19/06/2026 - Offerta Diamond Card per le recite del 25 e 26 giugno 2026 Debutta al Teatro Massimo il balletto "Caravaggio", spettacolo che esplora il genio e il tormento del celebre pittore attraverso un linguaggio intenso e contemporaneo. La coreografia è di ...continua a leggere
Diamond Card - Sconti in ristoranti, cinema e shopping a Palermo
Diamond Card è la carta sconti che ti fa risparmiare fino al 50% in ristoranti, cinema, alberghi, farmacie, centri estetica, carburante, shopping e tanto altro! Ottieni subito uno sconto in ristoranti, pizzerie, cinema, teatri e tanto altro a Palermo, Trapani, Agrigento, Messina, Siracusa, Ragusa e Catania.Nuovi convenzionati
Promozioni e Eventi
"Caravaggio" al Teatro Massimo - Biglietti al 50%
19/06/2026 - Offerta Diamond Card per le recite del 25 e 26 giugno 2026 Debutta al Teatro Massimo il balletto "Caravaggio", spettacolo che esplora il genio e il tormento del celebre pittore attraverso un linguaggio intenso e contemporaneo. La coreografia è di ...continua a leggere
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Al Teatro Massimo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali" Biglietti al 50%
27/04/2026 - Al Teatro Massimo di Palermo, martedì 28 e giovedì 30 aprile 2026 con tariffe ridotte del 50%, uno dei titoli più esilaranti e dissacranti del repertorio buffo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali," di Gaetano Donizetti. Un'opera che ...continua a leggere
27/04/2026 - Al Teatro Massimo di Palermo, martedì 28 e giovedì 30 aprile 2026 con tariffe ridotte del 50%, uno dei titoli più esilaranti e dissacranti del repertorio buffo "Le convenienze ed inconvenienze teatrali," di Gaetano Donizetti. Un'opera che ...continua a leggere
Cartone Cialde in omaggio da Regina Carola Caffè
06/02/2026 - Da Regina Carola Caffè ogni 4 cartoni da 80 cialde Pop Caffè Intenso Piacere (Espresso Made in Italy), 1 cartone in omaggio. Singolo cartone da 80 cialde a 11€ invece di 13€. Consegna a domicilio gratuita Regina Carola Caffè Via Dante ...continua a leggere
06/02/2026 - Da Regina Carola Caffè ogni 4 cartoni da 80 cialde Pop Caffè Intenso Piacere (Espresso Made in Italy), 1 cartone in omaggio. Singolo cartone da 80 cialde a 11€ invece di 13€. Consegna a domicilio gratuita Regina Carola Caffè Via Dante ...continua a leggere
Le Palme Atelier da Monnalisa Calzature
22/12/2025 - Le Palme Atelier arriva a Palermo! Ti aspetta nella Boutique Monnalisa Calzature a Piazza Castelnuovo 43, martedì 23 Dicembre 2025 dalle 17 alle 20 per la presentazione dei loro stupendi foulard ispirati all'arte siciliana.
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Menù Pizza completo al Rustichetto a soli 12,50€
23/10/2025 - Promozione Pizzeria "Il Rustichetto". Un'offerta completa di tutto, dagli antipasti vari ed abbondanti alla pizza a scelta, al dessert, tutto incluso in uno strepitoso prezzo da non perdere. Menu Pizza Completo 12,50€ a persona (invece di ...continua a leggere
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Rinascente Shopping Day 16 Aprile 2025 - Sconti fino al 30%
15/04/2025 - Mercoledì 16 Aprile 2025 dalle 10:00 alle 21:00 avrà luogo alla Rinascente di Via Roma 289 a Palermo il Rinascente Shopping Day, un evento eccezionale dedicato unicamente ai possessori della Diamond Card! Sconti fino al 30% su nuove collezioni ...continua a leggere
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Diamond Card ti regala un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna
07/02/2025 - Acquista la tua Diamond Card e riceverai un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna! 20 Biglietti per fare divertire i tuoi piccoli in giostre, trenini e gonfiabili.
07/02/2025 - Acquista la tua Diamond Card e riceverai un Carnet di Buoni per il Parco Giochi Guadagna! 20 Biglietti per fare divertire i tuoi piccoli in giostre, trenini e gonfiabili.
Campagna pubblicitaria Diamond Card Autobus Amat
05/11/2024 - Sali a bordo della convenienza! Parte la nuova campagna pubblicitaria Diamond Card su autobus di linea Amat. Per tutto il mese di novembre 2024 potrai vedere in giro per Palermo 15 autobus con la nuova veste grafica Diamond Card. Se li trovi, scatta una foto e taggaci ...continua a leggere
05/11/2024 - Sali a bordo della convenienza! Parte la nuova campagna pubblicitaria Diamond Card su autobus di linea Amat. Per tutto il mese di novembre 2024 potrai vedere in giro per Palermo 15 autobus con la nuova veste grafica Diamond Card. Se li trovi, scatta una foto e taggaci ...continua a leggere
Al cinema
AMORI & INCANTESIMI 2
Le sorelle Gillian e Sally Owens stanno preparando i festeggiamenti per il compleanno della zia Jet.
Con loro ci sono anche l'altra zia Fran e vengono raggiunte dalle due figlie di Sally. Una di loro,
Kylie, è fidanzata con Gideon, che viene investito ed entra in coma. A distanza di molti anni, ritorna
così l'antica maledizione che ha sempre distrutto la loro famiglia: tutti gli uomini che si innamorano
di una Owens sono destinati a morire. Nel tentativo di salvare il ragazzo che ama e scoprire le
origini della propria famiglia, Kylie parte per l'Inghilterra e finisce per risvegliare delle forze oscure
legate alla loro discendenza, seguita poi da Sally e Gillian che cercano di mettersi sulle sue tracce.
Per ritrovarla contattano anche il professor Ian Wright, un accademico che studia storia della magia.
Le tre generazioni di streghe combattono così per affrontare la fonte della loro magia, spezzare il
maleficio per dare la possibilità alla generazione successiva di scegliersi il proprio destino.
Una certa tendenza del cinema statunitense; in questo decennio, vengono infatti realizzati diversi
sequel di titoli celebri a distanza di moltissimi anni dall'originale.
Lo ha fatto Tim Burton con
Beetlejuice Beetlejuice (36 anni), Ridley Scott con Il gladiatore II (24 anni) e Tom Cruise,
attraverso Joseph Kosinski, con Top Gun: Maverick (ancora 36). Sono state operazioni diverse, ma
consapevoli. Spicca Top Gun: Maverick per il modo in cui fa magnificamente riemergere
nostalgicamente le forme perdute dell'action anni '80. Ma sono state affascinanti, sia pure con
risultati diversi, anche le incursioni di Il gladiatore II e soprattutto Beetlejuce Beetlejuice.
Per
quanto riguarda Amori & incantesimi 2, forse l'obiettivo di fare qualcosa di diverso, pur rifacendosi
alla struttura narrativa del film del 1998. Ecco, a differenza degli altri film, non sembrano passati 28
anni da un titolo all'altro. Ma non è un fatto positivo. Amori & incantesimi non brillava certo per
originalità e sembrava quasi una versione femminile/buonista di Le streghe di Eastwick. Del primo
film resta uno sceneggiatore, Akiva Goldsman che, insieme a Georgia Pritchett, adatta ancora un
romanzo di Alice Hoffman. Stavolta si tratta di "Il libro delle magie" (in originale "The Book of Magic")
pubblicato nel 2021, mentre per il film del 1998 è stato portato sullo schermo Il giardino delle
magie del 1995. Inoltre le due protagoniste Sandra Bullock e Nicole Kidman (anche produttrici) nei
panni delle sorelle Owens sono le stesse di Amori e incantesimi e ritornano anche Stockard
Channing e Dianne Wiest nei ruoli delle zie Fran e Jet. Cambia invece la regia; al posto di Griffin
Dunne c'è Susanne Bier, cineasta danese che ritorna a realizzare un film per il cinema a otto anni da
Bird Box. Nel frattempo, ha anche diretto le serie The Undoing. Le verità non dette (2020), The
First Lady (2022) e The Perfect Couple (2024).
Se si vuole seguire un discorso autoriale, conferma l'involuzione della
regista che con questo film affronta ancora una volta la fragilità dei legami umani, l'elaborazione
del lutto e la ricostruzione dei rapporti familiari che sono tra temi ricorrenti della sua filmografia.
Rispetto al suo convincente esordio statunitense, Noi due sconosciuti del 2007, Susanne Bier
annacqua spesso la tensione anche nelle scene più drammatiche, cercando quell'ironia che però non
fa parte del suo repertorio. Se invece si guarda ad Amore & incantesimi 2 come a un film
sentimentale/fantasy di intrattenimento, non c'è mai quella magia autentica che viene
continuamente spacciata anche se viene citato Ghost - Fantasma. Gli effetti sono pochi e statici:gli
sportelli della cucina che si aprono, l'effetto moltiplicato delle candele). In più, tralascia tutto il
potenziale di un oggetto come le pagine del libro del corvo. I duetti comici tra Sandra Bullock e
Nicole Kidman sono deboli e l'unico personaggio che riesce a prendersi, suo malgrado, la scena, è
Kylie interpretata da Joey King. Anche se c'è l'origine letteraria, sembra di trovarsi davanti a un vecchio copione tenuto nel cassetto chissà da quanti anni. Tra i due Amori & incantesimi ci sono state anche le saghe di Harry Potter e Twilight da cui questo potrebbe aver riciclato alcuni effetti. Le
idee però sono poche e il ritmo è fiacco. Di questo sequel non si sentiva nessun bisogno.
Le sorelle Gillian e Sally Owens stanno preparando i festeggiamenti per il compleanno della zia Jet.
Con loro ci sono anche l'altra zia Fran e vengono raggiunte dalle due figlie di Sally. Una di loro,
Kylie, è fidanzata con Gideon, che viene investito ed entra in coma. A distanza di molti anni, ritorna
così l'antica maledizione che ha sempre distrutto la loro famiglia: tutti gli uomini che si innamorano
di una Owens sono destinati a morire. Nel tentativo di salvare il ragazzo che ama e scoprire le
origini della propria famiglia, Kylie parte per l'Inghilterra e finisce per risvegliare delle forze oscure
legate alla loro discendenza, seguita poi da Sally e Gillian che cercano di mettersi sulle sue tracce.
Per ritrovarla contattano anche il professor Ian Wright, un accademico che studia storia della magia.
Le tre generazioni di streghe combattono così per affrontare la fonte della loro magia, spezzare il
maleficio per dare la possibilità alla generazione successiva di scegliersi il proprio destino.
Una certa tendenza del cinema statunitense; in questo decennio, vengono infatti realizzati diversi
sequel di titoli celebri a distanza di moltissimi anni dall'originale.
Lo ha fatto Tim Burton con
Beetlejuice Beetlejuice (36 anni), Ridley Scott con Il gladiatore II (24 anni) e Tom Cruise,
attraverso Joseph Kosinski, con Top Gun: Maverick (ancora 36). Sono state operazioni diverse, ma
consapevoli. Spicca Top Gun: Maverick per il modo in cui fa magnificamente riemergere
nostalgicamente le forme perdute dell'action anni '80. Ma sono state affascinanti, sia pure con
risultati diversi, anche le incursioni di Il gladiatore II e soprattutto Beetlejuce Beetlejuice.
Per
quanto riguarda Amori & incantesimi 2, forse l'obiettivo di fare qualcosa di diverso, pur rifacendosi
alla struttura narrativa del film del 1998. Ecco, a differenza degli altri film, non sembrano passati 28
anni da un titolo all'altro. Ma non è un fatto positivo. Amori & incantesimi non brillava certo per
originalità e sembrava quasi una versione femminile/buonista di Le streghe di Eastwick. Del primo
film resta uno sceneggiatore, Akiva Goldsman che, insieme a Georgia Pritchett, adatta ancora un
romanzo di Alice Hoffman. Stavolta si tratta di "Il libro delle magie" (in originale "The Book of Magic")
pubblicato nel 2021, mentre per il film del 1998 è stato portato sullo schermo Il giardino delle
magie del 1995. Inoltre le due protagoniste Sandra Bullock e Nicole Kidman (anche produttrici) nei
panni delle sorelle Owens sono le stesse di Amori e incantesimi e ritornano anche Stockard
Channing e Dianne Wiest nei ruoli delle zie Fran e Jet. Cambia invece la regia; al posto di Griffin
Dunne c'è Susanne Bier, cineasta danese che ritorna a realizzare un film per il cinema a otto anni da
Bird Box. Nel frattempo, ha anche diretto le serie The Undoing. Le verità non dette (2020), The
First Lady (2022) e The Perfect Couple (2024).
Se si vuole seguire un discorso autoriale, conferma l'involuzione della
regista che con questo film affronta ancora una volta la fragilità dei legami umani, l'elaborazione
del lutto e la ricostruzione dei rapporti familiari che sono tra temi ricorrenti della sua filmografia.
Rispetto al suo convincente esordio statunitense, Noi due sconosciuti del 2007, Susanne Bier
annacqua spesso la tensione anche nelle scene più drammatiche, cercando quell'ironia che però non
fa parte del suo repertorio. Se invece si guarda ad Amore & incantesimi 2 come a un film
sentimentale/fantasy di intrattenimento, non c'è mai quella magia autentica che viene
continuamente spacciata anche se viene citato Ghost - Fantasma. Gli effetti sono pochi e statici:gli
sportelli della cucina che si aprono, l'effetto moltiplicato delle candele). In più, tralascia tutto il
potenziale di un oggetto come le pagine del libro del corvo. I duetti comici tra Sandra Bullock e
Nicole Kidman sono deboli e l'unico personaggio che riesce a prendersi, suo malgrado, la scena, è
Kylie interpretata da Joey King. Anche se c'è l'origine letteraria, sembra di trovarsi davanti a un vecchio copione tenuto nel cassetto chissà da quanti anni. Tra i due Amori & incantesimi ci sono state anche le saghe di Harry Potter e Twilight da cui questo potrebbe aver riciclato alcuni effetti. Le
idee però sono poche e il ritmo è fiacco. Di questo sequel non si sentiva nessun bisogno.
CARS - MOTORI RUGGENTI
Saetta McQueen è la matricola più promettente di tutta la storia della Piston Cup, il principale torneo automobilistico non europeo. È bello, forte, veloce e arrogante, dalla vita ha tutto quello che vuole ma, durante il trasferimento verso il circuito dove disputerà la grande finale, si trova accidentalmente bloccato a Radiator Springs, un piccolo paesino di provincia. Costretto ai lavori forzati e a stare a contatto con persone (o macchine) dai valori semplici ma radicati, riuscirà a trovare la vera felicità, l'amore e forse anche qualche motivazione in più per vincere il campionato.
