tomassoni nel maggio 1606, la fuga protetta dai Colonna, Napoli - "inferno abitato dagli angeli, paradiso abitato dai diavoli" - dove l'artista trova nuova libertà e nuove commissioni (le Sette Opere di Misericordia (1606-1607), la Flagellazione di Cristo (1607-1608), la Crocifissione di Sant'Andrea (1607); poi l'esotica Malta dove viene accolto dai Cavalieri. L'isola diventa un altro luogo dove Caravaggio si sente accolto, fino, nuovamente, a un incidente che lo fa ritornare in carcere; un'altra fuga, questa volta in Sicilia, terra spagnola come del resto era quella Napoli che lo aveva fatto sentire a casa qualche anno prima e dove, nel finale, fa ritorno. A Napoli Caravaggio realizza le ultime tele, capolavori come Salomè con la testa di Battista (1609-16010), oggi alla National Gallery di Londra; Davide con la testa di Golia (1610), il Martirio di Sant'Orsola (1610), probabilmente l'ultimo dipinto compiuto da Caravaggio.

Il film è un classico racconto cronologico, che sedimenta dettagli e immagini dell'artista, focalizzandosi su un registro intimo, capace di restituire anche il lato più inquieto e paranoico del pittore, quello dei verbali di polizia e delle risse, senza cadere nella trappola dell'aneddoto e lasciandoci con le sue più dense immagini dipinte.
Teatro Massimo



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Autobus Amat 1
Autobus Amat 3
Autobus Amat 5

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