Dopo sette anni di assenza alla regia (anni nei quali si è comunque dedicato alla produzione delle altre opere Pixar) torna John Lasseter. Era il 1999 quando aveva diretto il suo ultimo lungometraggio, Toy Story 2, e molte cose sono cambiate in questi 7 anni nel mondo dei cartoni animati, proprio per merito della Pixar. Sono usciti capolavori come Monsters & Co., Alla Ricerca Di Nemo e Gli Incredibili, film che hanno segnato una decisiva svolta nel modo di scrivere (ma anche di disegnare e progettare) cartoni animati, storie diverse che non hanno perso le loro radici classiche ma che sanno essere molto moderne ed emozionanti nel senso più cinematografico possibile.
Cars invece punta tutto sulla divertente (e lo è per davvero) traduzione del nostro mondo in un universo di macchine (nel film ci sono vetture che fanno il verso a Jay Leno, Arnold Schwarzenegger e Michael Schumacher) poggiando su una trama che più prevedibile non si può. Rimane comunque innegabilmente molto bello il modo in cui la Pixar ha antropomorfizzato le automobili (giganteschi occhi "giapponesi" sul parabrezza, radiatori come baffi, paraurti come mento e perfetta armonia tra tipo di vettura e carattere del personaggio), un raro esempio di utilizzo "emozionale" della computer graphic.
Saetta McQueen è la matricola più promettente di tutta la storia della Piston Cup, il principale torneo automobilistico non europeo. È bello, forte, veloce e arrogante, dalla vita ha tutto quello che vuole ma, durante il trasferimento verso il circuito dove disputerà la grande finale, si trova accidentalmente bloccato a Radiator Springs, un piccolo paesino di provincia. Costretto ai lavori forzati e a stare a contatto con persone (o macchine) dai valori semplici ma radicati, riuscirà a trovare la vera felicità, l'amore e forse anche qualche motivazione in più per vincere il campionato.
Dopo sette anni di assenza alla regia (anni nei quali si è comunque dedicato alla produzione delle altre opere Pixar) torna John Lasseter. Era il 1999 quando aveva diretto il suo ultimo lungometraggio, Toy Story 2, e molte cose sono cambiate in questi 7 anni nel mondo dei cartoni animati, proprio per merito della Pixar. Sono usciti capolavori come Monsters & Co., Alla Ricerca Di Nemo e Gli Incredibili, film che hanno segnato una decisiva svolta nel modo di scrivere (ma anche di disegnare e progettare) cartoni animati, storie diverse che non hanno perso le loro radici classiche ma che sanno essere molto moderne ed emozionanti nel senso più cinematografico possibile.
Cars invece punta tutto sulla divertente (e lo è per davvero) traduzione del nostro mondo in un universo di macchine (nel film ci sono vetture che fanno il verso a Jay Leno, Arnold Schwarzenegger e Michael Schumacher) poggiando su una trama che più prevedibile non si può. Rimane comunque innegabilmente molto bello il modo in cui la Pixar ha antropomorfizzato le automobili (giganteschi occhi "giapponesi" sul parabrezza, radiatori come baffi, paraurti come mento e perfetta armonia tra tipo di vettura e carattere del personaggio), un raro esempio di utilizzo "emozionale" della computer graphic.
COYOTE VS. ACME
Willy il Coyote, come al solito, non se la passa bene: la sua infinita caccia al velocissimo e
inafferrabile Beep Beep continua a risolversi in una serie di catastrofici fallimenti, spesso
determinati dal malfunzionamento della strumentazione e degli esplosivi acquistati per
posta dalla ACME. Quando vede alla Tv lo spot dell'avvocato Kevin Avery, pronto a fare
causa proprio alla ACME per incidenti da cartone animato, Willy parte per Albuquerque e
porta con sé tutta la montagna di prodotti difettosi comprati da ACME. A Kevin la causa
sembra troppo grossa, ma l'astuzia del Coyote e la solerzia di una assistente dello studio
legale lo portano ad accettarla. Kevin confida di risolvere tutto in un rapido
patteggiamento, ma il Coyote dà fuoco alle carte e innesca così una guerra legale senza
esclusione di colpi, che coinvolgerà molti dei più celebri personaggi dei Looney Tunes.
Coyote vs. Acme è un legal drama dell'assurdo, è il nuovo Roger Rabbit, è un'opera contro l'impunità delle grandi aziende, contro la sperimentazione
sugli animali e, suo malgrado, è anche un'opera che riecheggia la battaglia della propria
faticosa distribuzione.
Il film di Dave Green, prodotto da James Gunn, è ispirato a un brillante articolo umoristico
pubblicato sul The New Yorker a firma di Ian Frazer nel 1990, scritto con la
secchezza linguistica di una fittizia causa legale, ma proprio per questo irresistibile nel
raccontare i danni fisici e morali subiti da Willy il coyote nella sua inesausta caccia al Beep
Beep. Ci sono voluti anni perché si decidesse di farne un film e altri anni ancora per
scrivere un copione che convincesse la Warner Bros, ma l'avventura era solo iniziata. A
film ultimato infatti la Warner, decide di chiuderlo in un cassetto e derubricarlo come una
perdita netta in modo da guadagnarne un rimborso fiscale (come Batgirl, che
però non ha mai ultimato la post-produzione). In molti si indignano e tra loro anche
importanti voci di Hollywood come il duo Christopher Lord e Phil Miller. La Warner
raccoglie così le offerte di studios e stremer, ma alla fine decide di nuovo di cancellare
l'uscita e considerarlo una perdita. La campagna di protesta si riaccende sui social e nel
2024 il protagonista Will Forte, dopo aver visto il film, lo descrive come un'opera toccante
sostenendo la causa. Nel 2025 il film viene acquistato per 50 milioni di dollari dalla
Ketchup Entertainment, che già aveva salvato da una distribuzione diretta su HBO Max
Un'avventura spaziale - Un film dei Looney Tunes. Il film avrà così
distribuzione e se pur non è un esatto riflesso di questa vicenda, perché non racconta una
battaglia per la libertà d'espressione, è senz'altro una storia in stile Davide e Golia e una
sorta di class action contro una grande corporazione.
Realizzato in tecnica mista, con live action e animazione 2D e 3D, unisce il mondo dei
cartoon a quello degli esseri umani con una inatteso rigore, senza rompere la quarta
parete e senza mai dare la capacità di parola a Willy o a Beep Beep. Il primo è infatti
dotato di un numero limitato di cartelli su cui mostrare brevi frasi e il secondo non fa altro
che il suo caratteristico verso, eppure entrambi riescono a trovare posto nel più verboso
dei generi, quello delle aule di tribunale. Un piccolo miracolo di astuzia, aiutato
dall'animazione fortemente espressiva che ha sempre caratterizzato i personaggi Warner
e da un'ottima prova comica di Will Forte e di John Cena, nei panni del villain Buddy
Crane.
Così crudele da ricattare Titti minacciando di rovinare la sua nonnina, Crane ha anche
fatto imprigionare in una sorta di spazio liminale il geniale Dr. Lorre (che già dagli anni
Quaranta presenta le fattezze del grande Peter Lorre). Lorre infatti aveva protestato contro
l'uso dei cartoni animati come cavie delle invenzioni della Acme, che produce qui pure
articoli per umani perfettamente sicuri, perché appunto testati sui personaggi animati.
Questi hanno non per caso fattezze di animali, infatti l'animalismo è uno dei temi al cuore
del film, che racconta del resto anche di come un uomo impara a essere amico di un
canide.
Coyote vs. Acme non ha la finezza metacinematografica di Chi ha incastrato Roger Rabbit? Ma è ricco di passaggi esilaranti e vanta un efficace colpo
di scena che naturalmente non riveleremo. Non solo intrattiene, ma trova pure una
risoluzione finale toccante, con il confronto più sincero che Willy e Beep Beep hanno mai
avuto. Difficile restare indifferenti, perché la popolarità del personaggio di Chuck Jones e
Michael Maltese fa appello a caratteristiche davvero universali della condizione umana.
Parafrasando un poco quel che cantava Finardi: siamo tutti come Willy il Coyote, che cade
ma non molla mai...
Willy il Coyote, come al solito, non se la passa bene: la sua infinita caccia al velocissimo e
inafferrabile Beep Beep continua a risolversi in una serie di catastrofici fallimenti, spesso
determinati dal malfunzionamento della strumentazione e degli esplosivi acquistati per
posta dalla ACME. Quando vede alla Tv lo spot dell'avvocato Kevin Avery, pronto a fare
causa proprio alla ACME per incidenti da cartone animato, Willy parte per Albuquerque e
porta con sé tutta la montagna di prodotti difettosi comprati da ACME. A Kevin la causa
sembra troppo grossa, ma l'astuzia del Coyote e la solerzia di una assistente dello studio
legale lo portano ad accettarla. Kevin confida di risolvere tutto in un rapido
patteggiamento, ma il Coyote dà fuoco alle carte e innesca così una guerra legale senza
esclusione di colpi, che coinvolgerà molti dei più celebri personaggi dei Looney Tunes.
Coyote vs. Acme è un legal drama dell'assurdo, è il nuovo Roger Rabbit, è un'opera contro l'impunità delle grandi aziende, contro la sperimentazione
sugli animali e, suo malgrado, è anche un'opera che riecheggia la battaglia della propria
faticosa distribuzione.
Il film di Dave Green, prodotto da James Gunn, è ispirato a un brillante articolo umoristico
pubblicato sul The New Yorker a firma di Ian Frazer nel 1990, scritto con la
secchezza linguistica di una fittizia causa legale, ma proprio per questo irresistibile nel
raccontare i danni fisici e morali subiti da Willy il coyote nella sua inesausta caccia al Beep
Beep. Ci sono voluti anni perché si decidesse di farne un film e altri anni ancora per
scrivere un copione che convincesse la Warner Bros, ma l'avventura era solo iniziata. A
film ultimato infatti la Warner, decide di chiuderlo in un cassetto e derubricarlo come una
perdita netta in modo da guadagnarne un rimborso fiscale (come Batgirl, che
però non ha mai ultimato la post-produzione). In molti si indignano e tra loro anche
importanti voci di Hollywood come il duo Christopher Lord e Phil Miller. La Warner
raccoglie così le offerte di studios e stremer, ma alla fine decide di nuovo di cancellare
l'uscita e considerarlo una perdita. La campagna di protesta si riaccende sui social e nel
2024 il protagonista Will Forte, dopo aver visto il film, lo descrive come un'opera toccante
sostenendo la causa. Nel 2025 il film viene acquistato per 50 milioni di dollari dalla
Ketchup Entertainment, che già aveva salvato da una distribuzione diretta su HBO Max
Un'avventura spaziale - Un film dei Looney Tunes. Il film avrà così
distribuzione e se pur non è un esatto riflesso di questa vicenda, perché non racconta una
battaglia per la libertà d'espressione, è senz'altro una storia in stile Davide e Golia e una
sorta di class action contro una grande corporazione.
Realizzato in tecnica mista, con live action e animazione 2D e 3D, unisce il mondo dei
cartoon a quello degli esseri umani con una inatteso rigore, senza rompere la quarta
parete e senza mai dare la capacità di parola a Willy o a Beep Beep. Il primo è infatti
dotato di un numero limitato di cartelli su cui mostrare brevi frasi e il secondo non fa altro
che il suo caratteristico verso, eppure entrambi riescono a trovare posto nel più verboso
dei generi, quello delle aule di tribunale. Un piccolo miracolo di astuzia, aiutato
dall'animazione fortemente espressiva che ha sempre caratterizzato i personaggi Warner
e da un'ottima prova comica di Will Forte e di John Cena, nei panni del villain Buddy
Crane.
Così crudele da ricattare Titti minacciando di rovinare la sua nonnina, Crane ha anche
fatto imprigionare in una sorta di spazio liminale il geniale Dr. Lorre (che già dagli anni
Quaranta presenta le fattezze del grande Peter Lorre). Lorre infatti aveva protestato contro
l'uso dei cartoni animati come cavie delle invenzioni della Acme, che produce qui pure
articoli per umani perfettamente sicuri, perché appunto testati sui personaggi animati.
Questi hanno non per caso fattezze di animali, infatti l'animalismo è uno dei temi al cuore
del film, che racconta del resto anche di come un uomo impara a essere amico di un
canide.
Coyote vs. Acme non ha la finezza metacinematografica di Chi ha incastrato Roger Rabbit? Ma è ricco di passaggi esilaranti e vanta un efficace colpo
di scena che naturalmente non riveleremo. Non solo intrattiene, ma trova pure una
risoluzione finale toccante, con il confronto più sincero che Willy e Beep Beep hanno mai
avuto. Difficile restare indifferenti, perché la popolarità del personaggio di Chuck Jones e
Michael Maltese fa appello a caratteristiche davvero universali della condizione umana.
Parafrasando un poco quel che cantava Finardi: siamo tutti come Willy il Coyote, che cade
ma non molla mai...
DOV'È LA FIESTA?
Roma, oggi. Da tre mesi e mezzo Leo e Irene sono una coppia di mediotrentenni che non hanno idea in quale direzione stia andando la loro relazione. Tra dieci giorni è Capodanno e non sanno se lo trascorreranno insieme, dando al loro rapporto una veste di ufficialità e "capitolando ai loro sentimenti". Leo è un aspirante attore di Fucecchio che per sopravvivere nella Capitale fa il cameriere, il rider, l'accompagnatore di anziani e il figurante durante il Giubileo, insieme all'amico spiantato Pasquale; Irene è sceneggiatrice e insegnante di sceneggiatura, parla un po' da sola e con l'amica Maura che cerca di convincerla a mollare l'indeciso Leo. Dopo una cena insieme, Leo non trova la sua Fiesta che era parcheggiata sotto casa di Irene. La ricerca dell'auto diventerà un inseguimento pericoloso e una via crucis burocratica, dando il via ad una serie di disavventure con un impatto anche sulla coppia protagonista: perché "l'amore fa paura quando non lo trovi, ma fa ancora più paura quando forse l'hai trovato e non hai il coraggio di dirtelo".
Dov'è la Fiesta? segna l'esordio alla regia dell'attore e programmatore di festival Niccolò Gentili, che firma anche la sceneggiatura insieme a Lisa Nur Sultan. La sua regia, coadiuvata dal montaggio veloce di Roberto Di Tanna e dalla fotografia elegante di Ferran Paredes Rubio, è vivace e spiritosa, e inventa soluzioni creative interessanti e adatte al tono leggero della rom com. La sceneggiatura è la forza del film, piena di idee e di riferimenti all'attualità, consapevole del cinema internazionale e di un certo tipo di commedia urbana, da Woody Allen a Nanni Moretti. Linda Caridi è deliziosa nei panni di Irene, così come Gentili presta la sua mimica buffa a Pasquale e Giorgio Tirabassi è un divertente deus ex machina, nonché voce narrante della storia. La chicca è Sergio Pierattini nei panni del padre di Leo, che sa imprimere il ritmo comico perfetto per questa storia.
Il punto debole, paradossalmente, è la recitazione di Francesco Carril, il magnifico coprotagonista di Dieci capodanni, che nei panni di Leo sembra purtroppo appartenere ad un altro film. Se infatti Dov'è la Fiesta? ricorda il primo Pieraccioni (quello buono e veramente divertente di I laureati e Il ciclone) la recitazione stralunata di Carril non riesce ad inserirsi in quel ritmo di commedia. Certo, il suo personaggio è estraneo al suo ambiente e si sente sempre fuori posto, ma ai fini della riuscita comica della trama la sua recitazione "dilatata" fa spesso "cadere a palla", e rallenta il passo in un modo che non giova al risultato comico.
Dov'è la Fiesta? resta comunque un debutto originale e Niccolò Gentili una voce nuova nel panorama asfittico e artificiale della commedia italiana contemporanea, mostrando una capacità di regia e di scrittura che promettono bene e fanno immaginare un rinnovamento del genere, più sulle corde di una comicità europea che (banalmente) nostrana. Anche i tanti riferimenti al panorama italiano dei trentenni di oggi sono precisi e in una certa misura riconoscibili, contribuendo a creare un ritratto generazionale mai eccessivamente stereotipato o già visto sui nostri grandi schermi.
Roma, oggi. Da tre mesi e mezzo Leo e Irene sono una coppia di mediotrentenni che non hanno idea in quale direzione stia andando la loro relazione. Tra dieci giorni è Capodanno e non sanno se lo trascorreranno insieme, dando al loro rapporto una veste di ufficialità e "capitolando ai loro sentimenti". Leo è un aspirante attore di Fucecchio che per sopravvivere nella Capitale fa il cameriere, il rider, l'accompagnatore di anziani e il figurante durante il Giubileo, insieme all'amico spiantato Pasquale; Irene è sceneggiatrice e insegnante di sceneggiatura, parla un po' da sola e con l'amica Maura che cerca di convincerla a mollare l'indeciso Leo. Dopo una cena insieme, Leo non trova la sua Fiesta che era parcheggiata sotto casa di Irene. La ricerca dell'auto diventerà un inseguimento pericoloso e una via crucis burocratica, dando il via ad una serie di disavventure con un impatto anche sulla coppia protagonista: perché "l'amore fa paura quando non lo trovi, ma fa ancora più paura quando forse l'hai trovato e non hai il coraggio di dirtelo".
Dov'è la Fiesta? segna l'esordio alla regia dell'attore e programmatore di festival Niccolò Gentili, che firma anche la sceneggiatura insieme a Lisa Nur Sultan. La sua regia, coadiuvata dal montaggio veloce di Roberto Di Tanna e dalla fotografia elegante di Ferran Paredes Rubio, è vivace e spiritosa, e inventa soluzioni creative interessanti e adatte al tono leggero della rom com. La sceneggiatura è la forza del film, piena di idee e di riferimenti all'attualità, consapevole del cinema internazionale e di un certo tipo di commedia urbana, da Woody Allen a Nanni Moretti. Linda Caridi è deliziosa nei panni di Irene, così come Gentili presta la sua mimica buffa a Pasquale e Giorgio Tirabassi è un divertente deus ex machina, nonché voce narrante della storia. La chicca è Sergio Pierattini nei panni del padre di Leo, che sa imprimere il ritmo comico perfetto per questa storia.
Il punto debole, paradossalmente, è la recitazione di Francesco Carril, il magnifico coprotagonista di Dieci capodanni, che nei panni di Leo sembra purtroppo appartenere ad un altro film. Se infatti Dov'è la Fiesta? ricorda il primo Pieraccioni (quello buono e veramente divertente di I laureati e Il ciclone) la recitazione stralunata di Carril non riesce ad inserirsi in quel ritmo di commedia. Certo, il suo personaggio è estraneo al suo ambiente e si sente sempre fuori posto, ma ai fini della riuscita comica della trama la sua recitazione "dilatata" fa spesso "cadere a palla", e rallenta il passo in un modo che non giova al risultato comico.
Dov'è la Fiesta? resta comunque un debutto originale e Niccolò Gentili una voce nuova nel panorama asfittico e artificiale della commedia italiana contemporanea, mostrando una capacità di regia e di scrittura che promettono bene e fanno immaginare un rinnovamento del genere, più sulle corde di una comicità europea che (banalmente) nostrana. Anche i tanti riferimenti al panorama italiano dei trentenni di oggi sono precisi e in una certa misura riconoscibili, contribuendo a creare un ritratto generazionale mai eccessivamente stereotipato o già visto sui nostri grandi schermi.
KETTICÈ
Palermo, 2012. Giulio Uberti ha 16 anni e nessun posto nel mondo. Figlio di una coppia
ricchissima e fortemente disfunzionale, di un padre distratto e una madre delegittimante, vive in un
palazzo principesco e frequenta un liceo privato dove l'insegnante di lettere insulta periodicamente
l'ignavia dei suo otto studenti, etichettandoli "braccia tolte all'agricoltura". La fidanzatina Elena
molla il ragazzo da un momento all'altro, una compagna lo corteggia, gli amici lo accompagnano
nei vagabondaggi notturni a base di erba e sambuca. Giulio trova l'anima gemella, o il suo doppio,
in Ketty Mendola, che "è bona e picchia forte", e che percorre con lui la città in minicar, alla
perpetua ricerca dello sballo giusto. Il ragazzo fa sega a scuola, nasconde alla madre il pagellino
pieno di insufficienze gravi, non si allena più a calcio (tanto la sua squadra perde sempre), flirta un
po' con la sua groupie, ma non con Ketty, che è vergine e di cui comunque ha un innato rispetto.
Intorno a lui l'Italia dei reality e di Berlusconi, le risse di strada (fra ragazze) e la troika autoritaria:
gli sbirri, la scuola, i genitori.
Ketticè è l'opera seconda del neotrentenne Giovanni Tortorici, componente della
factory di Luca Guadagnino da quando ha lavorato con lui alla serie We Are Who We Are, e se il suo film d'esordio, Diciannove, illustrava la quotidianità scomposta di
un, appunto, diciannovenne alle prese con l'ingresso nel mondo adulto, Ketticè
regredisce nel tempo verso la piena adolescenza, in una Palermo dove piccola e grande borghesia
si incontrano sulle strade della bamba (Ketty ha uno zio in galera per mafia, Giulio una nonna che
cita il Gattopardo e una ex che riabilita Mussolini, considerandosi un'intellettuale perché legge libri
e vede un sacco di documentari).
Tortorici ci catapulta in questo mondo distopico (ma realistico) e dentro l'angoscia esistenziale di
Giulio, che è il perfetto precipitato di una società allo sbando, in cui i programmi della De Filippi
hanno già fatto il loro danno e Berlusconi risulta simpatico agli italiani anche quando pulisce la
sedia di Travaglio a Servizio Pubblico (gennaio 2013, per datare l'evento). Il ragazzo è l'unico a
rendersi conto, in modo subliminale, di avere bisogno di quell'aiuto che non gli arriverà certo dalla
madre insultante o dal padre aristocraticamente scollegato, né dai suoi insegnanti frustrati che
denunciano la sua mancanza di interessi senza saperne suscitare alcuno.
Il regista e sceneggiatore si diverte con i ralenti e le inquadrature studiate, compone una colonna
sonora che comprende Fabri Fibra e Flo Rida + Keisha (che citano i Dead or Alive di metà anni
Ottanta, ovvero prima della nascita di Giulio & friends), il cantante neomelodico catanese Gianni
Vezzosi e Nino D'Angelo come il libanese Marcel Khalife, e che fa da canto coreutico alle azioni in
scena. Tortorici dà carta bianca anche alla musicalità jazz del dialetto dei suoi protagonisti
(consigliamo di moltiplicare i sottotitoli, per noi non palermitani) e spesso fa pipì fuori dal vaso, il
che è auspicabile per un nuovo autore, ma richiederebbe una maggiore presenza produttiva (la
cordata di produzione è impressionante), non per sminuirne l'ispirazione, ma per arginarne il facile
onanismo.
La scelta degli interpreti qui è fondamentale, e mentre i due protagonisti, Salvatore Gallina e la
strepitosa Rachele Testagrossa (Giulio e Ketty), sono eccezionali per naturalezza, con Testagrossa
davvero ipnotica e magistrale nel dare corpo ad un personaggio femminile originale e convincente
(e qui la lode va anche al Tortorici sceneggiatore che l'ha immaginata e costruita), alcuni degli
attori e non attori di contorno sono eccessivamente amatoriali, in primis Monica Bellucci che si cala
nei panni della madre di Giulio apparentemente come concessione promozionale al film.
Tortorici ha un grande orecchio per l'autenticità dei dialoghi e per l'esplicitazione dei rapporti
disadattivi, usa un montaggio sincopato che si libera dei tempi morti per raccontare la vita del
protagonista che è un tempo morto che cammina, si colloca come un funambolo sul crinale della
piccola storia ignobile italiana che ha devastato una generazione (la sua) e segnato una deriva
irreversibile attraverso la tragedia (per molti versi ridicola) di un anello debole della catena
esistenziale: un adolescente in cerca di senso all'interno di un mondo programmaticamente
insensato. E lo slang di questa gioventù bruciata la cui massima aspirazione è diventare campione
di Ruzzle è irresistibile (anche dal punto di vista comico) e infinitamente citabile.
Palermo, 2012. Giulio Uberti ha 16 anni e nessun posto nel mondo. Figlio di una coppia
ricchissima e fortemente disfunzionale, di un padre distratto e una madre delegittimante, vive in un
palazzo principesco e frequenta un liceo privato dove l'insegnante di lettere insulta periodicamente
l'ignavia dei suo otto studenti, etichettandoli "braccia tolte all'agricoltura". La fidanzatina Elena
molla il ragazzo da un momento all'altro, una compagna lo corteggia, gli amici lo accompagnano
nei vagabondaggi notturni a base di erba e sambuca. Giulio trova l'anima gemella, o il suo doppio,
in Ketty Mendola, che "è bona e picchia forte", e che percorre con lui la città in minicar, alla
perpetua ricerca dello sballo giusto. Il ragazzo fa sega a scuola, nasconde alla madre il pagellino
pieno di insufficienze gravi, non si allena più a calcio (tanto la sua squadra perde sempre), flirta un
po' con la sua groupie, ma non con Ketty, che è vergine e di cui comunque ha un innato rispetto.
Intorno a lui l'Italia dei reality e di Berlusconi, le risse di strada (fra ragazze) e la troika autoritaria:
gli sbirri, la scuola, i genitori.
Ketticè è l'opera seconda del neotrentenne Giovanni Tortorici, componente della
factory di Luca Guadagnino da quando ha lavorato con lui alla serie We Are Who We Are, e se il suo film d'esordio, Diciannove, illustrava la quotidianità scomposta di
un, appunto, diciannovenne alle prese con l'ingresso nel mondo adulto, Ketticè
regredisce nel tempo verso la piena adolescenza, in una Palermo dove piccola e grande borghesia
si incontrano sulle strade della bamba (Ketty ha uno zio in galera per mafia, Giulio una nonna che
cita il Gattopardo e una ex che riabilita Mussolini, considerandosi un'intellettuale perché legge libri
e vede un sacco di documentari).
Tortorici ci catapulta in questo mondo distopico (ma realistico) e dentro l'angoscia esistenziale di
Giulio, che è il perfetto precipitato di una società allo sbando, in cui i programmi della De Filippi
hanno già fatto il loro danno e Berlusconi risulta simpatico agli italiani anche quando pulisce la
sedia di Travaglio a Servizio Pubblico (gennaio 2013, per datare l'evento). Il ragazzo è l'unico a
rendersi conto, in modo subliminale, di avere bisogno di quell'aiuto che non gli arriverà certo dalla
madre insultante o dal padre aristocraticamente scollegato, né dai suoi insegnanti frustrati che
denunciano la sua mancanza di interessi senza saperne suscitare alcuno.
Il regista e sceneggiatore si diverte con i ralenti e le inquadrature studiate, compone una colonna
sonora che comprende Fabri Fibra e Flo Rida + Keisha (che citano i Dead or Alive di metà anni
Ottanta, ovvero prima della nascita di Giulio & friends), il cantante neomelodico catanese Gianni
Vezzosi e Nino D'Angelo come il libanese Marcel Khalife, e che fa da canto coreutico alle azioni in
scena. Tortorici dà carta bianca anche alla musicalità jazz del dialetto dei suoi protagonisti
(consigliamo di moltiplicare i sottotitoli, per noi non palermitani) e spesso fa pipì fuori dal vaso, il
che è auspicabile per un nuovo autore, ma richiederebbe una maggiore presenza produttiva (la
cordata di produzione è impressionante), non per sminuirne l'ispirazione, ma per arginarne il facile
onanismo.
La scelta degli interpreti qui è fondamentale, e mentre i due protagonisti, Salvatore Gallina e la
strepitosa Rachele Testagrossa (Giulio e Ketty), sono eccezionali per naturalezza, con Testagrossa
davvero ipnotica e magistrale nel dare corpo ad un personaggio femminile originale e convincente
(e qui la lode va anche al Tortorici sceneggiatore che l'ha immaginata e costruita), alcuni degli
attori e non attori di contorno sono eccessivamente amatoriali, in primis Monica Bellucci che si cala
nei panni della madre di Giulio apparentemente come concessione promozionale al film.
Tortorici ha un grande orecchio per l'autenticità dei dialoghi e per l'esplicitazione dei rapporti
disadattivi, usa un montaggio sincopato che si libera dei tempi morti per raccontare la vita del
protagonista che è un tempo morto che cammina, si colloca come un funambolo sul crinale della
piccola storia ignobile italiana che ha devastato una generazione (la sua) e segnato una deriva
irreversibile attraverso la tragedia (per molti versi ridicola) di un anello debole della catena
esistenziale: un adolescente in cerca di senso all'interno di un mondo programmaticamente
insensato. E lo slang di questa gioventù bruciata la cui massima aspirazione è diventare campione
di Ruzzle è irresistibile (anche dal punto di vista comico) e infinitamente citabile.
MUTINY
Cole Reed, poliziotto e veterano delle forze speciali britanniche, riconvertito a Bangkok nella sicurezza privata, si ritrova accusato dell'omicidio di un magnate del trasporto marittimo chiamato a proteggere. Ricercato dalla polizia tailandese si imbarca sotto falsa identità su un cargo della compagnia del miliardario, comprendendo molto presto che tutti (o quasi) quelli che lo hanno incastrato sono a bordo. Un equipaggio corrotto che dovrà fare i conti con la sua collera.
Mentre i blockbuster estivi si contendono il botteghino a colpi di epica, supereroi, dinosauri piumati e scientificamente accurati, Jason Statham prosegue imperturbabile per la sua strada. Capace di affrontare tutti i pericoli con pragmatismo, l'attore britannico continua a collezionare film 'de menare' con la regolarità di un metronomo. La storia sta tutta in un biglietto di imbarco e va bene così. Un giorno forse Jason Statham, ultimo 'action man' old school, la smetterà di interpretare il tizio tranquillo che scatena l'inferno rivelando il suo passato da ex poliziotto, ex militare, ex agente segreto o sicario perché qualcuno gli ha fatto un torto o lo ha fatto a qualcuno che amava, ma fino ad allora ne godiamo e ne vogliamo ancora. Statham è Statham. Il problema e la soluzione insieme.
Tecnicamente non interpreta lo stesso personaggio, ma l'energia e la meccanica del corpo, la quieta autorevolezza e la precisione immobile (attende sempre che l'avversario finisca nel suo perimetro di gioco), sono simili da un film all'altro, al punto che potremmo raccordare The Transporter e Mutiny senza che lo spettatore batta ciglio. Se la storia è nota, a cambiare è il terreno d'azione, un cargo carico di villain che il nostro farà cadere come birilli il tempo di una traversata in alto mare. Come già ampiamente dimostrato, Statham adora trasformare gli spazi angusti in arene, dove regola i conti a pugni e senza bisogno di fare della filosofia. In Mutiny i corridoi stretti, i vani metallici, i ponti, le sale macchine e le stive immense si trasformano in trappole che possono celare un nemico o rivelarsi rifugi temporanei per leccarsi le ferite e apparecchiare il prossimo attacco. Il portacontainer non è insomma un puro dècor ma una struttura attiva di cui il film sfrutta la geografia con autentico entusiasmo. E poi ovviamente c'è lui, Jason Statham, che da più di vent'anni assesta pugni con collera fredda e una credibilità sorprendente. Ogni colpo ha il suo peso drammatico e l'attore non ha rivali nel rendere efficace una coreografia brutale. I corpo a corpo privilegiano l'efficacia all'esibizionismo, pochi trucchi digitali e tante botte da orbi, ben leggibili, come piacciano ai fan del genere. La sequenza sulla tromba delle scale dove Statham abbatte una decina di mercenari che spuntano a ondate, è un momento di vera goduria quanto il duello finale su una passerella scaltramente mal fissata, a beneficio dell'adrenalina e dello spettatore. Ma forse la sorpresa più spettacolare è vederlo spuntare dall'occhio di cubia, risalire la catena dell'ancora e scalare la murata di prua che serve la traiettoria del suo corpo. Il pericolo continua ad essere il suo migliore argomento. Se l'eroe incarnato da Statham possiede una certa consistenza, il resto dei personaggi - di cui la Marina americana ci fornisce vaghe informazioni che avremmo facilmente intuito - non sono altro che un espediente per rafforzare il coinvolgimento emotivo, come i migranti intrappolati nel ventre della nave o la bionda sottotenente del mercantile, madre di famiglia, pronta venire in aiuto al protagonista (Annabelle Wallis). In Mutiny è soprattutto la vendetta a guidare l'azione (come sottolinea il Cole Reed nella battuta finale) e una serie B che assume il suo programma senza complessi. Diretto da Jean-François Richet (Nemico Pubblico N. 1, Blood Father, The Plane), anomalia francese nel paesaggio d'azione americano, questo thriller marittimo non rivoluziona il genere e fa quello che gli si chiede: distribuire mazzate in alto mare, garantire una dose di gore e fissare un eroe indistruttibile e spavaldo che riprende servizio e rilancia la giacca in denim, evergreen della moda fatto per durare, come lui. Salite a bordo a occhi chiusi e godetevi il viaggio.
Cole Reed, poliziotto e veterano delle forze speciali britanniche, riconvertito a Bangkok nella sicurezza privata, si ritrova accusato dell'omicidio di un magnate del trasporto marittimo chiamato a proteggere. Ricercato dalla polizia tailandese si imbarca sotto falsa identità su un cargo della compagnia del miliardario, comprendendo molto presto che tutti (o quasi) quelli che lo hanno incastrato sono a bordo. Un equipaggio corrotto che dovrà fare i conti con la sua collera.
Mentre i blockbuster estivi si contendono il botteghino a colpi di epica, supereroi, dinosauri piumati e scientificamente accurati, Jason Statham prosegue imperturbabile per la sua strada. Capace di affrontare tutti i pericoli con pragmatismo, l'attore britannico continua a collezionare film 'de menare' con la regolarità di un metronomo. La storia sta tutta in un biglietto di imbarco e va bene così. Un giorno forse Jason Statham, ultimo 'action man' old school, la smetterà di interpretare il tizio tranquillo che scatena l'inferno rivelando il suo passato da ex poliziotto, ex militare, ex agente segreto o sicario perché qualcuno gli ha fatto un torto o lo ha fatto a qualcuno che amava, ma fino ad allora ne godiamo e ne vogliamo ancora. Statham è Statham. Il problema e la soluzione insieme.
Tecnicamente non interpreta lo stesso personaggio, ma l'energia e la meccanica del corpo, la quieta autorevolezza e la precisione immobile (attende sempre che l'avversario finisca nel suo perimetro di gioco), sono simili da un film all'altro, al punto che potremmo raccordare The Transporter e Mutiny senza che lo spettatore batta ciglio. Se la storia è nota, a cambiare è il terreno d'azione, un cargo carico di villain che il nostro farà cadere come birilli il tempo di una traversata in alto mare. Come già ampiamente dimostrato, Statham adora trasformare gli spazi angusti in arene, dove regola i conti a pugni e senza bisogno di fare della filosofia. In Mutiny i corridoi stretti, i vani metallici, i ponti, le sale macchine e le stive immense si trasformano in trappole che possono celare un nemico o rivelarsi rifugi temporanei per leccarsi le ferite e apparecchiare il prossimo attacco. Il portacontainer non è insomma un puro dècor ma una struttura attiva di cui il film sfrutta la geografia con autentico entusiasmo. E poi ovviamente c'è lui, Jason Statham, che da più di vent'anni assesta pugni con collera fredda e una credibilità sorprendente. Ogni colpo ha il suo peso drammatico e l'attore non ha rivali nel rendere efficace una coreografia brutale. I corpo a corpo privilegiano l'efficacia all'esibizionismo, pochi trucchi digitali e tante botte da orbi, ben leggibili, come piacciano ai fan del genere. La sequenza sulla tromba delle scale dove Statham abbatte una decina di mercenari che spuntano a ondate, è un momento di vera goduria quanto il duello finale su una passerella scaltramente mal fissata, a beneficio dell'adrenalina e dello spettatore. Ma forse la sorpresa più spettacolare è vederlo spuntare dall'occhio di cubia, risalire la catena dell'ancora e scalare la murata di prua che serve la traiettoria del suo corpo. Il pericolo continua ad essere il suo migliore argomento. Se l'eroe incarnato da Statham possiede una certa consistenza, il resto dei personaggi - di cui la Marina americana ci fornisce vaghe informazioni che avremmo facilmente intuito - non sono altro che un espediente per rafforzare il coinvolgimento emotivo, come i migranti intrappolati nel ventre della nave o la bionda sottotenente del mercantile, madre di famiglia, pronta venire in aiuto al protagonista (Annabelle Wallis). In Mutiny è soprattutto la vendetta a guidare l'azione (come sottolinea il Cole Reed nella battuta finale) e una serie B che assume il suo programma senza complessi. Diretto da Jean-François Richet (Nemico Pubblico N. 1, Blood Father, The Plane), anomalia francese nel paesaggio d'azione americano, questo thriller marittimo non rivoluziona il genere e fa quello che gli si chiede: distribuire mazzate in alto mare, garantire una dose di gore e fissare un eroe indistruttibile e spavaldo che riprende servizio e rilancia la giacca in denim, evergreen della moda fatto per durare, come lui. Salite a bordo a occhi chiusi e godetevi il viaggio.
OCEANIA
Nell'adattamento live-action Disney dell'acclamata avventura animata di dieci anni fa, Vaiana risponde al richiamo dell'oceano e, per la prima volta, si spinge oltre la barriera corallina dell'isola di Motunui con il famigerato semidio Maui in un viaggio pieno di insidie per riportare la prosperità al suo popolo. Forse per questo tipo di operazioni il critico dovrebbe farsi cancellare la memoria e vedere finalmente un remake fotocopia in live-action di un cosiddetto classico (non sono trascorsi nemmeno dieci anni...) di animazione Disney di grandissimo successo senza cadere mai in alcun tipo di confronto. Perché, così facendo, avrebbe uno sguardo vergine su una storia e, soprattutto, cosa più importante, su come visivamente è stata portata sul grande schermo. E dunque, pur amando infinitamente di più la morbida e rotonda animazione del primo Oceania, visto che l'adattamento è sempre dello stesso Jared Bush a cui si è aggiunta Dana Ledoux Miller che aveva scritto Oceania 2, il risultato è godibilissimo, complice la regia elegante ed equilibrata di Thomas Kail. Inoltre l'attrice australiana diciannovenne che ha nel sangue quello degli indigeni polinesiani, Catherine Laga'aia, per la prima volta sul grande schermo, è perfetta per interpretare Moana, ops... Vaiana (com'è noto dieci anni fa per l'edizione italiana si decise di cambiare il nome della protagonista che richiamava quello di una famosa attrice porno e di conseguenza anche il titolo del film). Esattamente come Dwayne Johnson - sempre che lo spettatore non si distragga troppo nel seguire l'andamento della folta e imbizzarrita parrucca di The Rock (qui anche produttore) - che interpreta Maui, colui il quale l'aiuterà a salvare il suo popolo. I temi centrali di Oceania, tra cui il coming of age di una ragazza che passa attraverso la ricerca pervicace della propria identità superando il reef proibito, sono tutti intatti e sono spesso amplificati dalla colonna sonora con le stesse musiche che hanno reso celebre il primo film di animazione. Sul versante produttivo le riserve sono invece maggiori perché proporre un remake di un film quando non sono passati nemmeno dieci anni rimane un azzardo o, e il risultato non cambia, dimostra una sempre più drammatica mancanza di idee. In più, paradossalmente, parlando di Disney, sembrerebbe venir 'sminuita' proprio l'animazione, considerata alla stregua di un genere cinematografico e non, come naturalmente è, un film a tutti gli effetti. Ma queste sono elucubrazioni di chi non s'intende di marketing, di target, di "what a fuck" nei film come ha avuto modo di scherzarci su Nanni Moretti. Ribaltando il punto di vista, si potrebbe arrivare a dire che ci troviamo di fronte a un film sperimentale. Un remake in cosiddetto live-action che, per una larga parte, è realizzato proprio in animazione digitale (sempre irresistibili il pollo Hei Hei e il maialino Pua) e che praticamente poco si differenzia dal primo, soprattutto quando la regia deve ricreare il movimento materno dell'isola, con la dea Te Fiti, creatrice della natura, che, corrotta, si trasforma in Te Ka, il mostruoso demone del fuoco. Ma, a dire il vero, anche le sequenze marine poco si discostano dall'originale con un effetto di permanente déjà-vu, un vocabolo che non avremmo mai voluto utilizzare in questa recensione (se solo ci fosse stata cancellata la memoria...). Detto questo forse è meglio affidarsi alle vere novità del 'nuovo' Oceania con il cast di attori 'veri' che funziona ottimamente anche perché scelti tutti - ovviamente eccetto Dwayne Johnson che prestava pure la voce nei due film di animazione - tra interpreti neozelandesi tra i quali spicca Rena Owen che riesce a restituire quel particolare rapporto che si può instaurare tra nonna e nipote a volte in funzione anche un po' critica (e salutare) verso i figli/genitori. Sono questi i momenti, anche un po' magici, che danno un senso a operazioni di questo tipo anche se un senso non ce l'hanno. Maledetta memoria!
Nell'adattamento live-action Disney dell'acclamata avventura animata di dieci anni fa, Vaiana risponde al richiamo dell'oceano e, per la prima volta, si spinge oltre la barriera corallina dell'isola di Motunui con il famigerato semidio Maui in un viaggio pieno di insidie per riportare la prosperità al suo popolo. Forse per questo tipo di operazioni il critico dovrebbe farsi cancellare la memoria e vedere finalmente un remake fotocopia in live-action di un cosiddetto classico (non sono trascorsi nemmeno dieci anni...) di animazione Disney di grandissimo successo senza cadere mai in alcun tipo di confronto. Perché, così facendo, avrebbe uno sguardo vergine su una storia e, soprattutto, cosa più importante, su come visivamente è stata portata sul grande schermo. E dunque, pur amando infinitamente di più la morbida e rotonda animazione del primo Oceania, visto che l'adattamento è sempre dello stesso Jared Bush a cui si è aggiunta Dana Ledoux Miller che aveva scritto Oceania 2, il risultato è godibilissimo, complice la regia elegante ed equilibrata di Thomas Kail. Inoltre l'attrice australiana diciannovenne che ha nel sangue quello degli indigeni polinesiani, Catherine Laga'aia, per la prima volta sul grande schermo, è perfetta per interpretare Moana, ops... Vaiana (com'è noto dieci anni fa per l'edizione italiana si decise di cambiare il nome della protagonista che richiamava quello di una famosa attrice porno e di conseguenza anche il titolo del film). Esattamente come Dwayne Johnson - sempre che lo spettatore non si distragga troppo nel seguire l'andamento della folta e imbizzarrita parrucca di The Rock (qui anche produttore) - che interpreta Maui, colui il quale l'aiuterà a salvare il suo popolo. I temi centrali di Oceania, tra cui il coming of age di una ragazza che passa attraverso la ricerca pervicace della propria identità superando il reef proibito, sono tutti intatti e sono spesso amplificati dalla colonna sonora con le stesse musiche che hanno reso celebre il primo film di animazione. Sul versante produttivo le riserve sono invece maggiori perché proporre un remake di un film quando non sono passati nemmeno dieci anni rimane un azzardo o, e il risultato non cambia, dimostra una sempre più drammatica mancanza di idee. In più, paradossalmente, parlando di Disney, sembrerebbe venir 'sminuita' proprio l'animazione, considerata alla stregua di un genere cinematografico e non, come naturalmente è, un film a tutti gli effetti. Ma queste sono elucubrazioni di chi non s'intende di marketing, di target, di "what a fuck" nei film come ha avuto modo di scherzarci su Nanni Moretti. Ribaltando il punto di vista, si potrebbe arrivare a dire che ci troviamo di fronte a un film sperimentale. Un remake in cosiddetto live-action che, per una larga parte, è realizzato proprio in animazione digitale (sempre irresistibili il pollo Hei Hei e il maialino Pua) e che praticamente poco si differenzia dal primo, soprattutto quando la regia deve ricreare il movimento materno dell'isola, con la dea Te Fiti, creatrice della natura, che, corrotta, si trasforma in Te Ka, il mostruoso demone del fuoco. Ma, a dire il vero, anche le sequenze marine poco si discostano dall'originale con un effetto di permanente déjà-vu, un vocabolo che non avremmo mai voluto utilizzare in questa recensione (se solo ci fosse stata cancellata la memoria...). Detto questo forse è meglio affidarsi alle vere novità del 'nuovo' Oceania con il cast di attori 'veri' che funziona ottimamente anche perché scelti tutti - ovviamente eccetto Dwayne Johnson che prestava pure la voce nei due film di animazione - tra interpreti neozelandesi tra i quali spicca Rena Owen che riesce a restituire quel particolare rapporto che si può instaurare tra nonna e nipote a volte in funzione anche un po' critica (e salutare) verso i figli/genitori. Sono questi i momenti, anche un po' magici, che danno un senso a operazioni di questo tipo anche se un senso non ce l'hanno. Maledetta memoria!
ODISSEA
Ulisse, eroe degli achei di proteiforme ingegno, ha ideato lo stratagemma del cavallo di Troia per porre fine ai dieci anni di assedio della città e finalmente conquistarla. La vittoria gli permette di partire verso casa, all'isola di Itaca, ma la sua flotta incontra diverse sventure e il suo viaggio lo porta a confrontarsi con minacce sovrannaturali, a visitare l'Ade e a una lunga sosta sull'isola della ninfa Calipso. Nel mentre suo figlio Telemaco, ormai cresciuto, cerca di proteggere la madre Penelope e il trono di Itaca dai proci che si fanno avanti come pretendenti della regina rimasta senza marito. Tra loro Antinoo, aiutato dalla serva di Penelope, Melanto, insidia pericolosamente Penelope.
L'epica si fa cinema in Odissea di Christopher Nolan, con impressionanti mezzi produttivi e sforzi tecnici, ma pure con una intelligente e attuale rilettura.
Attraversa l'intera opera, costantemente citata, la xenia, la legge di Zeus, ossia la sacralità dell'ospite, non importa quanto umile, dietro al quale potrebbe nascondersi un dio. Inoltre la pratica di onorare i morti, a sua volta cruciale nella cultura greca, è più volte chiamata in causa con nefaste conseguenze. Odisseo è infatti formalmente un campione di questa civiltà ma è allo stesso tempo un uomo spregiudicato che all'occorrenza infrange questi due tabù. Per questo è anche un uomo perso, colpevole di aver portato alla morte nemici così come alleati, si ritiene indegno di tornare a casa e diventerà davvero determinato a farlo solo quando verrà a conoscenza delle insidie che minacciano sua moglie Penelope. Come Il cavaliere oscuro, anche Ulisse è un eroe che deve rinunciare a far parte della società, che accetta su di sé il peso di scelte estreme, ma a differenza di Batman la sua storia è assai più rilevante, moderna e ancestrale al tempo stesso. In un mondo contemporaneo ancora dilaniato dalla guerra, il viaggio di Odisseo è il percorso di pentimento e redenzione di un reduce, che ha partecipato a una guerra crudele e ingiusta e viene costretto a riconoscerlo, accettando il peso degli orrori del conflitto così come la punizione che ne consegue.
Odissea è ambientata in un'era lontana ma ne racconta la fine, come Oppenheimer è attraversata dallo spettro dell'Apocalisse, che anche in questo caso è alle porte non per il nemico ma per le azioni degli stessi "eroi". Il cavallo di Troia, come la bomba atomica, è una violazione dei codici sacri del conflitto, è la rottura delle leggi - divine o meno che siano - che costituiscono il tessuto stesso della civiltà. Odissea, per quanto non manchi di numerosi passaggi fantastici e di nominare gli dèi, li fa intervenire assai meno che nel mito greco, anzi diremmo che non li fa intervenire per niente. È nelle sue figure tragicamente umane che si compie la profezia dell'arrivo degli uomini dal mare, che segna la fine della civiltà per ragioni del tutto interne. Emblematica è in questo senso la sorte di Agamennone, il vincitore della guerra che sarà ucciso per il sacrificio commesso per avere la vittoria. Nel racconto di Omero, come nelle Eumenidi di Eschilo, non è negata la colpa di Ulisse, ma l'intervento di Atena ristabilisce l'equilibrio della società civile, mentre nella versione di Nolan non c'è alcun "deus ex machina" a scongiurare i peggiori presagi. Ulisse, come Oppenheimer, è diventato un distruttore di mondi.
Se la rilettura tiene egregiamente i molti fili narrativi della storia, adattata anche nelle sue parti meno avventurose e con pochi tagli, la visione spettacolare di Nolan regala molte scene memorabili. In particolare la visita all'Ade, la caduta di Troia e una Circe interpretata da Samantha Morton, che pratica trasformazioni secondo una estetica sorprendentemente body horror. Il film trova non solo messaggi pacifisti ma pure femministi, perché questa è la caduta di una società patriarcale di cui le donne per prime vedono i limiti, ma si tratta di passaggi che pur suonando molto moderni - ma poi nemmeno tanto se si ripensa alle tragedie come Medea - non interrompono mai il flusso del racconto. Un parziale inceppo in Odissea, come già in Dunkirk ma meno grave, è nel senso di scala: la flotta di Ulisse è infatti qui di sole tre navi, perché a Nolan non garba moltiplicarle in digitale e nemmeno può ricostruirne una dozzina. Comunque poco male, perché chiunque conosca la storia sa che le navi saranno presto ridotte a una sola. Un altro limite è nelle discutibili coreografie d'azione, dove il regista si affida ancora una volta a un montaggio confuso, buono per la caduta di Troia, ma non per altri duelli. Le riprese in IMAX a 70mm, per la prima volta per un intero film oltretutto lungo quasi tre ore, compensano però ampiamente queste piccole cadute spettacolari.
Ulisse, eroe degli achei di proteiforme ingegno, ha ideato lo stratagemma del cavallo di Troia per porre fine ai dieci anni di assedio della città e finalmente conquistarla. La vittoria gli permette di partire verso casa, all'isola di Itaca, ma la sua flotta incontra diverse sventure e il suo viaggio lo porta a confrontarsi con minacce sovrannaturali, a visitare l'Ade e a una lunga sosta sull'isola della ninfa Calipso. Nel mentre suo figlio Telemaco, ormai cresciuto, cerca di proteggere la madre Penelope e il trono di Itaca dai proci che si fanno avanti come pretendenti della regina rimasta senza marito. Tra loro Antinoo, aiutato dalla serva di Penelope, Melanto, insidia pericolosamente Penelope.
L'epica si fa cinema in Odissea di Christopher Nolan, con impressionanti mezzi produttivi e sforzi tecnici, ma pure con una intelligente e attuale rilettura.
Attraversa l'intera opera, costantemente citata, la xenia, la legge di Zeus, ossia la sacralità dell'ospite, non importa quanto umile, dietro al quale potrebbe nascondersi un dio. Inoltre la pratica di onorare i morti, a sua volta cruciale nella cultura greca, è più volte chiamata in causa con nefaste conseguenze. Odisseo è infatti formalmente un campione di questa civiltà ma è allo stesso tempo un uomo spregiudicato che all'occorrenza infrange questi due tabù. Per questo è anche un uomo perso, colpevole di aver portato alla morte nemici così come alleati, si ritiene indegno di tornare a casa e diventerà davvero determinato a farlo solo quando verrà a conoscenza delle insidie che minacciano sua moglie Penelope. Come Il cavaliere oscuro, anche Ulisse è un eroe che deve rinunciare a far parte della società, che accetta su di sé il peso di scelte estreme, ma a differenza di Batman la sua storia è assai più rilevante, moderna e ancestrale al tempo stesso. In un mondo contemporaneo ancora dilaniato dalla guerra, il viaggio di Odisseo è il percorso di pentimento e redenzione di un reduce, che ha partecipato a una guerra crudele e ingiusta e viene costretto a riconoscerlo, accettando il peso degli orrori del conflitto così come la punizione che ne consegue.
Odissea è ambientata in un'era lontana ma ne racconta la fine, come Oppenheimer è attraversata dallo spettro dell'Apocalisse, che anche in questo caso è alle porte non per il nemico ma per le azioni degli stessi "eroi". Il cavallo di Troia, come la bomba atomica, è una violazione dei codici sacri del conflitto, è la rottura delle leggi - divine o meno che siano - che costituiscono il tessuto stesso della civiltà. Odissea, per quanto non manchi di numerosi passaggi fantastici e di nominare gli dèi, li fa intervenire assai meno che nel mito greco, anzi diremmo che non li fa intervenire per niente. È nelle sue figure tragicamente umane che si compie la profezia dell'arrivo degli uomini dal mare, che segna la fine della civiltà per ragioni del tutto interne. Emblematica è in questo senso la sorte di Agamennone, il vincitore della guerra che sarà ucciso per il sacrificio commesso per avere la vittoria. Nel racconto di Omero, come nelle Eumenidi di Eschilo, non è negata la colpa di Ulisse, ma l'intervento di Atena ristabilisce l'equilibrio della società civile, mentre nella versione di Nolan non c'è alcun "deus ex machina" a scongiurare i peggiori presagi. Ulisse, come Oppenheimer, è diventato un distruttore di mondi.
Se la rilettura tiene egregiamente i molti fili narrativi della storia, adattata anche nelle sue parti meno avventurose e con pochi tagli, la visione spettacolare di Nolan regala molte scene memorabili. In particolare la visita all'Ade, la caduta di Troia e una Circe interpretata da Samantha Morton, che pratica trasformazioni secondo una estetica sorprendentemente body horror. Il film trova non solo messaggi pacifisti ma pure femministi, perché questa è la caduta di una società patriarcale di cui le donne per prime vedono i limiti, ma si tratta di passaggi che pur suonando molto moderni - ma poi nemmeno tanto se si ripensa alle tragedie come Medea - non interrompono mai il flusso del racconto. Un parziale inceppo in Odissea, come già in Dunkirk ma meno grave, è nel senso di scala: la flotta di Ulisse è infatti qui di sole tre navi, perché a Nolan non garba moltiplicarle in digitale e nemmeno può ricostruirne una dozzina. Comunque poco male, perché chiunque conosca la storia sa che le navi saranno presto ridotte a una sola. Un altro limite è nelle discutibili coreografie d'azione, dove il regista si affida ancora una volta a un montaggio confuso, buono per la caduta di Troia, ma non per altri duelli. Le riprese in IMAX a 70mm, per la prima volta per un intero film oltretutto lungo quasi tre ore, compensano però ampiamente queste piccole cadute spettacolari.
PAW PATROL - MISSIONE DINOSAURI
Dopo una tempesta, la Paw Patrol approda su una misteriosa isola popolata da dinosauri, dove incontra Rex, un cucciolo rimasto bloccato. Quando l'imprudenza di Humdinger nelle sue attività minerarie provoca l'eruzione di un vulcano, la squadra si trova ad affrontare la sua più grande missione di salvataggio per liberare l'isola.
Dopo una tempesta, la Paw Patrol approda su una misteriosa isola popolata da dinosauri, dove incontra Rex, un cucciolo rimasto bloccato. Quando l'imprudenza di Humdinger nelle sue attività minerarie provoca l'eruzione di un vulcano, la squadra si trova ad affrontare la sua più grande missione di salvataggio per liberare l'isola.
RESIDENT EVIL
Dalla mente del visionario regista Zach Cregger arriva una nuova e terrificante interpretazione del franchise di Resident Evil. In una storia completamente inedita, Resident Evil segue Bryan, un corriere medico che si ritrova involontariamente coinvolto in una frenetica sfida contro il tempo per sopravvivere, mentre una notte sconvolgente e orribile sprofonda nel caos intorno a lui.
Dalla mente del visionario regista Zach Cregger arriva una nuova e terrificante interpretazione del franchise di Resident Evil. In una storia completamente inedita, Resident Evil segue Bryan, un corriere medico che si ritrova involontariamente coinvolto in una frenetica sfida contro il tempo per sopravvivere, mentre una notte sconvolgente e orribile sprofonda nel caos intorno a lui.
RITORNO A BUENOS AIRES
Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni, trascorsi in Italia, Mariano Guerra, medico italiano, torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e resero schiavo durante la dittatura militare. Mariano è uno dei pochi sopravvissuti a quella tragedia e porta con sé un peso che nessuna sentenza può alleggerire. Il ritorno a Buenos Aires lo costringe a confrontarsi con ciò che significa essere rimasto vivo.
Marco Bechis torna al suo Garage Olimpo per raccontare le conseguenze delle barbarie delle dittature sulle persone anche dopo decenni.
Il cuore del film è infatti il rapporto tra la vittima e il suo aguzzino che il regista, padre italiano e madre cilena, conosce bene essendo stato protagonista, nell'aprile del 1977 a Buenos Aires, durante la dittatura militare, di un sequestro da parte della polizia argentina che lo rilasciò quattro mesi dopo. Bechis sposta la sua vicenda personale, già raccontata nello sconvolgente Garage Olimpo, su quella del suo protagonista, Mariano Guerra, che, dopo 33 anni dai fatti passati in Italia, viene convinto a tornare in Argentina per testimoniare contro i suoi aguzzini.È proprio questa seconda parte del film a convincere di più anche se la prima è perfettamente propedeutica perché serve a raccontare che, per decidere di tornare dai tuoi aguzzini, ci vuole molto coraggio che - lo sappiamo - se uno non ce l'ha, non se lo può dare. Mentre invece, dopo molte riflessioni che intuiamo, perché fortunatamente il film lavora sui non detti, il personaggio, interpretato in maniera magistrale da Adriano Giannini nel ruolo della sua carriera, prende questa decisione che sarà per lui devastante. Perché arrivato a Buenos Aires, insieme ad altri sopravvissuti, sarà ospitato negli alloggi del Ministero della Giustizia che non sono poi così lontani dall'idea di prigione. Infatti lo vediamo 'scappare' spesso dall'edificio. Tra questi detour c'è proprio la visita al suo Garage Olimpo che rappresenta uno dei momenti più forti e drammatici, oltre a essere stilisticamente riusciti, di tutto il film.
Sono giorni in cui Mariano ritrova persone che hanno condiviso la prigionia mentre il giorno della sua deposizione sembra essere così lontano. C'è tutto il tempo per aprire un'altra voragine nella sua vita che riguarda il suo 'collaborazionismo' all'epoca in Garage Olimpo dove era rimasto ad aiutare la macchina della morte sedando le future vittime che salivano sui camion per finire sugli aerei che li avrebbero gettati nel Rio de la Plata (ma, viene detto, i corpi da quelle altezze si disintegrano prima). Capiamo così perché, all'arrivo al processo, Mariano non viene accolto con calore dai suoi ex compagni di disavventura. La sceneggiatura, scritta dal regista con Vijaya Bechis Boll, rende più complicato per lo spettatore capire bene se sia del tutto vittima o del tutto carnefice. Ma quando, in questi passaggi temporali, Mariano ha pure l'occasione di incontrare, in uno dei bagni comuni del tribunale, il medico a capo della sua struttura che lo aveva prima torturato e poi sottomesso al suo controllo, ha un episodio di incontinenza che racconta la drammaticità di questa dipendenza. La violenza perpetuata dal potere, in questo caso quello della dittatura militare argentina, nei confronti dei supposti oppositori, prende dunque in Ritorno a Buenos Aires una complessità che scuote lo spettatore anche perché la giudice del processo dice a Mariano di fare attenzione: «Si può entrare testimoni e uscire imputati».
Adriano Giannini costruisce il suo personaggio proprio intorno a questo rapporto di sottomissione che è così profondo da portare la vittima a provare una colpevole vergogna anche per le violenze dei suoi carnefici. L'episodio del medico di Garage Olimpo racconta anche come l'impunità dei carnefici nei Paesi in cui si è passati da una dittatura a una democrazia, fa sì che quelle stesse persone continuino a esercitare il proprio mestiere in una sorta di diabolica continuità. Una storia che conosciamo bene anche alle nostre latitudini.
Marco Bechis riesce a costruire un film di impegno civile, asciutto ed essenziale, come non eravamo più abituati a vedere nel nostro cinema. Ma Ritorno a Buenos Aires è anche un teorema sul trauma che resiste e vive nelle vittime per sempre (restando ai film in concorso insieme a questo alla 83a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografico anche Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto lavora sul disturbo post traumatico di un ex soldato in Vietnam) e che neanche una sentenza del tribunale può cancellare. Anche se fare la scelta giusta può aiutare.
Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni, trascorsi in Italia, Mariano Guerra, medico italiano, torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e resero schiavo durante la dittatura militare. Mariano è uno dei pochi sopravvissuti a quella tragedia e porta con sé un peso che nessuna sentenza può alleggerire. Il ritorno a Buenos Aires lo costringe a confrontarsi con ciò che significa essere rimasto vivo.
Marco Bechis torna al suo Garage Olimpo per raccontare le conseguenze delle barbarie delle dittature sulle persone anche dopo decenni.
Il cuore del film è infatti il rapporto tra la vittima e il suo aguzzino che il regista, padre italiano e madre cilena, conosce bene essendo stato protagonista, nell'aprile del 1977 a Buenos Aires, durante la dittatura militare, di un sequestro da parte della polizia argentina che lo rilasciò quattro mesi dopo. Bechis sposta la sua vicenda personale, già raccontata nello sconvolgente Garage Olimpo, su quella del suo protagonista, Mariano Guerra, che, dopo 33 anni dai fatti passati in Italia, viene convinto a tornare in Argentina per testimoniare contro i suoi aguzzini.È proprio questa seconda parte del film a convincere di più anche se la prima è perfettamente propedeutica perché serve a raccontare che, per decidere di tornare dai tuoi aguzzini, ci vuole molto coraggio che - lo sappiamo - se uno non ce l'ha, non se lo può dare. Mentre invece, dopo molte riflessioni che intuiamo, perché fortunatamente il film lavora sui non detti, il personaggio, interpretato in maniera magistrale da Adriano Giannini nel ruolo della sua carriera, prende questa decisione che sarà per lui devastante. Perché arrivato a Buenos Aires, insieme ad altri sopravvissuti, sarà ospitato negli alloggi del Ministero della Giustizia che non sono poi così lontani dall'idea di prigione. Infatti lo vediamo 'scappare' spesso dall'edificio. Tra questi detour c'è proprio la visita al suo Garage Olimpo che rappresenta uno dei momenti più forti e drammatici, oltre a essere stilisticamente riusciti, di tutto il film.
Sono giorni in cui Mariano ritrova persone che hanno condiviso la prigionia mentre il giorno della sua deposizione sembra essere così lontano. C'è tutto il tempo per aprire un'altra voragine nella sua vita che riguarda il suo 'collaborazionismo' all'epoca in Garage Olimpo dove era rimasto ad aiutare la macchina della morte sedando le future vittime che salivano sui camion per finire sugli aerei che li avrebbero gettati nel Rio de la Plata (ma, viene detto, i corpi da quelle altezze si disintegrano prima). Capiamo così perché, all'arrivo al processo, Mariano non viene accolto con calore dai suoi ex compagni di disavventura. La sceneggiatura, scritta dal regista con Vijaya Bechis Boll, rende più complicato per lo spettatore capire bene se sia del tutto vittima o del tutto carnefice. Ma quando, in questi passaggi temporali, Mariano ha pure l'occasione di incontrare, in uno dei bagni comuni del tribunale, il medico a capo della sua struttura che lo aveva prima torturato e poi sottomesso al suo controllo, ha un episodio di incontinenza che racconta la drammaticità di questa dipendenza. La violenza perpetuata dal potere, in questo caso quello della dittatura militare argentina, nei confronti dei supposti oppositori, prende dunque in Ritorno a Buenos Aires una complessità che scuote lo spettatore anche perché la giudice del processo dice a Mariano di fare attenzione: «Si può entrare testimoni e uscire imputati».
Adriano Giannini costruisce il suo personaggio proprio intorno a questo rapporto di sottomissione che è così profondo da portare la vittima a provare una colpevole vergogna anche per le violenze dei suoi carnefici. L'episodio del medico di Garage Olimpo racconta anche come l'impunità dei carnefici nei Paesi in cui si è passati da una dittatura a una democrazia, fa sì che quelle stesse persone continuino a esercitare il proprio mestiere in una sorta di diabolica continuità. Una storia che conosciamo bene anche alle nostre latitudini.
Marco Bechis riesce a costruire un film di impegno civile, asciutto ed essenziale, come non eravamo più abituati a vedere nel nostro cinema. Ma Ritorno a Buenos Aires è anche un teorema sul trauma che resiste e vive nelle vittime per sempre (restando ai film in concorso insieme a questo alla 83a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografico anche Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto lavora sul disturbo post traumatico di un ex soldato in Vietnam) e che neanche una sentenza del tribunale può cancellare. Anche se fare la scelta giusta può aiutare.
SERPENTI
Paolo Marra ha ucciso sua moglie, senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi: vuole pagare, scontare la pena, ridare dignità alla donna che ha ucciso e a sé stesso. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. L'uomo si scopre vittima di un paradosso kafkiano: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare. Il perfetto capro espiatorio di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi.
Nell'interessante percorso di Roberto De Paolis Maino di osservazione della realtà, dopo Cuori puri e Princess, ecco Serpenti solo apparentemente slegato dal mondo reale ma che, proprio nella cifra del grottesco, crea un ribaltamento profondo che va al cuore delle cose.
Merito sicuramente della sceneggiatura, scritta dai Fratelli D'Innocenzo insieme al regista, che costruisce sapientemente l'assurdità della vicenda di un uomo che si costituisce alla Polizia reo confesso dell'omicidio della moglie ma che entra all'interno di un iter burocratico kafkiano in cui non riesce ad affermare la sua colpevolezza. Naturalmente l'utilizzo del tono grottesco è paradossale per cercare di raccontare come la violenza sulle donne faccia magari più fatica a essere immediatamente percepita come tale. Ecco allora il primo essere umano con il quale si confronta il protagonista del film - uno straordinario Leonardo Lidi (ma è proprio la scelta e la direzione di tutti gli attori uno degli aspetti più apprezzabili) - ossia il piantone di Polizia interpretato da Daniele Parisi, a circoscrivere il perimetro di azione del reo confesso che, da quel momento in poi, non riuscirà più a esercitare la sua volontà di scontare la sua pena per il reato che ha commesso. Ci sono prima le carte da compilare e poi bisogna convincere il dirigente di Polizia «perché sa quante persone vengono qui ogni giorno a dire di aver fatto questo o quello?», dice il personaggio interpretato da Alessandro Borghi. A lui il compito di rallentare ancora di più il processo di verifica della situazione raccontata dall'omicida che, sempre in maniera paradossale, inizia a dubitare di essere stato veramente lui il colpevole.
In questo ribaltamento della realtà, il carico, diciamo così, da novanta lo butta giù il suo avvocato d'ufficio (Pietro Castellitto) che, per mestiere, è già convinto di poter dimostrare l'innocenza del suo assistito e quindi di poterlo scagionare dando tutte le colpe delle motivazioni e addirittura della azione omicida alla moglie stessa. Anche la misteriosa figura della cartomante (Valeria Golino) lavora per instillare nel protagonista l'idea di reiterare il suo delitto per liberarsene.
Siamo lontani da quello che era più un giallo dell'anima, il capolavoro di Giuseppe Tornatore Una pura formalità girato all'interno di un commissariato, ma, anche in Serpenti, il meccanismo paradossale inserito in testa al film e portato avanti per tutta la sua durata curiosamente non stanca perché la sceneggiatura e la regia hanno la capacità di lavorare su piccoli detour narrativi e su scelte formali (grazie anche al montaggio di Paola Freddi) che accompagnano con forza l'idea iniziale.
Molto efficace è anche la scenografia, per esempio quella del commissariato, che rende assolutamente realistico e riconoscibile il mondo in cui il protagonista si muove e che, ognuno di noi, anche solo per aver fatto il passaporto, ha in un certo qual modo lambito.
Ecco è proprio questa restituzione di una vicinanza dei meccanismi burocratici dello Stato a rendere il film molto più inquietante di quello che potrebbe sembrare perché il grottesco, alla fine, si trasforma in realismo.
Paolo Marra ha ucciso sua moglie, senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi: vuole pagare, scontare la pena, ridare dignità alla donna che ha ucciso e a sé stesso. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. L'uomo si scopre vittima di un paradosso kafkiano: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare. Il perfetto capro espiatorio di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi.
Nell'interessante percorso di Roberto De Paolis Maino di osservazione della realtà, dopo Cuori puri e Princess, ecco Serpenti solo apparentemente slegato dal mondo reale ma che, proprio nella cifra del grottesco, crea un ribaltamento profondo che va al cuore delle cose.
Merito sicuramente della sceneggiatura, scritta dai Fratelli D'Innocenzo insieme al regista, che costruisce sapientemente l'assurdità della vicenda di un uomo che si costituisce alla Polizia reo confesso dell'omicidio della moglie ma che entra all'interno di un iter burocratico kafkiano in cui non riesce ad affermare la sua colpevolezza. Naturalmente l'utilizzo del tono grottesco è paradossale per cercare di raccontare come la violenza sulle donne faccia magari più fatica a essere immediatamente percepita come tale. Ecco allora il primo essere umano con il quale si confronta il protagonista del film - uno straordinario Leonardo Lidi (ma è proprio la scelta e la direzione di tutti gli attori uno degli aspetti più apprezzabili) - ossia il piantone di Polizia interpretato da Daniele Parisi, a circoscrivere il perimetro di azione del reo confesso che, da quel momento in poi, non riuscirà più a esercitare la sua volontà di scontare la sua pena per il reato che ha commesso. Ci sono prima le carte da compilare e poi bisogna convincere il dirigente di Polizia «perché sa quante persone vengono qui ogni giorno a dire di aver fatto questo o quello?», dice il personaggio interpretato da Alessandro Borghi. A lui il compito di rallentare ancora di più il processo di verifica della situazione raccontata dall'omicida che, sempre in maniera paradossale, inizia a dubitare di essere stato veramente lui il colpevole.
In questo ribaltamento della realtà, il carico, diciamo così, da novanta lo butta giù il suo avvocato d'ufficio (Pietro Castellitto) che, per mestiere, è già convinto di poter dimostrare l'innocenza del suo assistito e quindi di poterlo scagionare dando tutte le colpe delle motivazioni e addirittura della azione omicida alla moglie stessa. Anche la misteriosa figura della cartomante (Valeria Golino) lavora per instillare nel protagonista l'idea di reiterare il suo delitto per liberarsene.
Siamo lontani da quello che era più un giallo dell'anima, il capolavoro di Giuseppe Tornatore Una pura formalità girato all'interno di un commissariato, ma, anche in Serpenti, il meccanismo paradossale inserito in testa al film e portato avanti per tutta la sua durata curiosamente non stanca perché la sceneggiatura e la regia hanno la capacità di lavorare su piccoli detour narrativi e su scelte formali (grazie anche al montaggio di Paola Freddi) che accompagnano con forza l'idea iniziale.
Molto efficace è anche la scenografia, per esempio quella del commissariato, che rende assolutamente realistico e riconoscibile il mondo in cui il protagonista si muove e che, ognuno di noi, anche solo per aver fatto il passaporto, ha in un certo qual modo lambito.
Ecco è proprio questa restituzione di una vicinanza dei meccanismi burocratici dello Stato a rendere il film molto più inquietante di quello che potrebbe sembrare perché il grottesco, alla fine, si trasforma in realismo.
SPIDER-MAN - BRAND NEW DAY
Dopo aver fatto dimenticare al mondo la sua vera identità, con l'aiuto del Doctor Strange, Peter Parker ha ripreso la carriera di Spider-Man, questa volta in modo del tutto solitario - con il solo appoggio dell'intelligenza artificiale E.V. Dopo aver sconfitto vari criminali, aver ridotto il crimine a New York, aver ottenuto la simpatia dei cittadini e pure delle forze dell'ordine, Spider-Man si trova di fronte a una nuova minaccia: una entità capace di possedere le persone. Questa cerca qualcosa di nascosto dalla Damage Control, l'agenzia governativa che controlla l'uso dei superpoteri e delle tecnologie più avanzate. Inoltre, sul fronte privato, Peter Parker si imbatte nell'amico Ned, ritornato da Boston insieme a MJ. Nonostante avesse scelto di non rivelare la propria identità, lo segue a un party nel suo nuovo appartamento e qui si rende conto di aver perso, forse per sempre, qualcosa di estremamente prezioso. Nel frattempo, i poteri di Spider Man iniziano a funzionare in modo anomalo e presto Peter si trova a cercare di combattere una sconcertante evoluzione.
Spider-Man: Brand New Day è una ripartenza che riporta il personaggio verso avventure più urbane e meno metafisiche, ma che lo costringe anche ad andare avanti e ad accantonare l'idea adolescenziale di essere un solitario.
Destin Daniel Cretton si conferma un regista tra i più promettenti della nuova ondata Marvel: dopo aver convinto già con Shang-chi e la leggenda dei Dieci Anelli e con l'ottima serie tv Wonder Man, ora dimostra di sapere maneggiare anche le complesse acrobazie aeree dell'Uomo Ragno. Si avvale ancora una volta del coreografo Peng Zhang e, grazie alla fisicità di Tom Holland che ha una formazione anche da ballerino, realizza stunt impressionanti, più concreti di quelli che si erano visti in passato. Convince meno, per quanto divertente, il rapporto tra Peter Parker e Frank Castle, che appare come uno zio burbero più di quanto ci si aspetti da un personaggio duro e tormentato come il Punitore. L'identità della misteriosa villain interpretata da Sadie Sink è stata protetta in promozione da un fitto segreto e quindi sarebbe criminale svelarne alcunché. Ci limitiamo a dire che la rivelazione su di lei è davvero forte e che, soprattutto, l'arco narrativo del suo personaggio è in linea con i temi del film.
Al di là della spettacolarità delle avventure di Spider-Man, dove spiccano in particolare combattimenti con i ninja della Mano e con Hulk, il film dà il meglio di sé sul fronte umano in particolare nel rapporto con Ned e MJ, che non si ricordano di Peter ma che lui non può dimenticare. Il confronto con loro inizia quando durante un party parte in sottofondo il brano di Tame Impala Loser, il cui testo è particolarmente appropriato alla situazione. Recita infatti: "Tried to correct it, I think I wrecked it", chiaramente riferito alla vita che Peter ha cercato di aggiustare e che ora capisce di aver finito per sfasciare. In questo senso è un'interessante contraltare del protagonista il personaggio di Frank Castle, che a differenza di Peter ha visto la sua vita distrutta da una tragedia ed è costretto alla solitudine, mentre la scelta del supereroe di nascondere la propria identità all'amico Ned e a MJ per proteggerli è ancora reversibile. La villain del film si trova a sua volta in una situazione simile, in cui è ancora in tempo per fare un passo indietro e salvarsi da un cammino solitario e autodistruttivo.
Riguardo poi il tema della mutazione il dottor Banner, ossia l'incredibile Hulk, cerca di controllare il suo mostruoso alter ego con la tecnologia, ispirando l'eroe a fare lo stesso con la propria mutazione in corso. Se per Banner però si tratta di una scelta quasi obbligata, perché Hulk è davvero una forza incontrollabile, la mutazione in corso di Peter è invece ancora misteriosa e tutta da scoprire. Infine, di nuovo, la villain ha un arco parallelo a quello del protagonista, perché a sua volta le sue capacità si evolveranno nel corso del film, ma sarà contraria all'idea di castrarle attraverso la tecnologia. Queste metamorfosi, per quanto fantastiche, sono naturalmente metafore del processo di crescita e maturazione di ogni ragazzo o ragazza, e i film di Spider-Man, in particolare questi con Tom Holland, continuano così ad avere i caratteri di un cinema di formazione, iperbolico nella forma ma, nei casi più felici, umano nella sostanza.
Dopo aver fatto dimenticare al mondo la sua vera identità, con l'aiuto del Doctor Strange, Peter Parker ha ripreso la carriera di Spider-Man, questa volta in modo del tutto solitario - con il solo appoggio dell'intelligenza artificiale E.V. Dopo aver sconfitto vari criminali, aver ridotto il crimine a New York, aver ottenuto la simpatia dei cittadini e pure delle forze dell'ordine, Spider-Man si trova di fronte a una nuova minaccia: una entità capace di possedere le persone. Questa cerca qualcosa di nascosto dalla Damage Control, l'agenzia governativa che controlla l'uso dei superpoteri e delle tecnologie più avanzate. Inoltre, sul fronte privato, Peter Parker si imbatte nell'amico Ned, ritornato da Boston insieme a MJ. Nonostante avesse scelto di non rivelare la propria identità, lo segue a un party nel suo nuovo appartamento e qui si rende conto di aver perso, forse per sempre, qualcosa di estremamente prezioso. Nel frattempo, i poteri di Spider Man iniziano a funzionare in modo anomalo e presto Peter si trova a cercare di combattere una sconcertante evoluzione.
Spider-Man: Brand New Day è una ripartenza che riporta il personaggio verso avventure più urbane e meno metafisiche, ma che lo costringe anche ad andare avanti e ad accantonare l'idea adolescenziale di essere un solitario.
Destin Daniel Cretton si conferma un regista tra i più promettenti della nuova ondata Marvel: dopo aver convinto già con Shang-chi e la leggenda dei Dieci Anelli e con l'ottima serie tv Wonder Man, ora dimostra di sapere maneggiare anche le complesse acrobazie aeree dell'Uomo Ragno. Si avvale ancora una volta del coreografo Peng Zhang e, grazie alla fisicità di Tom Holland che ha una formazione anche da ballerino, realizza stunt impressionanti, più concreti di quelli che si erano visti in passato. Convince meno, per quanto divertente, il rapporto tra Peter Parker e Frank Castle, che appare come uno zio burbero più di quanto ci si aspetti da un personaggio duro e tormentato come il Punitore. L'identità della misteriosa villain interpretata da Sadie Sink è stata protetta in promozione da un fitto segreto e quindi sarebbe criminale svelarne alcunché. Ci limitiamo a dire che la rivelazione su di lei è davvero forte e che, soprattutto, l'arco narrativo del suo personaggio è in linea con i temi del film.
Al di là della spettacolarità delle avventure di Spider-Man, dove spiccano in particolare combattimenti con i ninja della Mano e con Hulk, il film dà il meglio di sé sul fronte umano in particolare nel rapporto con Ned e MJ, che non si ricordano di Peter ma che lui non può dimenticare. Il confronto con loro inizia quando durante un party parte in sottofondo il brano di Tame Impala Loser, il cui testo è particolarmente appropriato alla situazione. Recita infatti: "Tried to correct it, I think I wrecked it", chiaramente riferito alla vita che Peter ha cercato di aggiustare e che ora capisce di aver finito per sfasciare. In questo senso è un'interessante contraltare del protagonista il personaggio di Frank Castle, che a differenza di Peter ha visto la sua vita distrutta da una tragedia ed è costretto alla solitudine, mentre la scelta del supereroe di nascondere la propria identità all'amico Ned e a MJ per proteggerli è ancora reversibile. La villain del film si trova a sua volta in una situazione simile, in cui è ancora in tempo per fare un passo indietro e salvarsi da un cammino solitario e autodistruttivo.
Riguardo poi il tema della mutazione il dottor Banner, ossia l'incredibile Hulk, cerca di controllare il suo mostruoso alter ego con la tecnologia, ispirando l'eroe a fare lo stesso con la propria mutazione in corso. Se per Banner però si tratta di una scelta quasi obbligata, perché Hulk è davvero una forza incontrollabile, la mutazione in corso di Peter è invece ancora misteriosa e tutta da scoprire. Infine, di nuovo, la villain ha un arco parallelo a quello del protagonista, perché a sua volta le sue capacità si evolveranno nel corso del film, ma sarà contraria all'idea di castrarle attraverso la tecnologia. Queste metamorfosi, per quanto fantastiche, sono naturalmente metafore del processo di crescita e maturazione di ogni ragazzo o ragazza, e i film di Spider-Man, in particolare questi con Tom Holland, continuano così ad avere i caratteri di un cinema di formazione, iperbolico nella forma ma, nei casi più felici, umano nella sostanza.
TALKING TOM HEROES - SUPER AMICI
Tom, Angela, Hank e Ben lasciano il piccolo schermo per arrivare al cinema con i loro episodi preferiti, giochi e contenuti mai visti prima.
Tom, Angela, Hank e Ben lasciano il piccolo schermo per arrivare al cinema con i loro episodi preferiti, giochi e contenuti mai visti prima.
THE ECHO CHAMBER
Leo fa il produttore musicale e vive a Londra. Il suo progetto più importante lo vede collaborare
con Ava, cantante e icona che si era ritirata dalle scene ma che lui ha saputo convincere a
tornare per un nuovo album, sul quale i due lavorano dall'appartamento dell'uomo. A fargli visita
c'è spesso anche Anne, infermiera a domicilio a cui si è rivolto per un mal di schiena debilitante.
La frequentazione con la ragazza diventa però sentimentale oltre che professionale, e tra i due
si fa strada un rapporto ambiguo che è ulteriormente complicato dal bisogno che Leo sviluppa
per i farmaci antidolorifici prescritti da Anne.
Tutto girato dentro un singolo appartamento, il nuovo film di Andrea Pallaoro è insieme ghost story e love story, prendendo la forma di un rituale doloroso ma di
rara eleganza. Quella tra Leo e Anne è la più recente di una serie di connessioni spezzate che
hanno segnato finora il cinema di Pallaoro, visto l'ultima volta in Monica e prima
ancora in Hannah, interamente costruito sul volto di Charlotte Rampling.
Stavolta l'avatar del regista è maschile, anche se la dimensione femminile è ben presente nelle
due forze opposte (Vikander e Sarandon, entrambe eccellenti in due prove libere da barriere e
schermature) che visitano la sua dimora e che si alternano nel dargli conforto e disperazione. Il
Leo di Luca Marinelli è uno spirito inquieto che infesta il suo stesso salotto, condannato a vivere
lo spazio di una storia d'amore ma non il suo tempo. E proprio quello spazio, che lo spettatore
imparerà a conoscere intimamente grazie ai morbidi movimenti di macchina che lo esplorano,
contribuisce a un peculiare e affascinante senso di straniamento essendo un appartamento
romano - dove sono avvenute le riprese - sotto (non)mentite spoglie londinesi.
Nella raffinata sceneggiatura di Bernardini e Rampoldi (che completano l'ultimo lavoro di
scrittura di Bernardo Bertolucci, con il quale lo avevano inizialmente sviluppato) c'è l'ambizione
di provare meccanismi inconsueti, trasformati poi da Pallaoro in momenti di grande cinema che
non si vedono spesso nel panorama nostrano. È un film che può alienare perché procede per
scarti metonimici, ma la sua architettura fatta di distanze e ripetizioni ha dei picchi notevoli, su
tutti una sequenza rivelatoria legata alla canzone interpretata da Susan Sarandon.
La sua Ava è l'unica capace di spingere Leo all'azione, e sarà incidente scatenante di un ultimo
atto che può apparire brusco ma che diventa sempre più inevitabile a posteriori. In esso, così
come più in generale nella figura di Ava (una grande artista la cui legacy il
protagonista si trova a influenzare, forse contaminare) si può scorgere l'ombra lunga di
Bertolucci, altra presenza che aleggia in un film tanto essenziale nelle componenti quanto pieno
di suggestioni e di echi.
Non c'è dubbio che si tratti del miglior film tra i quattro realizzati finora da Pallaoro, che si
supera e forse si mette più in gioco, oltre a regalare una splendida e originale meditazione sulla
fragilità e sulla dipendenza nel regno dei sentimenti. Dentro ci possiamo leggere una simbologia
di ciò di cui è fatta una relazione e - forse anche più sorprendentemente - di cosa è fatta la sua fine.
Leo fa il produttore musicale e vive a Londra. Il suo progetto più importante lo vede collaborare
con Ava, cantante e icona che si era ritirata dalle scene ma che lui ha saputo convincere a
tornare per un nuovo album, sul quale i due lavorano dall'appartamento dell'uomo. A fargli visita
c'è spesso anche Anne, infermiera a domicilio a cui si è rivolto per un mal di schiena debilitante.
La frequentazione con la ragazza diventa però sentimentale oltre che professionale, e tra i due
si fa strada un rapporto ambiguo che è ulteriormente complicato dal bisogno che Leo sviluppa
per i farmaci antidolorifici prescritti da Anne.
Tutto girato dentro un singolo appartamento, il nuovo film di Andrea Pallaoro è insieme ghost story e love story, prendendo la forma di un rituale doloroso ma di
rara eleganza. Quella tra Leo e Anne è la più recente di una serie di connessioni spezzate che
hanno segnato finora il cinema di Pallaoro, visto l'ultima volta in Monica e prima
ancora in Hannah, interamente costruito sul volto di Charlotte Rampling.
Stavolta l'avatar del regista è maschile, anche se la dimensione femminile è ben presente nelle
due forze opposte (Vikander e Sarandon, entrambe eccellenti in due prove libere da barriere e
schermature) che visitano la sua dimora e che si alternano nel dargli conforto e disperazione. Il
Leo di Luca Marinelli è uno spirito inquieto che infesta il suo stesso salotto, condannato a vivere
lo spazio di una storia d'amore ma non il suo tempo. E proprio quello spazio, che lo spettatore
imparerà a conoscere intimamente grazie ai morbidi movimenti di macchina che lo esplorano,
contribuisce a un peculiare e affascinante senso di straniamento essendo un appartamento
romano - dove sono avvenute le riprese - sotto (non)mentite spoglie londinesi.
Nella raffinata sceneggiatura di Bernardini e Rampoldi (che completano l'ultimo lavoro di
scrittura di Bernardo Bertolucci, con il quale lo avevano inizialmente sviluppato) c'è l'ambizione
di provare meccanismi inconsueti, trasformati poi da Pallaoro in momenti di grande cinema che
non si vedono spesso nel panorama nostrano. È un film che può alienare perché procede per
scarti metonimici, ma la sua architettura fatta di distanze e ripetizioni ha dei picchi notevoli, su
tutti una sequenza rivelatoria legata alla canzone interpretata da Susan Sarandon.
La sua Ava è l'unica capace di spingere Leo all'azione, e sarà incidente scatenante di un ultimo
atto che può apparire brusco ma che diventa sempre più inevitabile a posteriori. In esso, così
come più in generale nella figura di Ava (una grande artista la cui legacy il
protagonista si trova a influenzare, forse contaminare) si può scorgere l'ombra lunga di
Bertolucci, altra presenza che aleggia in un film tanto essenziale nelle componenti quanto pieno
di suggestioni e di echi.
Non c'è dubbio che si tratti del miglior film tra i quattro realizzati finora da Pallaoro, che si
supera e forse si mette più in gioco, oltre a regalare una splendida e originale meditazione sulla
fragilità e sulla dipendenza nel regno dei sentimenti. Dentro ci possiamo leggere una simbologia
di ciò di cui è fatta una relazione e - forse anche più sorprendentemente - di cosa è fatta la sua fine.
THE INVITE - IL PIACERE È TUTTO NOSTRO
Joe e Angela sono stati molto innamorati, uniti insieme dalla musica: Joe era un pianista di talento, e Angela amava il suo modo di suonare. Ma dopo molti anni di matrimonio il loro rapporto si è logorato, vittima delle frustrazioni artistiche e professionali di lui e della solitudine domestica di lei: al momento più che parlarsi battibeccano, rinfacciandosi le reciproche delusioni. Quando Angela invita a cena i vicini, la spagnola Pina e lo spirituale Hawk, l'obiettivo di Joe è soprattutto quello di chiedere loro di essere meno rumorosi quando fanno l'amore. Ma la cena con Pina e Hawk scompaginerà le carte per tutti, dando luogo ad un gioco di rivelazioni che coinvolgerà ciascuno dei presenti, mettendo a nudo le meschinità e le paure di tutti. Non guasta che fra Pina e Joe, così come fra Hawk e Angela, ci sia una forte attrazione sessuale, che troverà (possibile) riscontro in una proposta di sesso di gruppo. The Invite è la terza regia dell'attrice e regista Olivia Wilde, che dopo il promettente debutto dietro la cinepresa con La rivincita delle sfigate e la meno riuscita opera seconda Don't Worry Darling trova una cifra consona al proprio pungente senso dell'umorismo e alla propria verve interpretativa. The Invite è il remake di un film spagnolo del 2020, Sentimental di Cesc Gay, a sua volta basato sulla sua pièce teatrale "Los Vecinos de Arriba" (e forse anche a questo è dovuta la presenza del personaggio di Pina interpretato da Penelope Cruz), ma assume toni e colori anglosassoni nella riscrittura di Will McCormack e Rashida Jones ed esce dai canoni rigidi del Kammerspiel grazie alla regia movimentata di Wilde e al commento musicale incalzante e sincopato di Devonté Hynes, meglio noto come Blood Orange, che accompagna la progressione geometrica delle scene (Hynes è stato anche il compositore della serie We Are Who We Are di Luca Guadagnino). Wilde fa affidamento su un ottimo cast, a cominciare da se stessa, opportunamente ambigua e contradditoria nel ruolo di Angela, per proseguire con Seth Rogen che attribuisce a Joe, oltre al suo tipico sarcasmo e alla sua classica risatina chioccia, un sottotesto autenticamente doloroso e un disincanto molto credibile. A Penelope Cruz tocca il ruolo dell'europea disinibita, che gestisce con la libertà radicale delle sue scelte artistiche, mentre Edward Norton naviga il ruolo di Hawk, irritante al punto giusto e in grado di rivelare a poco a poco i vari strati nascosti della sua personalità sfuggente. Ci sono momenti in cui l'ambientazione nel solo appartamento di Angela e Joe risulta claustrofobica, in cui il disagio nell'osservare le sgradevolezze d questi quattro personaggi diventa incontenibile e in cui l'accumulo degli eventi e delle svolte nella caratterizzazione dei personaggi appare elaborato ed eccessivo, ma in generale The Invite è una commedia romantica acida al punto giusto e adatta ai nostri tempi rancorosi e insoddisfatti. Si ride amaro e alla fine un po' ci si commuove, quando il facile dileggio lascia il posto alla (per niente facile) tenerezza e al rimpianto.
Joe e Angela sono stati molto innamorati, uniti insieme dalla musica: Joe era un pianista di talento, e Angela amava il suo modo di suonare. Ma dopo molti anni di matrimonio il loro rapporto si è logorato, vittima delle frustrazioni artistiche e professionali di lui e della solitudine domestica di lei: al momento più che parlarsi battibeccano, rinfacciandosi le reciproche delusioni. Quando Angela invita a cena i vicini, la spagnola Pina e lo spirituale Hawk, l'obiettivo di Joe è soprattutto quello di chiedere loro di essere meno rumorosi quando fanno l'amore. Ma la cena con Pina e Hawk scompaginerà le carte per tutti, dando luogo ad un gioco di rivelazioni che coinvolgerà ciascuno dei presenti, mettendo a nudo le meschinità e le paure di tutti. Non guasta che fra Pina e Joe, così come fra Hawk e Angela, ci sia una forte attrazione sessuale, che troverà (possibile) riscontro in una proposta di sesso di gruppo. The Invite è la terza regia dell'attrice e regista Olivia Wilde, che dopo il promettente debutto dietro la cinepresa con La rivincita delle sfigate e la meno riuscita opera seconda Don't Worry Darling trova una cifra consona al proprio pungente senso dell'umorismo e alla propria verve interpretativa. The Invite è il remake di un film spagnolo del 2020, Sentimental di Cesc Gay, a sua volta basato sulla sua pièce teatrale "Los Vecinos de Arriba" (e forse anche a questo è dovuta la presenza del personaggio di Pina interpretato da Penelope Cruz), ma assume toni e colori anglosassoni nella riscrittura di Will McCormack e Rashida Jones ed esce dai canoni rigidi del Kammerspiel grazie alla regia movimentata di Wilde e al commento musicale incalzante e sincopato di Devonté Hynes, meglio noto come Blood Orange, che accompagna la progressione geometrica delle scene (Hynes è stato anche il compositore della serie We Are Who We Are di Luca Guadagnino). Wilde fa affidamento su un ottimo cast, a cominciare da se stessa, opportunamente ambigua e contradditoria nel ruolo di Angela, per proseguire con Seth Rogen che attribuisce a Joe, oltre al suo tipico sarcasmo e alla sua classica risatina chioccia, un sottotesto autenticamente doloroso e un disincanto molto credibile. A Penelope Cruz tocca il ruolo dell'europea disinibita, che gestisce con la libertà radicale delle sue scelte artistiche, mentre Edward Norton naviga il ruolo di Hawk, irritante al punto giusto e in grado di rivelare a poco a poco i vari strati nascosti della sua personalità sfuggente. Ci sono momenti in cui l'ambientazione nel solo appartamento di Angela e Joe risulta claustrofobica, in cui il disagio nell'osservare le sgradevolezze d questi quattro personaggi diventa incontenibile e in cui l'accumulo degli eventi e delle svolte nella caratterizzazione dei personaggi appare elaborato ed eccessivo, ma in generale The Invite è una commedia romantica acida al punto giusto e adatta ai nostri tempi rancorosi e insoddisfatti. Si ride amaro e alla fine un po' ci si commuove, quando il facile dileggio lascia il posto alla (per niente facile) tenerezza e al rimpianto.
I FIGLI DELLA SCIMMIA
Dario è padre di un bambino disabile, al quale dedica ogni cura e attenzione, ed ha un bellissimo
rapporto con il figlio adolescente di suo fratello. Nel crescente legame con il nipote ritrova il figlio
che avrebbe voluto avere, e assume il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Un gioco di
proiezioni e desideri inespressi che finirà per incrinare l'equilibrio interiore di Dario e travolgere
l'intera famiglia.
Esordio nel lungometraggio di finzione di Tommaso Landucci che porta tutta la sua
delicatezza e profondità nel raccontare un conflitto familiare e, soprattutto, le difficoltà
genitoriali legate al mondo della disabilità.
La sceneggiatura infatti, firmata dal regista e da Damiano Femfert, che ha vinto numerosi premi tra
cui il Solinas, lavora su quel particolare aspetto che può verificarsi all'interno delle famiglie, ad
esempio tra un padre o una madre, allorquando si inizia a preferire un figlio all'altro, un nipote a un
figlio e via discorrendo.In
questo caso il motivo scatenante per il protagonista Dario, interpretato
con grande controllo da Riccardo Scamarcio che è anche nella compagine produttiva, è il figlio
piccolo disabile a cui non fa certo mancare nulla, nessuna sua attenzione e a cui si dedica quasi
come un soldatino, sembrerebbe un po' per dovere. Giorno dopo giorno però il rapporto con il
nipote adolescente, Giacomo, il figlio di suo fratello Roberto (Fausto Russo Alesi), diventa sempre
più forte perché su di lui trasferisce evidentemente le attese di un padre. Con lui può riesumare la
moto da trial, una Sherko di piccola cilindrata, di quando era ragazzo e costruire così dei momenti
privilegiati ed esclusivi - anche delle gare dove non risponde negativamente a chi gli dice che suo
'figlio' gli somiglia - che iniziano a farlo allontanare dal lavoro e dal figlio vero. Giacomo diventa
dunque il figlio immaginato e desiderato che non ha potuto avere.
Prende qui forma il titolo del film, che si riferisce all'omonima fiaba di Esopo in cui si dice come le
scimmie generino due figli, amano e nutrono con cura uno e odiano e trascurano l'altro.
Il regista costruisce con sapienza, con il ritmo e il tono giusto che si accorda al mondo di provincia
in cui il film è ambientato. A questo proposito è da sottolineare la fotografia di Guido Michelotti che
cerca di restituire la grana dei film di Lee Chang-dong a cui il regista dice di essersi ispirato e a cui
ha aggiunto il formato 4:3 che chiude i protagonisti all'interno della loro quotidianità.
Il racconto trova forma e sostanza nella descrizione anche degli altri componenti della famiglia in
cui la parte maschile spiega in maniera molto chiara la psicologia del protagonista, con il fratello
con cui lavora come perito delle assicurazioni. I due iniziano a scontrarsi per queste attenzioni
verso il nipote che rubano un po' di spazio anche al vero padre anche se poi la sceneggiatura sa
essere molto tenera nella ricostituzione di questo rapporto. C'è poi il capostipite, il padre-nonno,
interpretato da uno splendido Luigi Diberti, tutto intento alla costruzione della sua piscina che lo
porta a essere un po' distante dai figli a cui dedica non dedica più molta attenzione.
Uno degli aspetti più interessanti del film però è il racconto della disabilità, diretto e senza
infingimenti nella sua quotidianità, un po' come nel recente Fame d'aria di Giuseppe Bonito dove
c'è un altro padre in crisi. A dimostrazione di come il cinema italiano possa trattare questi temi
senza ricatti o drammatizzazioni. E senza sociologia d'accatto.
Dario è padre di un bambino disabile, al quale dedica ogni cura e attenzione, ed ha un bellissimo
rapporto con il figlio adolescente di suo fratello. Nel crescente legame con il nipote ritrova il figlio
che avrebbe voluto avere, e assume il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Un gioco di
proiezioni e desideri inespressi che finirà per incrinare l'equilibrio interiore di Dario e travolgere
l'intera famiglia.
Esordio nel lungometraggio di finzione di Tommaso Landucci che porta tutta la sua
delicatezza e profondità nel raccontare un conflitto familiare e, soprattutto, le difficoltà
genitoriali legate al mondo della disabilità.
La sceneggiatura infatti, firmata dal regista e da Damiano Femfert, che ha vinto numerosi premi tra
cui il Solinas, lavora su quel particolare aspetto che può verificarsi all'interno delle famiglie, ad
esempio tra un padre o una madre, allorquando si inizia a preferire un figlio all'altro, un nipote a un
figlio e via discorrendo.In
questo caso il motivo scatenante per il protagonista Dario, interpretato
con grande controllo da Riccardo Scamarcio che è anche nella compagine produttiva, è il figlio
piccolo disabile a cui non fa certo mancare nulla, nessuna sua attenzione e a cui si dedica quasi
come un soldatino, sembrerebbe un po' per dovere. Giorno dopo giorno però il rapporto con il
nipote adolescente, Giacomo, il figlio di suo fratello Roberto (Fausto Russo Alesi), diventa sempre
più forte perché su di lui trasferisce evidentemente le attese di un padre. Con lui può riesumare la
moto da trial, una Sherko di piccola cilindrata, di quando era ragazzo e costruire così dei momenti
privilegiati ed esclusivi - anche delle gare dove non risponde negativamente a chi gli dice che suo
'figlio' gli somiglia - che iniziano a farlo allontanare dal lavoro e dal figlio vero. Giacomo diventa
dunque il figlio immaginato e desiderato che non ha potuto avere.
Prende qui forma il titolo del film, che si riferisce all'omonima fiaba di Esopo in cui si dice come le
scimmie generino due figli, amano e nutrono con cura uno e odiano e trascurano l'altro.
Il regista costruisce con sapienza, con il ritmo e il tono giusto che si accorda al mondo di provincia
in cui il film è ambientato. A questo proposito è da sottolineare la fotografia di Guido Michelotti che
cerca di restituire la grana dei film di Lee Chang-dong a cui il regista dice di essersi ispirato e a cui
ha aggiunto il formato 4:3 che chiude i protagonisti all'interno della loro quotidianità.
Il racconto trova forma e sostanza nella descrizione anche degli altri componenti della famiglia in
cui la parte maschile spiega in maniera molto chiara la psicologia del protagonista, con il fratello
con cui lavora come perito delle assicurazioni. I due iniziano a scontrarsi per queste attenzioni
verso il nipote che rubano un po' di spazio anche al vero padre anche se poi la sceneggiatura sa
essere molto tenera nella ricostituzione di questo rapporto. C'è poi il capostipite, il padre-nonno,
interpretato da uno splendido Luigi Diberti, tutto intento alla costruzione della sua piscina che lo
porta a essere un po' distante dai figli a cui dedica non dedica più molta attenzione.
Uno degli aspetti più interessanti del film però è il racconto della disabilità, diretto e senza
infingimenti nella sua quotidianità, un po' come nel recente Fame d'aria di Giuseppe Bonito dove
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